Per una singolare coincidenza, un giorno prima che si alzasse il sipario sulla XV edizione di Colloquia, quest’anno interamente dedicata a temi e questioni inerenti l’intelligenza artificiale, l’Europarlamento ha approvato il cosiddetto Ai Act, l'impianto di norme che regola l’universo mondo appunto dell'Intelligenza Artificiale. Il corposo testo licenziato dall’assemblea di Strasburgo è il primo in assoluto al mondo a mettere in ordine una serie di questioni - con tanto di obblighi e divieti - per assicurare che i sistemi di intelligenza artificiale utilizzati in tutti i paesi membri siano sicuri, trasparenti, tracciabili, non discriminatori e rispettosi dell'ambiente. Sono quattro i livelli di rischio individuati, minimo, limitato, alto e inaccettabile.
La novità è entrata naturalmente di prepotenza anche negli interventi dei prestigiosi interlocutori che a Foggia hanno animato la tre giorni di incontri: con la conduzione della vicedirettrice della Stampa, Annalisa Cuzzocrea, si sono passati il testimone sul palco Stefano Bartezzaghi e Ivana Bartoletti; Carlo Massarini, Francesca Lagioia e Davide Tabarelli (il previsto intervento di Paolo Benanti è stato annullato per l’impossibilità del francescano a raggiungere la sede a causa dell’interruzione della linea ferroviaria Roma-Lecce); hanno chiuso Maurizio Ferraris, Annamaria Testa e Roberto Sommella. La Fondazione dei Monti Uniti si è orientata quest’anno dunque sulla scelta di un tema risultato essere trending topic dell’anno, come ha spiegato in premessa il presidente Aldo Ligustro, convinto di essersi rivolto ad un pubblico “magari non esperto ma curioso, con approfondimenti su una materia intrigante e foriera di conseguenze inimmaginabili”.
Sconfinato il campo delle questioni affrontate, con argomenti di vasta portata e di non immediata accessibilità che si profilano sulle frontiere più avanzate dei linguaggi della progettazione, a cui si affianca la necessità di fornire un’interpretazione dei paradigmi del nuovo mondo degli algoritmi, degli scenari che esso apre sulla relazione uomo-macchina, con implicazioni etiche, sociali, filosofiche, biologiche, giuridiche, economiche. In riferimento a questi aspetti ciascun ospite per parte sua ha cercato di fornire un orizzonte di senso, lasciando una traccia in più per elaborare riflessioni in merito a quella che è stata definita la più grande rivoluzione dopo quella industriale, non esente da rischi per le applicazioni e le ricadute su ambiente, consumi e costi energetici, sistemi produttivi e organizzazione del lavoro, questioni legate al diritto alla riservatezza e all’utilizzo illimitato delle informazioni, di copyright, manipolazione e protezione dei contenuti e delle opere.
Ad emergere in maniera netta sono state soprattutto paura e incertezze sull’incontrollabilità dell’intelligenza artificiale, dell’inarrestabilità dei mutamenti che essa già ha avviato con l’immissione e la divulgazione di una gigantesca mole di dati liberamente accessibili ma anche orientati - ed in molti casi frutto di mistificazioni e deformazioni della realtà - che può anche rappresentare un’insidia per la società democratica, arrivando a condizionare la distribuzione della ricchezza, o il rafforzamento dei sistemi capitalistici.
L’interrogativo di fondo, che Colloquia ha chiaramente fatto emergere, è se l’umanità sia o meno in grado di guidare una svolta di queste proporzioni che però, non va trascurato, sta contribuendo in modo determinante al miglioramento della ricerca scientifica in campo medico ad esempio: il programma AlphaFold progettato per predire la struttura tridimensionale delle proteine è stato utilizzato agli inizi del 2020 per individuare il coronavirus SARS-CoV-2, permettendo di creare i vaccini in tempi record.
“Il forte bisogno di collegare l’etica all’intelligenza artificiale nasce dalla paura che noi abbiamo di essa, ci fa paura l’invenzione, il web non faceva paura, tutt’altro sembrava portare una ventata di liberazione e democrazia, in questo caso emerge l’idea che questo mostro ci farà del male” ha spiegato il filosofo Ferraris toccando il cuore della questione, ricollegando l’origine di questo “misoneismo” che ci riguarda tutti ai grandi pensatori del passato, da Platone ad Heidegger. “A differenza delle macchine la mente umana è incarnata, ha un corpo, e gli umani adoperano attrezzi, tra cui l’intelligenza artificiale” ha chiosato Ferraris, riposizionando l’interazione con l’Ai sotto il controllo della natura concettuale dell’umano troppo umano, che implica il pensare, il parlare, l’agire, l’esprimersi, lo scegliere. Tutte abilità che - per ora - le macchine intelligenti non mostrano di aver acquisito.
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