Sta scuotendo la Cassa Edile di Capitanata il caso dei 4 dipendenti licenziati lo scorso 30 novembre. Stando agli ormai ex lavoratori il licenziamento sarebbe stato arbitrario, privo di trasparenza nonché avvenuto con modalità assai discutibili, preannunciato su WhatsApp e con telegramma.
L’ente bilaterale ha parlato di una riorganizzazione connessa agli obblighi derivanti dal CCNL degli edili e aveva proposto il part-time per tutto il personale. In caso di mancata accettazione sarebbero scattati i 4 licenziamenti. Ma perché sono stati scelti proprio loro?
Sono quattro persone, tra i 47 e i 60 anni circa, che lavoravano in vari uffici: il responsabile dell’ufficio legale, due addetti alle spedizioni, un quarto in un altro ufficio. Il più anziano era in servizio da 31 anni, gli altri da 22, 16 e 14 anni. Ad individuarli sarebbe stata – stando al loro racconto – una relazione dell’agenzia interinale Adecco, risalente però a febbraio 2019, quando la situazione era diversa (“prima della Cassa integrazione, della pandemia, etc.”).
Non è nota tale relazione, né – spiegano – la delibera del comitato di gestione che ha approvato questi tagli al personale. Tanti aspetti sono ritenuti ancora da accertare, tant’è che si sta valutando di impugnare il licenziamento. Ma quel che fa male è anche il placet arrivato, senza alcuna battaglia, anche dai sindacati che siedono nell’ente di viale Ofanto, compresa quella UIL cui appartenevano o appartengono tuttora i 4 malcapitati, alcuni dei quali lamentano anche la mancata esibizione dei documenti che li riguardano.
“Vorremmo avere più chiarezza su questa riorganizzazione, capire se sindacati e parte datoriale condividano davvero questa soluzione”, spiegano.
A rappresentarne tre è l’avvocata Cinzia Marseglia, che afferma a l’Attacco: “Nel segno della solidarietà sociale, dello spirito natalizio e non ultimo dei nobili valori che dovrebbero ispirare e guidare la Cassa Edile di Capitanata, un ente per vocazione e tradizione storica, preposto al servizio dei lavoratori, delle imprese e degli operai, gli organismi di rappresentanza sia imprenditoriale sia sindacale, nella persona del presidente ingegnere Eliseo Zanasi e del vicepresidente Savino Tango, segretario della FILLEA CGIL, hanno provocato un forte e profondo terremoto nell’ente procedendo ad un licenziamento ad nutum, e in una volta sola, di ben 4 unità lavorative. Con colpo di spugna si è danneggiato e distrutto, sterminando moralmente – per utilizzare le parole dei dipendenti vittime del licenziamento – oltre che economicamente ben 4 famiglie, proprio prima delle festività natalizie e soprattutto in una situazione emergenziale ancora in essere. Un terremoto che ha visto l’avallo e l’accordo consensuale di tutti i sindacati locali – FILCA CISL, FENEAL UIL e FILLEA CGIL -, i quali per antonomasia, storicamente e statutariamente, dovrebbero portare avanti le ragioni dei propri iscritti e tutelarli, tentando in tutti i modi di salvare il posto di lavoro, con il ricorso a soluzioni, di sinergia con altri enti, di aggregazione economica e di solidarietà economica, ipotizzate anche dalla legislazione nazionale, come insegna il modello veneto, da sempre paradigma di sano virtuosismo e di profonda solidarietà tra tutti i soggetti coinvolti in un processo di efficienza dei servizi e delle risorse”.
“La profonda e infinita dedizione dei lavoratori, che per qualcuno ha significato oltre 30 anni di servizio”, continua la legale, “sembra sia stata dimenticata da tutte le parti sociali ed in particolar modo dagli stessi sindacati che - con decisioni le quali non sembrano rispecchiare i propri valori e non sembrano aderenti ai principi di collaborazione, di cooperazione, di solidarietà, di sostegno e di rispetto per i dipendenti - hanno di fatto annientato la serenità mentale dei lavoratori licenziati e delle loro famiglie. Basti pensare al modo in cui la classe dirigenziale e sindacale ha comunicato l’avvenuto licenziamento ai propri dipendenti che per anni sono stati collaborativi, disponibili e fedeli all’ente: raccomandata anticipata mediante WhatsApp e telegramma, durante il loro periodo di malattia e di ferie, violando così anche la normativa sulla tutela della privacy e calpestando tutti i diritti per i quali i sindacati rivendicano di aver sempre lottato, quale la tutela della dignità, del rispetto e della salute del lavoratore”. “Un comportamento peggiore”, prosegue l’avvocata Marseglia, “era stato assunto soltanto dalla società multinazionale GFK Drive Line di Firenze, inviando la comunicazione di licenziamento mediante email, e non certo da un ente senza scopo di lucro e per lo più composto dalla presenza dei sindacati e il cui vicepresidente è il segretario generale del sindacato FILLEA CGIL. La notizia ha lasciato senza dubbio il segno ma forse anche un insegnamento: in un momento storico durante il quale le imprese, in risposta all’esigenza sanitaria, sono state chiamate a realizzare azioni improntate al principio della solidarietà, declinato in tutte le sue forme, da quella sociale a quella sanitaria, senza trascurare quella più importante, ovvero quella economica, la Cassa Edile di Capitanata, un ente bilaterale, composto da sindacati ed imprenditori, di servizi per imprese, operai e lavoratori, a vocazione non lucrativa, nella realtà locale foggiana, sceglie di assumere un atteggiamento anticonformista e controcorrente. Tendenza che per la parte imprenditoriale potrebbe essere plausibile ma che per quella sindacale stupisce, per non dire che lascia basiti, sollevando non pochi dubbi e perplessità sull’effettivo ruolo di garante dei diritti dei lavoratori ed aprendo una breccia in un sistema di valori che dovrebbe essere granitico ma che nella realtà contingente appare sempre più vulnerabile”, conclude Marseglia.
“Nel 2019, tra marzo e dicembre, tutti noi dipendenti, undici persone in tutto, lavorammo part-time nel tentativo di ridurre il costo del lavoro”, spiega a l’Attacco uno dei licenziati. “Così non è stato. Adecco svolse brevi interviste e stilò quella relazione che mai abbiamo finora visto. Nei due anni successivi, caratterizzati dalla pandemia, si è approfittato della Cassa integrazione. La motivazione cui fa riferimento l’ente è contenuta nel CCNL Edili del 2018, che prevede che appena lo 0,75% dei costi di gestione di ciascuna Cassa sia rappresentata dal costo del personale. Una condizione che nessuna Cassa in Italia riesce a raggiungere. Si potevano provare altre soluzioni come l’accorpamento con altre Casse vicine, magari creandone una unica per Foggia e Bari ma si è preferito non tentare nemmeno quella strada, optando per i licenziamenti. Invece altrove è avvenuto, come con l’accorpamento tra Treviso e Padova in Veneto”, continua l’ex dipendente.
E’ chiaro che a nessuna delle componenti di viale Ofanto, sindacati compresi, è piaciuta l’idea di perdere potere, posizioni e vantaggi dati dall’autonomia.
“Il comitato di gestione il 15 novembre scorso alla luce della situazione critica ha stabilito che o si andava tutti a part-time, riducendo del 50% il costo del lavoro, oppure erano autorizzati i 4 licenziamenti. Il paradosso è che noi 4 avevano accettato il part-time, a differenza di altri”. Altri che – è il sospetto – forse hanno goduto di maggiori protezioni politiche e sindacali.
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