Ci sono stati momenti durante i quali le storie passavano di voce in voce nei luoghi pubblici di ritrovo prima ancora che tra le pareti domestiche dove si raccontavano storie che non erano mai solo storie: erano lezioni di vita, genealogie, mappe emotive della città. Le donne si radunavano al lavatoio di Largo Turbine - chine sull’acqua – e, mentre strofinavano i panni, raccontavano la città meglio di qualsiasi libro di storia. Gli uomini, seduti invece sui gradini delle botteghe, parlavano di pesca o di lavoro più in generale. Le piazze si sono svuotate, le fotografie sono finite in scatole dimenticate e la memoria ha rischiato di diventare silenzio. I social network hanno cambiato il modo in cui ci incontriamo, ci parliamo, ci riconosciamo. Hanno modificato i rapporti sociali, spesso rendendoli più veloci, più superficiali, più effimeri attraverso contenuti effimeri e memorie che durano il tempo di una storia da 24 ore. Eppure, in mezzo a questo flusso continuo, esistono spazi che riescono a invertire la rotta: diventano piazze e luoghi di memoria. “Manfredonia Ricordi” è uno di questi spazi dove la memoria non è più un fatto privato, ma un bene comune. Scorrere la bacheca significa attraversare decenni di storia locale. Le fotografie pubblicate – spesso provenienti da archivi familiari, studi fotografici storici o collezioni private – raccontano una città in trasformazione. Ogni immagine è accompagnata da un testo che non si limita a descrivere: contestualizza, ricostruisce, restituisce dignità. È un modo di fare memoria che unisce rigore e affetto, precisione e nostalgia. Quando è nata, è probabile che nessuno immaginasse che sarebbe diventata una nuova piazza della città. In un certo qual modo se lo augurava, ma nemmeno Matteo Borgia - che ne è l’encomiabile curatore a titolo gratuito - pensava di riuscire nell’impresa di concorrere all’orgoglio di appartenere alla stessa comunità.
Matteo si schermisce e preferisce continuare a dedicarsi spassionatamente all’opera che sta portando avanti nei ritagli di tempo senza clamori. Risulta già difficile rendere nota la sua identità, figurarsi ascoltarlo bearsi. Al contrario, riferisce a l’Attacco che la svolta vera e propria della pagina Facebook è arrivata “da quando accompagno i testi con fotografie d’epoca rielaborate e colorate attraverso l’intelligenza artificiale”.
La lunghezza dei testi che accompagnano le fotografie varia, ma sono sempre riportate le fonti storiche che hanno originano i cenni che vengono riferiti. È come se ogni scatto fotografico fosse una scintilla, e la comunità il fuoco che si accende. Così la memoria non è più un fatto privato: è un’opera collettiva.
Gli utenti non si limitano a mettere “mi piace”, ma partecipano attivamente alla ricostruzione della memoria collettiva. Prendono vita conversazioni che, talvolta, diventano quasi più preziose della foto stessa. È la dimostrazione che la memoria, quando viene condivisa, diventa più forte.
C’è chi ricorda il nonno che lavorava “al piano delle fosse”, chi racconta di aver visto da bambino le imboccature sigillate, chi sente ancora l’odore della calce spenta. Ogni fotografia pubblicata è diventata una porta sui ricordi. Ogni ricordo è un pezzo di identità restituito alla comunità. Mentre la pagina racconta, la comunità risponde. E la memoria torna a respirare.
Il post dedicato alle fosse granarie è uno dei più affascinanti. Non solo per la ricchezza delle informazioni, ma per il modo in cui restituisce vita a un mondo scomparso. Borgia racconta che “erano capolavori di efficienza termica” e che si trattava di “un sistema che ha scandito la vita della città per oltre due secoli”.
Un altro contributo ricostruisce la storia dei Califano, una famiglia le cui radici affonderebbero nell’isola di Corfù e “si narra di un Califano che morì fucilato dai turchi mentre combatteva per l’indipendenza della Grecia”. E poi la figura di Giacomo Califano, Sindaco stimato, e il palazzo gentilizio che ancora oggi racconta la grandezza di quella casata.
C’è anche un lungo post che racconta la leggendaria campana voluta da Re Manfredi “talmente gigantesca da essere divenuta famosa per l’impossibilità di suonarla”.
Uno scatto della fine degli anni '20 del secolo scorso (qui sopra) ritrae un gruppo di emigranti di Manfredonia residenti a Quincy - nello stato del Massachusetts -, riuniti per celebrare la Madonna di Siponto. “Al centro della scena, con la bandiera orgogliosamente stretta tra le mani, spicca la figura di Matteo Rucher, carpentiere navale. L’immagine è una testimonianza commovente di come i nostri emigranti - scrive Borgia -, pur avendo attraversato l'oceano in cerca di fortuna, non abbiano mai reciso le proprie radici. La devozione per la loro Protettrice restava il cuore pulsante della comunità anche nel Nuovo Mondo”. La composizione stessa dello scatto riflette perfettamente lo spirito dell'epoca con “le due bandiere che rappresentano la doppia appartenenza, il rispetto per la nuova patria americana e l’amore incrollabile per l'Italia”.
Poi il ricordo dei Baroni Cessa che non è solo un piccolo saggio genealogico, ma anche un ritratto umano. Giacomo Cessa, il barone illuminato che finanziò cisterne e ampliò il cimitero; Michele Cessa, l’eroe del colera, oltre che il Sindaco che portò il faro e la ferrovia; Nicola Cessa, l’ultimo filantropo, che donò la “Chiusa della Pace” all’Orfanotrofio Femminile.
Uno degli aspetti più significativi della pagina Manfredonia Ricordi è la sua capacità di mettere in dialogo generazioni diverse. I più anziani ritrovano luoghi e volti della loro giovinezza. Gli adulti riscoprono la città dei loro genitori. I giovani scoprono una città che non hanno mai visto.
“La memoria non è solo storia: è identità”, la chiosa di Matteo Borgia. E l’identità, quando viene condivisa, diventa appartenenza.
Manfredonia Ricordi è una piazza nuova, dove la città torna a parlarsi. È un archivio vivo, che cresce ogni giorno grazie alle mani, alle voci, ai ricordi di chi lo abita. In fin dei conti, la comunità di Manfredonia non ha mai smesso di raccontarsi. Ha solo bisogno di luoghi dove continuare a farlo.
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