Ancora a fuoco il campo Rom di Stornara: lì sono morti i fratellini. Il focus sui ghetti del Foggiano

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Quelli che vengono definiti “insediamenti informali” - definizione che non piace al Governatore Emiliano, il quale all’indomani della morte dei due fratellini, Christian e Birka, nel campo rom di Stornara, non aveva esitato a inquadrare l’espressione in uno standard lessicale “che fa comodo a qualcuno per girare lo sguardo dall’altra parte” – sono vere e proprie polveriere in cui si consumano storie di ordinario degrado, troppo spesso “illuminate” soltanto dai roghi di cui sono vittime.

E’ successo un'altra volta (e chissà quante altre ancora in futuro), nonostante le operazioni di bonifica avviate, in memoria della morte dei due infanti, dalla Regione Puglia: l’insediamento dei cittadini bulgari, situato in zona Reali siti e costituito da bugigattoli di cartone, plastica, lamiere e materiali di risulta, ha bruciato ancora, senza, per fortuna, i tragici e fatali esiti dell’incendio di fine dicembre. 

Le ruspe “igienizzanti”, la campagna vaccinale e le cisterne d’acqua fornite per una prima risistemazione di quel campo (il cui monitoraggio e messa in sicurezza dovranno procedere di pari passo con tutti gli altri insediamenti informali, così è stato decretato nell’ultimo Comitato d’Ordine sul tema svoltosi qualche settimana fa in Prefettura) non sono servite a risolvere l’annoso problema, in quei contesti, dello scoppio di roghi alla cui origine, è evidente, c’è l’anomala anatomia - fuori da ogni norma giuridica e lontana anni luce da ogni vivere civile - delle abitazioni in cui vivono queste comunità.

A margine dei funerali di Christian e Birka, il sindaco di Stornara, Rocco Calamita, aveva detto a l’Attacco: “Se quell’insediamento dovrà restare, è necessario che venga riconvertito in un villaggio con moduli abitativi dignitosi. Altrimenti va smantellato. Basta chiacchiere, vogliamo fatti”.  

“Ho portato con me alcuni documentaristi argentini in visita al ghetto di Borgo Mezzanone (il più grande d’Italia con punte estive di 5000 persone, prolificato negli ultimi 20 anni tutt’intorno all’ex Cara). Hanno concordato nel definire le condizioni di vita di quell’insediamento di gran lunga peggiori delle favelas. Perché, hanno detto, nelle favelas i servizi base come l’acqua corrente non mancano: lo Stato argentino riconosce queste zone e non le priva delle prime necessità. Mentre alla pista di Borgo Mezzanone manca tutto. L’unico supporto offerto dal welfare regionale, attualmente, sono delle grosse cisterne d’acqua. Si tratta di insediamenti abusivi dimenticati da tutti, dove si vive in presenza di bombole del gas a stretto contatto con materiali altamente infiammabili. Il tutto accatastato in abitazioni di fortuna di pochi metri quadri. E’ chiaro che il pericolo di scoppio incendi è quotidianamente dietro l’angolo”. Sono le parole di Francesco Strippoli, volontario di “No Cap”, contattato da l’Attacco per allargare il focus sulle condizioni in cui versano gli insediamenti informali della provincia di Foggia (alcuni dei quali Strippoli conosce molto bene), che, stando alle promesse del prefetto Carmine Esposito,  “verranno messi tutti in sicurezza, perché la morte di Christian e Birka non deve restare priva di senso”.

E se anche Strippoli concorda sulla necessità di offrire ai migranti che vivono in quei luoghi sistemazioni abitative dignitose, seppur di carattere emergenziale, come quelle che lo Stato, per tramite della Protezione civile, fornisce, per esempio, agli sfollati vittime di terremoti (prima tendopoli sicure e dotate di servizi e poi prefabbricati per sistemazioni meno provvisorie) al fine di strappare immediatamente queste persone dalle gravi condizioni di deprivazione cui sono costrette, dall’altro, però, lo stesso Strippoli sottolinea la necessità di permessi di soggiorni per tutti coloro che vivono sul territorio, così che i migranti possano accedere ai diritti che li aiutino ad affrancarsi attraverso un lavoro regolare e pagato al giusto salario.

“Guadagnano poco o non hanno i documenti necessari per affittare una casa. Ecco perché poi vanno a finire nelle baraccopoli. Chi riesce ad ottenere contratti regolari alla fine trova sempre, anche attraverso il nostro aiuto in termini di intermediazione lavorativa, sistemazioni più dignitose, riesce insomma ad affrancarsi. Questo è quello che posso testimoniare in base alla mia esperienza associativa – sottolinea Strippoli -. Ecco perché (al di là della ‘sanatoria Bellanova’, che è stata un flop perché la regolarizzazione dei braccianti diventava troppo costosa per i datori di lavoro) è necessario che chiunque si trovi sul nostro territorio sia riconoscibile e riconosciuto, anche con soluzioni di natura sanitaria, come fanno in altri Paesi europei attraverso i permessi di soggiorno e i relativi rinnovi rilasciati per motivi pandemici. CIò permette di accedere alle anagrafiche istituzionali e ad una serie di diritti: ci si può iscrivere, così, al Centro per l’impiego, si può prenotare una visita medica, ci si può aprire un conto in banca. Senza quel documento, invece, non si ha diritto alcuno”.

Bidonville come il campo rom di Stornara o il ghetto di Borgo Mezzanone ce ne sono diverse in provincia di Foggia: dal ghetto di Rignano (al centro di polemiche e secessioni sindacali in merito a presunte speculazioni sul sistema dell’accoglienza) al Ghana House di Borgo Tre Titoli, fino ad arrivare al cuore del capoluogo dauno, con le baracche alle spalle della stazione o le occupazioni dell’ex Fabbrica di via Manfredonia e degli ex Silos di viale Fortore.

Slams, sistemi comunitari, più o meno degradati e totalmente abusivi, che si reggono su forme di autorganizzazione improvvisata, priva di qualsivoglia norma di sicurezza, di cui, ricorda il volontario “No Cap”, “gli stessi migranti si vergognano, tanto da non consentire foto all’interno degli insediamenti per paura che arrivino, in qualche modo, ai loro familiari in Africa, a cui spesso raccontano, invece, di essere riusciti a realizzare i propri sogni con l’arrivo in Italia”.   

Quanto al sistema dell’accoglienza locale, infine, occorre ricordare che i bandi per la riqualificazione ad uso foresteria dell’ex Cara di Borgo Mezzanone, lanciati negli scorsi mesi dalla Regione Puglia, si incrociano, malauguratamente, in alcuni tronconi, con l’arresto per corruzione dell’ex numero uno della Protezione civile, Antonio Lelario e con la tangente di 10mila euro versata dall’imprenditore foggiano Luca Leccese.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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