Il 9 agosto 2017, San Marco in Lamis fu teatro di un agguato mafioso che lasciò sul terreno quattro vittime: il boss Mario Luciano Romito, suo cognato Matteo De Palma e i fratelli agricoltori Aurelio e Luigi Luciani. Un evento che segnò profondamente il territorio e che oggi torna al centro dell’attenzione grazie alle dichiarazioni di Matteo Pettinicchio, ex esponente di spicco del clan Li Bergolis-Miucci, ora collaboratore di giustizia.
Pettinicchio, considerato un tempo uno dei principali referenti della mafia garganica, ha deciso di raccontare la sua verità agli inquirenti. Il suo racconto - riportato da La Gazzetta del Mezzogiorno - offre una prospettiva interna sulle dinamiche che portarono all’eliminazione di Romito e, tragicamente, anche dei fratelli Luciani. Secondo quanto riferito dal pentito, la strage fu il risultato di una lunga catena di rancori e rivalità tra clan, in particolare tra i cosiddetti “montanari” e il gruppo Romito.
Quello che emerge dalle sue parole è l’immagine di una mafia organizzata, spietata e capace di pianificare nei dettagli i propri atti di violenza. Pettinicchio non si limita a ricostruire i fatti: svela anche i retroscena, le motivazioni e i rapporti di forza che portarono a quella decisione sanguinosa.
A compiere materialmente la strage furono: Enzo Miucci (detto “U’ Criatur”, reggente del clan), Roberto Prencipe, Saverio Tucci (detto “Faccia d'angelo”, narcotrafficante poi ucciso ad Amsterdam nell’ottobre 2017), Girolamo Perna (ucciso nel 2019 nella guerra tra clan), Giovanni Caterino, che svolse il ruolo di "bacchetta", ovvero basista e coordinatore dei movimenti.
Il gruppo avrebbe agito con il volto coperto da sottocaschi e armato di fucili e mitra Kalashnikov. Tucci guidava la Ford C-MAX, mentre gli altri tre aprirono il fuoco: Miucci e Perna con i fucili, Prencipe con il Kalashnikov, Tucci con una pistola. Pettinicchio afferma di aver appreso questi dettagli direttamente da Miucci durante un colloquio in carcere a Lanciano nel 2018, confermando così quanto la pianificazione fosse frutto di una strategia condivisa e maturata nel tempo.
Uno degli aspetti più drammatici delle nuove rivelazioni riguarda proprio la sorte dei fratelli Luciani. Secondo le dichiarazioni rese dal pentito, i due fratelli - ignari di quello che stava per succedere - avrebbero indicato a Romito di seguirlo in campagna per un presunto incontro con il boss foggiano Rocco Moretti.
Stando sempre a quello che avrebbe riferito Pettinicchio, a sparare contro Romito fu Enzo Miucci. Dalle parole di Pettinicchio si comprende come la morte di Romito fosse, in qualche modo, già scritta da tempo. La faida tra clan aveva accumulato tensioni e vendette, e l’eliminazione del boss rappresentava un passaggio obbligato nella logica criminale del territorio.
Le dichiarazioni di Pettinicchio, ora agli atti dei principali processi contro la mafia garganica, potrebbero rappresentare una svolta decisiva per la ricostruzione giudiziaria della strage. Non solo perché fanno nomi e cognomi, ma perché aiutano a comprendere il contesto, le motivazioni e la mentalità criminale che hanno reso possibile una simile escalation di violenza.
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).