Prima che il 2023 lasci il posto all’anno nuovo, desidero ricordare i 110 anni tondi tondi dalla nascita di Vasco Pratolini (1913), scrittore e sceneggiatore tra i massimi del nostro Novecento, che ho amato e letto durante i miei anni giovanili, sul quale sono (piacevolmente) inciampato di recente, in una passeggiata fiorentina, in compagnia di Paolo Scopetani, che, intuendo da poche parole mie la comune passione per l’universo letterario di Pratolini, mi ha portato proprio in via del Corno, alle spalle di Palazzo Vecchio, la via dove, in quel dedalo di stradine che sembrano non aver subito l’aggressione del tempo e della modernità, non solo abitò Vasco Pratolini, per alcuni anni, ma dove ambientò le vicende del suo romanzo Cronache di poveri amanti.
Un tuffo nel passato, e nelle passioni più forti e autentiche della (mia) vita (privata e pubblica), visto che Vasco Pratolini, e la sua intera produzione letteraria, da Metello, al Quartiere, dalle Ragazze di San Frediano, allo Scialo, e ad altro ancora, è stato uno dei cardini della mia formazione letteraria, intellettuale e civile. Sono grato, inoltre, all’amico Paolo Scopetani, raffinato intellettuale, già maestro ed educatore di generazioni di fiorentini, in quella fucina sperimentale che è stata (e che è ancora) la Scuola – Città «Pestalozzi» di Firenze, per avermi fatto dono di un suo romanzo, Chiasso chiuso, scritto in collaborazione con Maurizio Pagnini (Effegi Edizioni, 2016).
Il progetto editoriale di Cronache di poveri amanti risale al 1936, ma vide la luce, in forma definitiva, soltanto nel 1947. La vicenda narrativa, autentica «cronaca», come recita il titolo del’opera (non solo per ragioni di stile), con l’alternarsi cioè di accadimenti comuni e quotidiani, ma anche sorprendenti, di vicende tristi e felici, con quell’alternarsi che è della vita vera, è ambientata a Firenze, tra il 1925 e il 1926, gli anni dell’ascesa del Fascismo, nell’area cittadina racchiusa tra Palazzo Vecchio e Santa Croce. L’universo fantastico e realissimo di via del Corno:
Via del Corno è lunga cinquanta metri e larga cinque; è senza marciapiedi. Confina ai due capi con via dei Leoni e via del Parlascio, chiusa come fra due fondali: un’isola, un’oasi nella foresta, esclusa dal traffico e dalle curiosità. Occorre abitarvi, o averci degli interessi particolari, per incontrarla. È, tuttavia, a pochi metri da Palazzo Vecchio, che la sotterra sotto la sua mole.
Gli abitanti di via del Corno vengono detti “cornacchiai”, perché, spesso, sparlano come le cornacchie; le loro vicende minute e quotidiane, nella narrazione, s’intrecciano con quelle della storia d’Italia, a cominciare dall’affermazione del fascismo, che stravolse ritmi e stili di vita (e non solo per gli abitanti di via del Corno). Il romanzo è diviso in tre parti; nella prima, suddivisa a sua volta, in nove capitoli, vengono, via via, presentati i diversi personaggi della storia; nella seconda parte, il lettore assiste alla trasformazione dei personaggi, con l’intreccio dei fili narrativi, e, quindi, con la rottura dell’equilibrio iniziale; nella terza e ultima parte, infine, si ristabilisce l’antica armonia (popolare) delle tante micro-storie. Amore e politica, amore e potere, sono le due forze intorno alle quali ruotano le vicende degli abitanti di via del Corno. Simbolo del potere, almeno all’inizio della storia, è la Signora, una ex maîtresse, costretta a rimanere a letto, e che, pur stando a letto, riesce a muovere i fili della strada, servendosi di terzi (a cominciare dalla fida dama di compagnia, Gesuina). Temuta e ascoltata, la Signora, alla fine della storia, subirà un tale decadimento, caduta in preda alla follia, fino al disonore del pubblico ludibrio, insultata e presa in giro. Di lei, nel romanzo, Pratolini lascerà intendere, in modo anche piuttosto esplicito, una certa inclinazione all’amore saffico, che nella versione cinematografica del 1954, curata da Carlo Lizzani, scompare del tutto:
Cancellato l’uomo dalla propria vita [...], ella posò il proprio sguardo sulle fanciulle. Una protesta! In realtà era il bisogno di sfuggire a una solitudine amorosa che si apriva davanti a lei, a spingerla sulla nuova strada, ch’ella si tracciò con la fermezza e la premeditazione sue proprie.
Corrado, detto Maciste, è il maniscalco di via del Corno, la via risuona della sua mascalcia, del sudore, degli odori e del tanfo di quella mascalcia; Corrado è stato Ardito del Popolo, tra il 1919 e il 1920, e una mattina del marzo 1922 subisce anche un’aggressione da parte di quattro fascisti (guidati da Carlino, che pur abitava in via del Corno), intenzionati a regolare i conti con Maciste:
Era un’imboscata, ma Corrado ritenne che avevano avuto del coraggio ad affrontarlo nel suo ambiente. Si addossò al muro, accanto alla forgia dove sono i ferri dei cavalli appesi ai chiodi. Disse: «Se buttate via le pistole, li regolo volentieri. Vi piglio tutti e quattro insieme». Carlino disse: «Dopo che avrai bevuto l’olio si può trattare». Corrado gli rispose facendo volare il primo ferro sulla sua testa. Ci fu un terremoto dentro la mascalcia, la gente occhieggiava dalle finestre, si era alzata dal letto anche la Signora [...].
Amico di Maciste è Ugo, il verduraio ambulante, che con lui condivide la fede politica, e che è stato anch’egli un Ardito del Popolo (nella versione cinematografica del 1954, questa parte verrà affidata a un bravissimo Marcello Mastroianni, non senza perplessità iniziali, per via della parte drammatica da interpretare.
Via del Corno ha anche i suoi Angeli Custodi, e questi angeli protettori sono quattro fanciulle:
...all’incirca della stessa età, erano cresciute, uscio ad uscio, nelle case di via del Corno. Avevano caratteri così diversi, l’una dall’altra, che non andavano mai d’accordo. Forse per questo stavano sempre insieme.
Aurora Cecchi, figlia di uno spazzino.
Milena Bellini, figlia di un ufficiale giudiziario.
Bianca Quagliotti, figlia di un dolciere ambulante.
Clara Lucatelli, figlia di uno sterratore.
Il libro di Pratolini serve anche come serbatoio di notizie, non strettamente legate alla trama delle vicende narrate, ma più generali; per esempio, quelle pagine dicono a noi lettori di oggi, quale fosse, per quel tempo, la biblioteca popolare, quali fossero, cioè, le letture “canoniche” di un giovane di quegli anni; quali fossero i gusti di lettura, quale fosse il canone, sia quello scolastico, sia quello popolare. Nel libro, dunque, accanto a qualche film (come Maciste all’inferno), e a qualche canzone, vengono citati alcuni “classici” della letteratura popolare, come, per esempio, Pinocchio, o i Racconti della Nonna; La mano della morta; oppure, Abbandonata la notte di nozze; ma vengono citati anche I tre moschettieri. Si tratta, per lo più, di romanzi che uscirono a puntate (in appendice a riviste e quotidiani), venduti, quindi, per pochi centesimi (anche attraverso forme primitive di “abbonamento”: una lira al primo fascicolo, e poi 25 centesimi per quelli successivi).
In una pagina del romanzo, quasi in forma di sentenza etica, si legge la seguente affermazione (che ha la lunghezza e la velocità di un odierno tweet, possedendone analogo stile sentenzioso e arguto):
La vita è una cella un po’ fuori dell’ordinario, più uno è povero più si restringono i metri quadrati a sua disposizione. L’importante consiste nel sapere stabilire dentro di noi quell’equilibrio che fa il mondo vasto come il cielo.
Messaggio autentico del Pratolini maturo, che fa notare a chi legge che l’universo può anche restringersi alla sola via del Corno, stretto, angusto e opprimente, ma che, proprio di lì, da quella via, si può osservare il mondo intero, vasto come il cielo. Disposizione d’animo, equilibrio, che è conquista da raggiungere.
Nel 1954, il regista Carlo Lizzani ricavò dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini il film Cronache di poveri amanti, con un giovanissimo Marcello Mastroianni nel ruolo dell’antifascista Ugo, alla sua prima (e riuscitissima) prova di parte drammatica. Nel film, il ruolo di Maciste, il maniscalco Corrado, antifascista e già «Ardito del Popolo», fu assegnato ad Adolfo Consolini, attore non professionista, discobolo olimpionico, che fu scelto per interpretare Corrado proprio per il suo fisico, appunto, da «Maciste», per la sua possente corporatura. Sul set cinematografico, Consolini fu portato mano a mano da Marcello Mastroianni, che lo prese quasi sotto la sua tutela, e che gli suggerì le giuste interpretazioni da dare al personaggio, di scena in scena. Il film ottenne una vasta e immediata eco, con il riconoscimento di numerosi e prestigiosi premi, e con il consenso del pubblico.
Il successo (popolare) come scrittore arrivò nel 1955, con il romanzo Metello, cronostoria di un muratore fiorentino. Autentico caso letterario, Metello venne esaltato pure da Carlo Salinari, il più autorevole critico letterario del PCI, che vide in questo romanzo il punto di passaggio dal neorealismo al realismo, archiviando, a suo giudizio, in modo definitivo, il decadentismo. Con questo romanzo, Pratolini inaugurava una trilogia, ambiziosamente denominata «Una storia italiana», che ebbe una seconda puntata nel 1960, con il romanzo Lo scialo (che personalmente considero il capolavoro di Vasco Pratolini, autentico romanzo-mondo, con le sue analisi psicologiche, e con i suoi scandagli del disfacimento della classe borghese, sotto i colpi del fascismo vincente); e una terza e ultima tappa nel 1966, Allegoria e derisione (da San Frediano, a Milano, tra fascismo, campagna di conquista in Africa, seconda guerra mondiale, lotta partigiana e comunismo, il protagonista, Valerio Marsili, emerge come un eroe del suo e del “nostro” tempo – tanto per citare il titolo di un’altra cronaca di Pratolini, tra esperienze, minute e grandi, e disinganni, ergendosi a eroe perenne).
Trifone Gargano
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