Andar per le chiese di Foggia a caccia di indulgenze nell’Anno Santo. Tra crisi di valori e rituali da svecchiare

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Con l’inizio del Giubileo del 2025, l’Arcidiocesi di Foggia-Bovino si prepara a vivere un anno straordinario di fede e celebrazioni. Tra le principali chiese coinvolte in città figurano luoghi di culto iconici come la Cattedrale, la Parrocchia San Giovanni Battista, la Parrocchia Santi Guglielmo e Pellegrino, la Chiesa San Giovanni di Dio e la Basilica Santuario dell’Incoronata; che saranno al centro delle pratiche legate all’ottenimento delle indulgenze plenarie. Tuttavia, in un’epoca dominata da valori secolarizzati, consumismo e crisi spirituale, la domanda sorge inevitabile: quanto senso hanno oggi queste pratiche?

Per comprendere la portata del Giubileo, è necessario esplorare il concetto stesso di indulgenza, introdotto formalmente dalla Chiesa nel Medioevo. Le indulgenze rappresentano la remissione delle pene temporali dovute ai peccati già confessati e perdonati. Si distinguono in plenarie, che rimettono completamente tali pene, e parziali, che le riducono solo in parte. Durante un Giubileo, l’accesso alle indulgenze plenarie è esteso ai fedeli che, con devozione, partecipano alle celebrazioni liturgiche, si confessano, ricevono l’eucaristia e pregano secondo le intenzioni del Papa.

Secondo i dati del Vaticano, nel Giubileo del 2000 si calcola che circa 25 milioni di persone abbiano richiesto indulgenze plenarie in tutto il mondo, un numero significativo ma in declino rispetto ai picchi dei secoli precedenti. In Italia, in particolare, si stima che oltre 4 milioni di fedeli abbiano partecipato alle celebrazioni del 2000, ma queste cifre appaiono ormai lontane dall’entusiasmo odierno. Nel contesto del 2025, le indulgenze sollevano questioni di attualità che vanno oltre la dimensione teologica. Se un tempo queste pratiche erano concepite come strumenti per avvicinare i fedeli a Dio, oggi appaiono a molti come simboli di un’istituzione in crisi. 

Secondo un rapporto del Pew Research Center del 2021, solo il 29% dei cattolici in Europa ritiene che le pratiche sacramentali siano essenziali per la salvezza. Inoltre, la percentuale di giovani che frequenta regolarmente la messa è crollata al 10% in Italia. Nonostante le critiche, esistono categorie di persone che continuano a considerare le indulgenze come una parte centrale del proprio cammino spirituale. Malati terminali, anziani e fedeli delle generazioni più mature, in particolare nelle regioni del Sud Italia, dove la religione è vissuta con maggiore intensità, vedono in queste pratiche una forma di conforto e una speranza concreta. Per coloro che affrontano la sofferenza o si trovano alla fine della propria vita, l’indulgenza plenaria rappresenta quindi un atto di fede ma anche un sollievo psicologico, un gesto che li avvicina alla pace interiore.

Interessante è però il dato relativo ai giovani. Secondo un’indagine Istat del 2022, il 10% dei giovani italiani tra i 18 e i 30 anni frequenta regolarmente la messa. Sociologicamente, questo fenomeno si spiega in parte con la ricerca di figure forti e carismatiche, che la Chiesa può fornire ai fedeli, soprattutto dopo eventi traumatici recenti come la pandemia di COVID-19. Durante e dopo il periodo pandemico, infatti, molti giovani hanno sentito il bisogno di una comunità stabile e di valori forti in cui credere. Inoltre, i gruppi giovanili delle parrocchie offrono spazi di aggregazione e confronto, in particolare per ragazzi in fase di crescita e sperimentazione. Questi giovani trovano nella Chiesa una dimensione spirituale, ma anche un luogo di appartenenza e un contesto sociale in cui costruire legami significativi, per questo diventa semplice per loro aderire alle pratiche cristiane più obsolete con molta naturalezza. Il concetto di redenzione attraverso le indulgenze solleva anche un altro aspetto critico: la percezione di una scorciatoia spirituale. Se da un lato la Chiesa ribadisce che l’indulgenza non sostituisce la confessione, dall’altro si rischia di alimentare l’idea che il perdono sia qualcosa di acquistabile, se non con il denaro, almeno con pratiche rituali specifiche e penitenze a limite del ridicolo.

L’Arcidiocesi di Foggia-Bovino ha cercato di rispondere a queste critiche promuovendo opere di carità concrete in occasione del Giubileo. Quasi tutte le parrocchie saranno coinvolte in iniziative di sostegno per le donne in gravidanza, per gli anziani soli e per i poveri. Tuttavia, resta da vedere se queste azioni saranno percepite come parte integrante del cammino di fede o come un tentativo di modernizzare una tradizione che fatica a dialogare con il presente. Se da un lato si celebra un rito millenario, dall’altro si avverte l’urgenza di trovare nuove modalità per rendere il messaggio cristiano rilevante in un mondo che cambia. Il rischio è che le indulgenze, pur restando un simbolo potente, si trasformino in un retaggio storico incapace di parlare ai fedeli del XXI secolo.

In momento storico in cui i valori della giustizia sociale, della sostenibilità e dell’inclusione sono al centro del dibattito pubblico, il Giubileo potrebbe essere un’opportunità per la Chiesa di rinnovarsi, abbandonando schemi tradizionali e proponendo una fede più vicina ai bisogni concreti delle persone. Sarà compito dell’arcidiocesi di Foggia-Bovino, e della Chiesa in generale, dimostrare che la misericordia divina non è solo un concetto astratto, ma una forza capace di trasformare la realtà sociale e culturale. Finché questo non avverrà, le indulgenze rischiano di restare un rituale vuoto, lontano dalla sensibilità di un mondo che, forse, non ha smesso di credere, ma ha bisogno di nuovi linguaggi per farlo.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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