Secondo l’ex segretario provinciale della Cgil Lino Del Carmine l’inizio della crisi dell’azienda Sofim di Foggia ha un inizio preciso, e gli attuali rappresentanti sindacali - non tutti - hanno delle responsabilità. “Le organizzazioni sindacali sono state molto superficiali e ingenue quando hanno accettato che la produzione diminuisse del 50% per spostare l’altra metà a Pratola Serra”, racconta l’ormai ex lavoratore in una lettera a l’Attacco scritta poco tempo dopo il suo pensionamento, giunto al termine di 43 anni di onorata carriera. “Ai tempi della mia militanza sindacale una cosa del genere non sarebbe accaduta. Non avremmo mai accettato delle vaghe rassicurazioni su eventuali altre produzioni che sarebbero dovute arrivare”, spiega. “Cassa integrazione, purtroppo, è un’espressione ricorrente nella vita di un metalmeccanico. Anche se adesso l’hanno sostituita con la formula dei contratti di solidarietà. Un metodo utile, almeno in teoria, ad affrontare le crisi aziendali temporanee - come si spera sia quella della Sofim -, che tuttavia si rivela spesso inefficace”, sottolinea. “L’idea sarebbe quella di lavorare meno per lavorare tutti. Un po’ si lavora, un po’ si sta a casa. Con una riduzione media oraria che, tuttavia, non potrebbe essere superiore all’80% dell’orario giornaliero, settimanale o mensile dei lavoratori interessati dall’accordo collettivo. Ma la strategia si è rivelata un bluff”, afferma l’uomo. “Si è andata a creare, infatti, una sorta di discriminazione tra colleghi. Alcuni si sono ritrovati a lavorare tre giorni a settimana, alcuni un solo giorno, e altri addirittura per niente. Dei colleghi mi hanno raccontato che, in molte aree di produzione, qualcuno veniva lasciato a casa, mentre al suo posto arrivava un altro di qualche altra area produttiva”, ricorda. “Eppure, a coloro che avevano partecipato alla precedente assemblea sindacale, i segretari avevano assicurato che tutti si sarebbero fermati negli stessi giorni, il lunedì e il venerdì. Non so se essere ottimista per il futuro”, ammette. “Quel che è certo è che ad oggi gli operai sono in cassa integrazione per tutto il 2025 e per tutto il 2026. Questa situazione, inoltre, ha prodotto tutta una serie di licenziamenti anche nelle imprese appaltatrici che lavoravano all’interno della Sofim. Parliamo di centinaia di addetti. Un’ulteriore mazzata per la già precaria situazione occupazionale locale. Abbiamo lottato molto per fare assumere tanti giovani a tempo indeterminato, ma ora questi ragazzi si trovano in seria difficoltà. E non si sente più parlare di sciopero. Adesso sono stati rieletti nuovi rappresentanti sindacali, ma per fare cosa? Non li ho mai sentiti, durante una riunione con i vertici aziendali, farsi portavoce delle istanze dei lavoratori, peraltro stabilite in assemblea sindacale”, accusa Del Carmine.
“Hanno sempre accettato tutto quello che l’azienda ha proposto, senza mai contraddirla. Non mi riferisco a tutti, naturalmente. Molti di loro hanno le mani legate, e non riescono a esprimersi al meglio”, ammette. “Ma tanti altri, invece, fanno a gara a chi riesce a raccontare più fandonie al capo del personale, che - come si suol dire - li tiene tutti sotto schiaffo. L’azienda, da parte sua, ha raggiunto l’obiettivo. Ha spostato metà della produzione di Foggia in un altro stabilimento, licenziando 140 lavoratori con contratto a termine e lasciando tutti gli altri in cassa integrazione”, conclude. “Io, nonostante la pensione, sono disponibile ancora a un confronto su questi temi”.
“In passato avevamo un potere di contrattazione enorme, ora sono assuefatti”
Una vita in trincea quella di Lino Del Carmine. Sempre dalla parte dei lavoratori. Prima nel sindacato, poi autonomamente. Oggi si dice deluso e amareggiato per la piega che hanno preso le sigle di rappresentanza. Anche quelle a lui maggiormente vicine. “Voglio fare una premessa”, racconta a l’Attacco. “Non intendo sparare nel mucchio. I sindacati, e soprattutto i sindacalisti, non sono tutti uguali. Alcuni di loro si impegnano sinceramente per la causa dei lavoratori. Io sono uno che crede nei sindacati e nella lotta sindacale. Del resto, ne ho fatto parte per anni”, specifica. “Ma oggi li vedo sopiti, spenti, remissivi. Io non credo a coloro che svolgono il ruolo di sindacalista senza preoccuparsi della tutela dei diritti dei lavoratori”, afferma. Poi, va nel dettaglio.
“Da quando sono rientrato, nel 2008, con altre mansioni, mi sono reso conto che l’ambiente, l’atteggiamento nei confronti del sindacato e dei sindacalisti, ma anche il rapporto tra lavoratori e azienda era profondamente mutato”, racconta. “La vera, grande, difficoltà - oggi - è che anche i miei colleghi, i lavoratori, si sono appiattiti. Nel tempo, anche loro si sono in un certo senso assuefatti a questa condizione. Mi sono reso conto che adesso portare avanti certe istanze diventa molto complicato, proprio a causa di questa loro forma di resistenza alla lotta”, prosegue Del Carmine.
“Mi ricordo che in passato, quando insieme ad altri compagni facevamo i sindacalisti, avevamo un potere di contrattazione enorme. La gente ci seguiva. Arrivati in linea, con i fischietti, radunavamo la gente, i lavoratori, e loro uscivano, partecipavano alla mobilitazione, quando qualcosa non andava per il verso giusto”, ricorda. “Adesso, se fai una cosa del genere, ti rendi conto di essere solo. Che nessuno ti segue. Che nessuno ha voglia di combattere per i suoi diritti. Eppure le cose non sono migliorate. Oggi non si sta meglio di prima. Si è solo rinunciato alla lotta. Alla mobilitazione, al confronto. È un problema di democrazia questo”, tuona l’ex Cgil.
“Sono cambiati, purtroppo, la mentalità e l’atteggiamento degli operai. Probabilmente, nel corso degli anni, magari anche a furia di perdere le loro battaglie, questi ultimi si sono adeguati al sistema. Mi spiego meglio con un esempio. Le assemblee di fabbrica ormai non si fanno più da una vita. Una volta ci riunivamo continuamente. Discutevamo. Ci confrontavamo. E alla fine si arrivava a delle soluzioni. Venivamo fuori con delle nostre proposte”, spiega. “A fine anno, soprattutto, arrivavamo a fare 10 ore consecutive di assemblea. Non vedo più un volantino in fabbrica. Per non parlare dello sciopero. Se organizzi uno sciopero rischi che nessuno vi partecipi. Come si fa a non rendersi conto della gravità di questa situazione?”, si domanda Del Carmine.
“Al tavolo di trattativa nazionale, a Torino, è stato detto che il 2025 e il 2026 saranno come il 2024. E che forse solo nel 2027 si muoverà qualcosa. Si produrrà un nuovo motore. Per il momento è questa la situazione, ed è drammatica. La produzione è ferma. È calata in tutto e per tutto. Addirittura si pensa di mandare a casa i lavoratori da dicembre a gennaio. Stiamo parlando di un periodo lunghissimo di cassa integrazione. Come si fa a non rendersene conto? A non aprire gli occhi? A non reagire, in qualche modo?”, si chiede ancora.
“Io mi sento sconfitto in questa battaglia. Non vedo un tentativo di riscatto, proprio da parte dei lavoratori direttamente interessati. I miei colleghi, anche se apprezzano le iniziative che mette in campo soprattutto la Cgil, non la seguono. Non reagiscono. Se il sindacato indice uno sciopero, loro neanche partecipano”, ribadisce. “Gli fa anche piacere che ci siano delle iniziative a loro vantaggio, ma nessuno si vuole esporre in prima persona. Ognuno è legato al proprio clientelismo da quattro soldi. Preferiscono salvaguardare il singolo spostamento, la singola giornata. Il nulla”, continua. “Ripeto: da quando sono rientrato, nel 2008, non ho sentito una sola volta le organizzazioni sindacali dire che, dopo essere state chiamate dall’azienda, hanno fatto una controproposta. Mai. Una controproposta non l’ho mai sentita. Non sono mai venuti in assemblea, prima di un incontro con l’azienda, a raccogliere i pareri dei lavoratori. Non c’è il minimo coinvolgimento. C’è poca democrazia”. Poi, conclude.
“Io non sono per niente ottimista per il futuro. Non credo che le cose possano cambiare, in questo senso. Mi auguro, al limite, che i giovani, magari, portino in fabbrica una mentalità diversa. Spero che non diventino anche loro dei mollaccioni. Che lottino per i loro diritti, come abbiamo sempre fatto noi in passato. Che non si adeguino a questo sistema. Questa è l’unica speranza che possiamo avere. Che, in un momento di crisi, si uniscano e alzino loro un po’ la testa. L’azienda fa l’azienda. Porta avanti i suoi interessi. Devono essere i lavoratori a mettersi nelle condizioni di ottenere dei vantaggi, lottando. L’anomalia, però, sta nel fatto che alle ultime elezioni sindacali c’è stata un’affluenza di oltre il 90%. È una contraddizione. I lavoratori si lamentano dei sindacati. Poi, però, li votano per amicizia o clientela. È un circolo vizioso, che ripete continuamente. E da cui non credo si possa uscire, ormai”.
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