Grotta Scaloria è il santuario neolitico più importante d’Europa per il culto delle acque, un tesoro sepolto nella periferia nord di Manfredonia. Ma, mentre nel ventre della terra regna una sacra quiete, in superficie, è infuriata la tempesta. Negli ultimi giorni, i cittadini sipontini hanno assistito a un acceso botta e risposta tra il professore Giovanni Ognissanti e l’assessora Maria Teresa Valente. Oggetto del contendere: il destino di questo patrimonio inestimabile e le opportunità offerte – o mancate – dalla Regione Puglia. La polemica scoppiata via web ha riportato al centro dell'attenzione pubblica un tema dolente: la valorizzazione dei beni culturali. Al centro della disputa, infatti, vi è un recente provvedimento della Regione Puglia che avrebbe potuto rappresentare una boccata d’ossigeno per il sito di Scaloria. Al di là dei tecnicismi e delle legittime schermaglie , ciò che emerge è un dato di fatto incontrovertibile: Grotta Scaloria è ancora invisibile. La sua storia moderna inizia con un paradosso: fu scoperta cercando l’acqua, ma non quella sacra del Neolitico, bensì quella potabile. Negli anni Trenta alcuni operai stavano lavorando alla costruzione del tronco dell’Acquedotto Pugliese che doveva collegare Manfredonia a Monte Sant’Angelo. E, durante lo scavo, un piccone sfondò la volta di una cavità. Non era una grotta qualsiasi. I primi ad entrare si trovarono di fronte a un ambiente vasto, che oggi è noto come "Camerone Quagliati", dal nome di Quintino Quagliati, l’archeologo che per primo si rese conto che non si trattava di una semplice formazione geologica. Il suolo era cosparso di frammenti ceramici. Quegli scavi si limitarono, però, alla parte superiore della grotta ma il cuore pulsante del santuario, la sua parte più profonda e segreta, rimase inviolato, protetto da cunicoli stretti e ostruiti. La vera svolta, quella che ha riscritto i libri di preistoria europea, avvenne nel 1967 grazie agli speleologi che riuscirono a forzare un passaggio che separava la camera superiore da quella inferiore. E ciò che trovarono dall’altra parte lasciò il mondo scientifico senza fiato: una scena congelata nel tempo. Non c’erano solo cocci sparsi: c’era un rito interrotto 7500 anni prima. Centinaia di vasi erano posizionati con cura maniacale. Alcuni erano intatti, altri rotti ritualmente. Ma la cosa più sconvolgente era la loro posizione: erano collocati esattamente sotto le stalattiti da cui, goccia dopo goccia, cadeva l’acqua di stillicidio. In alcuni casi, gli uomini del Neolitico avevano tagliato la sommità delle stalagmiti per creare una base piana su cui poggiare i vasi, o avevano posizionato delle pietre piatte per stabilizzarli.
L’intento era chiaro: raccogliere l’acqua sacra. Non era acqua per bere, dal momento che la quantità raccolta sarebbe stata irrisoria e il luogo troppo difficile da raggiungere per un approvvigionamento quotidiano. Era un’acqua di potere, un’acqua medicamentosa, magica.
L’archeologo Santo Tinè, che dedicò gran parte della sua vita allo studio di questo sito, capì immediatamente che si trovava di fronte alla prova tangibile di un “Culto delle Acque” sotterraneo.
Nel periodo del Neolitico Medio - circa 5500-5000 a.C. -, sciamani o sacerdoti scendevano nelle viscere della terra. Si infilavano nei cunicoli illuminati solo da torce di grasso animale - di cui sono state trovate tracce -, portando vasi finemente dipinti con motivi geometrici, fiamme, fasce rosse. Arrivati nella camera profonda, nel silenzio assoluto, li posizionavano per catturare le gocce che filtravano dalla roccia. Quell’acqua, che aveva attraversato il buio della terra, era considerata pura, carica di una forza generatrice.
La scoperta attirò l’attenzione internazionale. Negli anni '70, l’Università di Genova (con Tinè) collaborò con l’UCLA (University of California, Los Angeles) e con la celebre archeologa lituana Marija Gimbutas, che riteneva Grotta Scaloria non solo un luogo di culto, ma l’utero della Grande Madre. I motivi dipinti sui vasi non erano decorazioni casuali, ma simboli di rigenerazione, acqua, serpenti e uova cosmiche. Era una ceramica pensata per il buio, per non essere più vista dagli uomini una volta deposta. Era un'offerta all’invisibile.
Ma Scaloria non celebrava solo la vita attraverso l’acqua, dal momento che gli scavi del 1978-1980 portarono alla luce una realtà più macabra e affascinante: una fossa comune contenente i resti di circa 25-30 individui. Le analisi antropologiche hanno rivelato che le ossa erano disarticolate, mescolate caoticamente. Sembrava che i corpi fossero stati scarnificati altrove e poi portati lì, oppure che la fossa fosse stata riaperta più volte per accogliere nuovi defunti. Le ipotesi spaziano da un’epidemia improvvisa a un sacrificio rituale, fino alla semplice usanza di una sepoltura secondaria collettiva per un clan specifico.
Il "Culto delle Acque" insegna che l’acqua è vita, ma va raccolta con pazienza, goccia dopo goccia, in vasi preparati con cura. Fuor di metafora: i finanziamenti e i progetti sono l’acqua che può ridare vita alla cultura sipontina, ma servono i "vasi" – ovvero una progettualità politica e tecnica solida, condivisa e preparata per tempo – per raccoglierla e non lasciarla disperdere nel terreno dell’indifferenza. Manfredonia possiede sotto i propri piedi una storia che fa invidia al mondo. Sarebbe un peccato imperdonabile se il rumore delle polemiche coprisse ancora a lungo il sacro silenzio di quella grotta.
(Immagine generata con AI)
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