Stop alle concessioni demaniali marittime, lacuali e fluviali fino al 31 dicembre 2023. A eccezione di quelle già in regola, valide oltre la data indicata perché rilasciate seguendo le procedure selettive nel rispetto delle regole dell’Unione Europea. È quanto previsto dall’emendamento al ddl sulla concorrenza stilato dal Consiglio dei Ministri che interviene sulle concessioni balneari. In merito a ciò, si era già espresso il Consiglio di Stato il 9 novembre 2021.
L’Organo costituzionale ha di fatto stabilito la proroga delle concessioni balneari fino a dicembre 2023. Di conseguenza, il Governo ha recepito la sentenza e previsto la messa a gara dal primo gennaio 2024 dell’assegnazione delle aree demaniali. Così facendo, le autorità italiane cercano di rendere conforme la legislazione nazionale - e tutte le pratiche relative alle attribuzioni delle concessioni balneari - con il diritto europeo e la giurisprudenza della Corte di Giustizia. In passato, la Commissione europea aveva più volte ammonito l’Italia sulla mancata liberalizzazione del mercato legato al turismo balneare.
Alla luce di quanto descritto, gli imprenditori balneari garganici sono molto preoccupati per il futuro delle loro attività. Non nascondono amarezza e delusione. Un senso di frustrazione misto ad impotenza attanaglia il loro animo.
“Accade che da un giorno all’altro ci viene detto che le spiagge andranno all’asta e tutto ciò che uno ha costruito rischia improvvisamente di andare in fumo. Come vi sentireste voi se vi dicessero che tra un anno o due dovete lasciare il vostro posto di lavoro per cui avete sempre lottato? Come vi sentireste voi se magari avete improntato tutta la vita su un determinato lavoro e dall’oggi al domani ve lo tolgono? Come vi sentireste voi se vi venisse tolto il vostro lavoro a 40 o 50 anni di età?”, si domanda Leonardo Lapomarda, gestore dello stabilimento balneare Panta Rei a Mattinata.
L’imprenditore racconta in una mail inviata in redazione i sacrifici fatti dalla sua famiglia per poter prendere in concessione, nel lontano 1991, un piccolo pezzo di spiaggia che sarebbe diventato l’investimento della vita. “I miei genitori sono emigrati in Germania per lavoro. Una volta rientrati a Mattinata hanno investito sul territorio quanto guadagnato per dare un futuro a me e mio fratello - racconta Leonardo, che continua e spiega - ho legato le scelte fatte nella vita in prospettiva degli investimenti realizzati in tutti questi anni. Sono consapevole che prima o poi saremmo arrivati alle aste, il punto è che rischiamo di trovarci fuori da un giorno all’altro: non è una cosa leale. Chi ha fatto investimenti nel futuro cosa si ritrova? Il Governo aveva prorogato al 2033 le nuove gare. Avremmo avuto tutto il tempo per creare nuovi percorsi di vita, capire cosa fare e dove andare. Adesso ci troviamo letteralmente in balia degli eventi”.
Leonardo punta il dito contro quello che sarebbe un accanimento feroce nei confronti dei concessionari italiani. “Spagna e Portogallo hanno prorogato di 75 anni le loro concessioni. Se un imprenditore spagnolo vuole venire a prendere in gestione una spiaggia a Mattinata lo può fare senza problemi. Viceversa, no - tuona il nostro interlocutore, che si interroga - perché alcuni stati possono prorogare questo periodo transitorio prima delle gare? Aggiungo: solo gruppi criminali o grandi aziende straniere possono permettersi di investire tanti soldi nelle aste. Perché rischiare di distruggere migliaia di famiglie e un modo di fare turismo che tutto il mondo ci invidia?”.
“Prendere una persona e mandarla via dopo 40 o 50 anni di attività e spodestarla non è giusto. Negli ultimi anni, c’è stato un accanimento contro i balneari ingiustificabile, quando in realtà ci sono anche altre attività imprenditoriali che girano attorno al settore. Prendo atto di quanto sta accadendo. Personalmente, continuerò ad offrire qualità ai miei clienti fino all’ultimo giorno di concessione”, dice Pasquale Santamaria, titolare assieme al padre del Malammore Beach Club a Manfredonia.
“Diamo lavoro a 12 dipendenti dal 2019, quando presi la concessione per diversificare gli investimenti. Pensavo di andare avanti almeno una decina di anni, comunque non demordiamo. Questa condizione sicuramente non si ripercuoterà sui clienti, lo ribadisco. Così com’è questa situazione è stata però impostata davvero male. Non lo so come un privato potrà gestire un investimento ammortizzando i costi nei cinque anni previsti di concessione. Ho sentito che questo dovrebbe essere il tempo massimo. In questo modo la gente farà investimenti al ribasso nella qualità, per cercare di guadagnare quanto più possibile. Gestire un lido è una cosa difficile, non siamo dei privilegiati come in molti dicono. Mi sono preso il rischio d’impresa e va bene così”, aggiunge Pasquale Santamaria.
Il rischio che le spiagge italiane possano diventare oggetto di speculazione finanziaria da parte di imprese estere è un tarlo che accomuna molti imprenditori balneari. Spiagge ambite come quelle di Versilia, Sicilia, Sardegna potrebbero diventare fabbriche turistiche, perdendo la vocazione italiana che punta, invece, al cliente e al suo benessere.
“Il comparto è molto arrabbiato su questa riforma, non era il momento di farla. Il periodo transitorio di 13 anni era il tempo giusto per varare una nuova riforma. Non credo riusciranno a farcela in un anno e mezzo - dice Davide Salice del Lido Aurora di Siponto, che continua - la nostra attività ha inizio nel 1995, la tutela dell’azienda non me la può negare nessuno. Lo Stato mi ha dato la possibilità di fare impresa, che ha un valore. Ci sono stati tanti sacrifici e investimenti. Se sono un bravo concessionario e rispetto le regole perché mi devono togliere la concessione?”.
Continua Davide: “Cambiare il demanio in così poco tempo è impresa davvero ardua. Ci sarà un caos. Non capisco dove la gente veda privilegi e tutele. A Siponto siamo tutte famiglie di lavoratori che iniziano a lavorare dalle prime luci dell’alba fino a tarda sera. Con questa situazione di incertezza, se avevamo pensato di investire in qualche ammodernamento ed efficientamento chiaramente non lo faremo più. Ho un contratto con lo Stato fino al 2034, ho pagato le tasse. Dopo un anno mi dicono che l’atto non vale più. Dov’è finita la tutela dell’impresa? Ma si può fare così, dall’oggi al domani?”.
Giorgio Ventricelli
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