Da Manfredonia ad Auschwitz, viaggio morale di Eugenio Gluecksmann: insegnò a Primo Levi la resistenza dignitosa

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Lo spunto arriva da una fotografia, scattata a Manfredonia nel 1940 e pubblicata dalla pagina Facebook Manfredonia Ricordi nell’occasione del Giorno della Memoria, che racconta una pagina di storia. Ritrae un uomo elegante, ben vestito, lo sguardo fermo. È Eugenio Gluecksmann, ebreo ungherese, internato nel campo allestito nel macello comunale della città. Non ha l’aria di chi sta per essere travolto dalla tragedia del Novecento. Eppure, quella foto è l’inizio di un viaggio che lo porterà fino ad Auschwitz, dove diventerà “Steinlauf”, il personaggio che Primo Levi avrebbe trasformato in simbolo di dignità e resistenza morale. La sua storia, spesso compressa nelle poche righe dedicate al celebre episodio del “lavarsi nel Lager”, è molto più ampia. Prima di diventare il sergente che rimprovera Levi per non essersi lavato e prima di essere il custode di un’etica minima nel luogo dove ogni etica sembrava dissolta, Gluecksmann fu un internato del campo di Manfredonia. Nasce il 14 luglio 1890 a Bársonyos, un piccolo centro dell’Ungheria occidentale. È un ebreo dell’Impero austro-ungarico, cresciuto in un contesto multiculturale e multilingue. E quando l’Europa centrale precipita nel vortice dell’antisemitismo, sceglie l’Italia come rifugio. Arriva a Milano, città che in quegli anni ospita molti ebrei stranieri in fuga. Ma l’Italia fascista, pur non ancora alleata in guerra con la Germania, ha già imboccato la strada della discriminazione: le leggi razziali del 1938 colpiscono anche gli ebrei stranieri, considerati “indesiderabili”. Quando il Paese entra in guerra, il 10 giugno 1940, la macchina amministrativa si mette in moto: arresti, schedature, internamenti. Il 1° luglio 1940, il Ministero dell’Interno ordina l’internamento di ebrei stranieri, antifascisti, oppositori politici e “persone pericolose per l’ordine pubblico”. Gluecksmann viene prelevato e inviato a Manfredonia. È uno dei primi internati del campo. Il campo di internamento di Manfredonia non è però un lager. Non ci sono torrette, filo spinato elettrificato, cani addestrati. È un macello comunale adattato con cameroni, cortili, un portone sorvegliato da militari. Ma resta pur sempre un luogo di privazione della libertà. Un luogo sospeso. Il macello comunale esiste ancora, ma pochi sanno che tra quelle mura, nell’estate del 1940, passò un uomo che avrebbe lasciato un segno nella storia della coscienza europea.

Gli internati potevano uscire durante il giorno, passeggiare in città, parlare con la gente. Dovevano rientrare per l’appello serale, dormire in camerate comuni, rispettare regole che cambiano a seconda dell’umore dei funzionari. E proprio in questo contesto, paradossalmente meno brutale ma non per questo meno umiliante, emerge la personalità di Gluecksmann.

La foto che lo ritrae a Manfredonia è preziosa perché non solo è una delle poche immagini della sua vita prima della deportazione, ma anche perché rivela un tratto che Levi avrebbe colto con lucidità: la cura di sé come forma di resistenza. Gluecksmann è impeccabile. Nonostante l’internamento, nonostante la precarietà, nonostante il futuro incerto, non rinuncia alla dignità esteriore. È un gesto che, in quel momento, può sembrare banale. Ma diventerà, ad Auschwitz, un gesto di sopravvivenza morale.

La sua permanenza a Manfredonia dura poco: circa due mesi. Nel settembre 1940 viene trasferito nel campo di Tossicia, in Abruzzo, che è un luogo più isolato e rigido, dove gli internati vivono sotto un controllo più stretto. Da lì passerà in altri campi finché, nel dicembre 1943, Gluecksmann viene arrestato a Cantù. Il suo nome compare nelle liste dei deportati del convoglio che parte da Fossoli il 22 febbraio 1944. Su quel treno c’è anche Primo Levi.

Nel libro “Se questo è un uomo”, Levi racconta un episodio che diventa un simbolo. Appena arrivato nel lager era stremato e demoralizzato, perciò decide di non lavarsi. Gli sembra inutile: “Perché lavarsi? Per pulire il fango dal fango?”. È allora che interviene Steinlauf, l’ex sergente che rappresenta Eugenio Gluecksmann. Gli dice, con fermezza: “Proprio perché il lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare”. Lavarsi non è più solo igiene. È resistenza, un insegnamento che Levi porterà con sé per tutta la vita. E lo consegna ai lettori come una delle chiavi per comprendere la disumanizzazione e la possibilità di opporvisi.

Il 18 gennaio 1945, con l’Armata Rossa alle porte, i nazisti evacuano Auschwitz. Decine di migliaia di prigionieri vengono costretti a marciare nella neve, senza cibo e senza riparo. Vengono chiamate “le marce della morte”. Eugenio Gluecksmann muore durante quella evacuazione. Ma non c’è una tomba, né un luogo preciso. C’è solo questa data.

La sua eredità sopravvive comunque. Sopravvive nelle parole di Levi, che lo trasforma in un simbolo della dignità come forma di resistenza. Della cura di sé come atto politico. Della disciplina come ultimo baluardo contro la disumanizzazione. 

E sopravvive nella memoria dei luoghi, un po' meno in quello dell’ex macello comunale di Manfredonia dove c’è una targa apposta dall’Amministrazione che era guidata da Angelo Riccardi ma che è prossimo ad accogliere una nota catena di supermercati. 
Resta comunque un frammento silenzioso della storia. Un monito perché, come ha detto Primo Levi: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo”. Ma qualcuno lo dimentica. Volutamente. 

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testatina dillo al direttore WEB

 



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