Aree interne: si vive bene e a lungo, ma non è per tutti. Mignogna: “Lotta al sonnambulismo sociale”

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“Siamo arrivati che perdere solo due abitanti nei primi cinque mesi del 2024 significa essere al primo posto della classifica positiva contro lo spopolamento”. È il commento amaro che Gianfilippo Mignogna fa a proposito di Biccari nell’analizzare il fenomeno, anche alla luce della recente pubblicazione di un report dell’Istat che analizza con approfondimenti mirati la situazione delle Aree Interne del Paese dal punto di vista demografico, con tutte le sue correlazioni sociali, economiche e produttive. Mignogna ha appena smesso la fascia di Sindaco del borgo e che ha indossato per 15 anni, e quindi non c’è nessuno più di lui che sa di cosa parla e scrive, visto che ha concluso la sua esperienza pure con la pubblicazione di un libro (“Accogliere fa bene - Economie di luogo, accoglienza e turismo in un paese di un'area interna”) che racchiude la sua visione messa in pratica nel borgo, esplorando varie strade per contrastare una situazione che è, sì, nazionale, ma che alle latitudini dei Monti dauni assume contorni drammatici.

“Questi sono i giorni in cui i nostri borghi si animano più che nel resto dell’anno con eventi e attrazioni di vario genere – ha spiegato – ma è proprio ora più importante parlare e tenere alta l’attenzione su condizioni e prospettive di questi luoghi così fragili e preziosi. L’Istat ci ha praticamente detto che abbiamo pochissimo tempo, anche meno di 20 anni, per salvarci, perché per esempio entro il 2042 la Puglia perderà oltre 418 mila cittadini (-11%) di cui almeno 100 mila nei Comuni delle Aree interne. Se la matematica non è un’opinione, significa semplicemente che stiamo andando incontro alla scomparsa di decine di comunità, presumibilmente iniziando da quelli più interne ed isolate che di abitanti ne contano già adesso poche centinaia”.

In effetti l’Istituto Nazionale di Statistica conferma che l’accelerazione della perdita di abitanti e direttamente proporzionale alla lontananza dai centri maggiori, quindi colpisce ancora più forte i cosiddetti “periferici e ultraperiferici”, classificati così proprio in base alla distanza dalle città. In base alla nuova mappatura relativa al ciclo di programmazione 2021-2027 della Strategia Nazionale delle Aree Interne, queste comprendono oltre 4 mila Comuni, cioè il 48,5% del totale, ma caratterizzati da invecchiamento della popolazione e abbandono dei territori a causa delle migrazioni. Attualmente vi risiedono circa 13 milioni e 300 mila individui, circa un quarto della popolazione residente in Italia che fa registrare numeri in discesa esponenziale: negli ultimi 10 anni la diminuzione è stata dell’1,4% nelle città, mentre nelle Aree Interne del -5%, e se si prende il dato dei soli Comuni periferici ed ultraperiferici, questi salgono al -6,3% e -7,7%. Per di più, la perdita di popolazione nelle Aree interne del Mezzogiorno è più intensa rispetto a quelle di Nord e Centro Italia dove la diminuzione è, rispettivamente, del 2,7% e del 4,3%. Nel Mezzogiorno, tra i Comuni in declino, oltre due terzi sono delle Aree interne, mentre nel Centro-nord sono oltre un terzo, e quindi, se nel Centro-nord il calo demografico coinvolge quasi in egual misura i Comuni interni e quelli centrali, nel Mezzogiorno la diminuzione della popolazione riguarda per lo più Comuni appartenenti alle Aree interne e risulta, inoltre, più forte ed evidente. 

“Siamo di fronte comunque a un problema nazionale – ha aggiunto Mignogna – che coinvolge anche la tenuta del sistema pensionistico e sociale a brevissimo termine, con il 2023 indicato come anno di rottura. E’ vicinissimo, vale a dire sì e no due legislature che devono affrontare un quadro chiarissimo: a breve avremo un numero di bambini della scuola primaria che sarà la metà degli ultra sessantenni. Non c’è più tempo da perdere, tanto più se assistiamo a quello che il Censis ha definito un ‘sonnambulismo’ della società italiana, precipitata in un sonno profondo del raziocinio che invece servirebbe per affrontare dinamiche strutturali dagli esiti funesti: ‘L’insipienza di fronte ai cupi presagi si traduce in una colpevole irresolutezza’, è stato scritto con estrema chiarezza. In effetti, oltre ai numeri, preoccupano il silenzio e l’indifferenza con cui vengono generalmente accolti dall’opinione pubblica e non solo. Occorre dunque svegliarsi di corsa e recuperare volontà, ragione e senso pratico. Abbiamo bisogno di frenare lo spopolamento partendo dai luoghi più a rischio come i nostri, introducendo più abitanti e più bambini, da subito e in prospettiva. Questo significa lavorare, sia a livello centrale che locale, a politiche per la natalità e per l’immigrazione regolare, senza considerare le due opzioni come alternative perché servono entrambe e richiedono tempistiche differenti e, soprattutto, senza caricarle di inesistenti significati ideologici: favorire le nascite ed aiutare le famiglie non è di destra, così come aprirsi a nuove cittadinanze non è di sinistra. Poi si possono cercare e trovare tutte le soluzioni e a tutti i livelli istituzionali – ha aggiunto Mignogna – ma prima di tutto è necessario prendere piena consapevolezza del problema, mettere la questione in cima all’agenda politica, favorire un cambio di passo dal punto di vista anche culturale e comunicativo”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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