Faeto, continua la tradizione della famiglia Moreno: dopo la chiusura del ristorante ampliato il salumificio

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Come un fulmine a ciel sereno. La notizia della chiusura del ristorante della famiglia Moreno, istituzione del prosciutto di Faeto, ha stupito tutti e non poco. Ma le motivazioni che ne hanno spinto all’epilogo sarebbero meno recondite di quanto si possa pensare. Ciro Moreno, capostipite della tradizione norcina familiare, intervistato da l’Attacco, è stato chiaro: “Per quarantotto anni ha sempre cucinato mia moglie. Era lei il perno della cucina del ristorante. Nel momento in cui non ce l’ha fatta più fisicamente, aggiungendoci anche le difficoltà nel trovare personale, abbiamo preso una decisione drastica. Il 2 giugno scorso è stato l’ultimo giorno di vita del ristorante. Ammetto che dopo quarantotto anni di attività ha fatto male al cuore abbassare la serranda. Ancora adesso, dopo sei mesi dalla chiusura, riceviamo telefonate”. Ma il ristorante rivive in altra forma: “Ho modificato lo spazio inserendoci i nuovi macchinari per il disosso e il confezionamento del prosciutto. Quindi, quello che ho fatto è stato ampliare il salumificio. A luglio ho dismesso il ristorante e ho cominciato con le modifiche, che ho già completato, e a metà dicembre ho ricevuto l’autorizzazione dagli organi competenti”. Un ristorante che faceva della familiarità il suo punto di forza: “Ho avuto modo di lavorare a contatto con tre generazioni. La clientela proveniva soprattutto dal nord barese e da Bari città. Ancora oggi, quando mi telefonano, ricordano le pappardelle al ragù di cinghiale, i cavatelli ai fagioli con il gambo di prosciutto e le lunette ai funghi porcini. I miei clienti desideravano piatti che, a causa della vita frenetica di oggi, non riuscivano a preparare. E giungevano al mio ristorante per gustare i prosciutti e i piatti tipici stagionali. Io ho sempre pensato che i clienti dovessero sentirsi come nella propria camera di pranzo. Anche perché, il ristorante era a conduzione familiare e si instaurava un rapporto di amicizia”. Ma la produzione norcina continua: “Produco due linee, quella del prosciutto nazionale, per la quale acquistiamo materia prima italiana, e quella di maiale nero, che allevo, macello e trasformo. La gente chiede i sapori di un tempo e predilige il prodotto artigianale. Ci viene richiesto soprattutto il prosciutto con il lardo, il che significa che l’animale deve pesare come minimo 160-180 chilogrammi a peso vivo”.

Un prodotto riconoscibile ora anche grazie alla nascita del Distretto del Suino Nero Pugliese: “Siamo ancora alla fase organizzativa. A livello regionale siamo stati già riconosciuti, ora il discorso passa a livello nazionale. Il distretto è importante per tutte le aziende pugliesi. È fondamentale sia per avere un’identità precisa, sia soprattutto per la collaborazione, in termini di allevamento e trasformazione, tra tutti i produttori”.

Archiviato il discorso del ristorante e della produzione del prosciutto, Ciro Moreno fornisce a l’Attacco la sua opinione sull’operato dell’amministrazione: “È vero che la partecipazione deve provenire prima di tutto dagli stessi cittadini, però un ruolo decisivo lo hanno gli amministratori, che non si rendono conto delle esigenze del paese. È necessario garantire i servizi primari, che ad oggi mancano. Sono convinto, però, che tutti i paesi del Subappennino abbiamo le qualità per rinascere e interrompere la desertificazione da molti anni in atto”. 

“Faeto avrebbe grosse opportunità, ma chi lo amministra è totalmente disinteressato. Oggi, siamo senza medici e ci appoggiamo ai comuni limitrofi. Le sagre non vengono valorizzate. Ne abbiamo due, quella del maiale – la prima domenica di febbraio – e quella del prosciutto – la prima domenica di agosto –, che rappresenta la sagra più longeva della Puglia, la cui prima edizione risale al 1961. Per Faeto dovrebbe essere un orgoglio, ma viene mal gestita. Manca la partecipazione amministrativa e c’è poca pubblicità attorno all’evento. Si dovrebbero organizzare convegni e coinvolgere anche gli altri produttori. Non bastano le bancarelle, la gente vuole conoscere la storia del prodotto e della sua produzione. Bisognerebbe stimolare i giovani a restare sul territorio, magari con degli incentivi per aprire un’attività, istruirli sulle possibilità a loro disposizione e investire economicamente sul futuro di questi”.

L’imprenditore sostiene che il cambiamento dovrebbe partire dai giovani, anche a livello amministrativo: “Mi dispiace dirlo, ma gli amministratori non sono all’altezza. Il sindaco è una bravissima persona, ma un pessimo amministratore. Un primo cittadino che non sta in mezzo alla gente e vive chiuso nelle sue stanze non può essere un buon amministratore. Credo che Faeto svolterà quando cambierà l’amministrazione, perché quella attuale ha dimostrato di non essere all’altezza. Ho incoraggiato e sostenuto il candidato sindaco diciottenne alle scorse elezioni. Avrebbe potuto fare anche peggio, ma è difficile saperlo se non gli viene data una possibilità. Il cambiamento deve partire dai giovani, che sono il futuro di domani”.

Il turismo nel paese daunio però non arretra: “La gente viene a Faeto a prescindere. Addirittura, sono aumentate le vendite nel mio spaccio al dettaglio. Nonostante non abbia più il ristorante, tanti entrano nel punto vendita del salumificio per un panino o per un vassoio di salumi e formaggi. Purtroppo, stiamo perdendo la ristorazione: da quando eravamo in tre due anni fa, ora è rimasto solo un ristoratore”. Ma spera che la situazione possa cambiare e sarebbe disposto a finanziare il progetto di un giovane: “Mi rendo disponibile ad aiutare qualsiasi ragazzo volesse aprire un’attività di ristorazione, sia per le attrezzature che per la cucina. Farei tutto a titolo gratuito, lo farei per Faeto”.

Le potenzialità di Faeto sono innegabili, ma non valorizzate: “Il paese lo vedi nei supermercati con De Luca, nei ristoranti e nelle piccole gastronomie con Moreno e con Tangi per i legumi. Una pubblicità che non viene sfruttata a dovere. Lo stesso bosco è abbandonato a se stesso. Un piccolo bus che dal Villaggio San Leonardo porti a Faeto, e viceversa, soprattutto nel periodo estivo dove c’è il boom di persone, potrebbe essere una soluzione”, conclude Moreno. “I piccoli comuni del Subappennino hanno le potenzialità per emergere e invece stanno lentamente morendo”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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