Il passaggio di consegne per l’area archeologica di San Pietro, a Bari, ha sancito il ‘via’ per la prossima installazione dell’artista internazionale Edoardo Tresoldi.
Il fascino senza tempo delle sue creazioni ha ammaliato il mondo dopo ciò che è riuscito a realizzare nel Parco archeologico di Siponto, ricostruendo la basilica paleocristiana risalente al IV secolo d.C.
A Bari, Tresoldi ha vinto un bando da 2 milioni di euro, mentre per Siponto erano stati stanziati complessivi 3,5 milioni di euro provenienti dai fondi strutturali del programma operativo interregionale (Poin) ‘Attrattori culturali, naturali e turismo 2007-2013’. Soldi senza dei quali non si potrebbe investire in cultura, e soldi che adesso mancano per continuare ad intervenire a Siponto.
Le campagne di scavi che si stanno succedendo nel corso dei mesi più caldi, altro non sono che progetti che coinvolgono in prima persona gli studenti futuri archeologi. La loro passione e lo zelo che ci mettono è impagabile, tuttavia è acclarato che “ci sarebbe da scavare ancora per altri 10, 20, ma forse anche 100 anni!” come il professore Giuliano Volpe disse a l’Attacco nell’ottobre scorso, in occasione dell’Open day organizzato proprio a Siponto.
Fu registrato un enorme successo per aver finalmente consentito la fruizione di tesori, altrimenti nascosti sotto qualche metro di terra. Poi ce ne sono altri ancora che sono invece visibili, ma restano comunque relegati nell’oblio. Eppure splendono, e trasmettono sensazioni davvero impagabili come quelle che l’Attacco ha avvertito recandosi direttamente sul posto.
A poche decine di metri dall’anfiteatro romano – di cui proprio su queste colonne se ne parlò ancor prima che iniziassero a emergere le mura -, si trova uno degli ipogei meno noti e certamente il meno frequentato. Alcuni sono stati distrutti per consentire la costruzione della Statale 89 per Foggia, ma la conformazione geologica stessa del promontorio del Gargano aveva favorito l’insediamento umano in grotte e Silvio Ferri, archeologo che divenne noto per le stele daunie, parlò di “Siponto grotticola”.
Questa era formata da un piccolo ripiano, alimentato da sorgenti di acqua dolce e circondato e abitato probabilmente fino al 1000 a.C. La trasformazione in agglomerato urbano avvenne tra il V e il VI sec. a.C. in agglomerato urbano e, tra IV e V secolo d.C, si trasformarono in necropoli preromane, romane e paleocristiane.
Si pensa, infatti, che i cristiani di Siponto, fin da quando approdò la ‘nuova fede’, abbiano utilizzato la zona sepolcrale pagana preesistente - come a Canosa, a Roma e a Napoli -, ampliandola e scavando nuove tombe.
Originariamente utilizzato come luogo di sepoltura, l’ipogeo Minonno - in tempi relativamente recenti - fu adibito anche a deposito di attrezzi agricoli. Ma ormai, da qualche decennio a questa via, è venuto meno questo tipo di utilizzo.
È intitolato a Minonno, come la località in cui si trova, e, per quanto a ridosso del perimetro del Parco archeologico, non vi è compreso. Si trova in un terreno privato della famiglia Rinaldi (di cui si riferisce accanto, ndr), seppur con vincolo di rispetto per la confinante area archeologica. Si può fare accesso, quindi, soltanto previo autorizzazione. C’è un primo cancelletto con lucchetto e una dozzina di robusti scalini che portano fino al piano dell’ingresso dell’ipogeo.
Ancora un cancello e, fatto accesso nella cavità in tufo calcareo, si provano due distinte sensazioni. Una prima è la consapevolezza che si è dentro un luogo - presumibilmente di epoca dauna, quindi risalente a circa 3000 anni fa - dove non entrano esseri umani da anni, per l’esattezza 12 dall’ultima volta. La successiva fa restare senza fiato. Dalla roccia soprastante l’antro, sono state ricavate nicchie e, nel punto più lontano, è presente un sarcofago svuotato.
Non è possibile osservarlo da vicino, perché sovrasta un profondo pozzo di acqua sorgiva, motivo per cui non è mai stato usato come abbeveratoio, a differenza di quanto successo nei più noti (ma ormai abbandonati) ipogei Capparelli. A differenza di questi ultimi, però, quello di Minonno non è stato mai interessato da lavori anche solo di consolidamento, prima ancora che di rivalutazione.
Una decina d’anni fa si staccò un grosso masso dall’arcata principale antistante l’ingresso e, purtroppo, continuano ad esserci ancora oggi sporadici distacchi dovuti alle infiltrazioni dell’acqua piovana. Allo stato attuale, per quanto l’abbandono millenario abbia sortito effetti deleteri sulla sua conservazione, resta un altro gioiello in potenza all’interno di una rete di beni culturali ancora sfilacciata.
Uscendo, si nota un anacronismo che era prima sfuggito (forse perché già proiettati con la mente alla visita della cavità). È una targhetta metallica - con l’intestazione della Regione Puglia e della Federazione Speleologica Pugliese - su cui c’è il numero della sua catalogazione: 0580. L’ipogeo Minonno è presente, infatti, nel Catasto delle grotte e della cavità artificiali in Puglia.
Da quest’ultimo si ricava l’informazione che l’ultimo rilievo è stato svolto dall’Archeo Speleo Club di Rignano Garganico il 7 dicembre 2011. In quell’occasione annotarono che si tratta di una grotta terrestre il cui accesso – ampio e di forma rettangolare, delimitato da un muretto a secco - è recintato, che non c’erano attività di fruizione. Manca tuttavia un qualsiasi riferimenti circa la presenza del pozzo citato prima e qualsivoglia notizia sulla sua profondità (a occhio, sembrano essere almeno 3 metri).
Manca, soprattutto, la volontà di mettere a sistema un patrimonio culturale immenso che, al di là della retorica di circostanza, si rifletterebbe con evidenti riverberi sull’economia del territorio circostante. Bisognerà attendere il ritorno delle Università di Foggia e Bari, insieme ai loro pari della canadese McGill University di Montreal, per confidare in qualche progresso nel Parco archeologico. Nel frattempo, l’ipogeo Minonno aspetta. E spera che, un giorno, arrivi anche il suo turno.
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