Oltre il dualismo tra operai e ambientalisti: ricerca che ricompone voci e memorie delle città industriali

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Non un’indagine sul passato industriale in senso stretto, ma un lavoro più profondo. Un percorso che negli ultimi anni ha osservato la città attraverso lo sguardo dell’antropologia urbana per capire come una comunità vive, interpreta e immagina i propri luoghi dopo una stagione industriale che ha lasciato segni materiali e immateriali, visibili e invisibili. Questo è stato il progetto di ricerca “Quasi-Ruins. Luogo, nostalgia e futuro nei comuni tardo-industriali italiani”, il cui incontro conclusivo si è svolto il 24 febbraio scorso a Manfredonia. A spiegare il senso di questo lavoro a l’Attacco è Valentina Acquafredda, assegnista di ricerca del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Foggia, che insieme a Michele Claudio Masciopinto ha condotto l’indagine etnografica sul campo. “È una ricerca di antropologia urbana - esordisce – i cui referenti scientifici sono i professori Lorenzo D’Orsi e Francesca Scionti, entrambi antropologi. Noi abbiamo lavorato su Manfredonia, mentre l’Università di Salerno ha seguito Colleferro come secondo caso di studio”. Due città diverse, due storie industriali differenti, ma un filo comune: essere state investite da un’industrializzazione di Stato che prometteva modernità e benessere, e che ha lasciato invece un’eredità ambivalente, fatta di lavoro e inquinamento, di reddito e malattia, di speranze e disillusioni. Acquafredda ci tiene a chiarire subito che “non ci limitiamo a ricostruire ciò che è accaduto, ma osserviamo come le persone vivono oggi quei luoghi, come li raccontano, come li immaginano nel futuro”. Il metodo è quello dell’etnografia: tempo lungo, ascolto, presenza, relazioni. “La ricerca antropologica si nutre delle relazioni che riesce a costruire durante il campo. Certo, ci sono archivi e fonti, ma il cuore del lavoro sono le persone”, spiega. Non si tratta di contare, ma di capire. Non serve produrre tabelle, ma conta piuttosto restituire intrecci di biografie, memorie, conflitti, affetti. In questo senso, Manfredonia non è stata trattata come un “caso Enichem”, ma come una città intera, con la sua storia lunga, precedente e successiva alla stagione industriale. “Colleferro è una città-industria - osserva Acquafredda -, mentre a Manfredonia l’industria si è innestata in una fase più recente, su una storia urbana molto più lunga e complessa. Questo cambia il modo in cui il passato industriale viene percepito e raccontato”.

Uno dei nodi più delicati e più interessanti del lavoro svolto a Manfredonia riguarda il modo in cui la città ha raccontato a sé stessa la propria storia industriale. Per decenni, il dibattito pubblico è stato spesso schiacciato su un dualismo: da una parte gli operai, dall’altra gli ambientalisti. Una contrapposizione che ha avuto una sua ragione storica, ma che col tempo è diventata una gabbia interpretativa. “Ho lavorato molto sulla volontà di rompere questo dualismo. 

L’idea era far emergere la pluralità delle voci della città”. Pluralità significa riconoscere che non esistono blocchi monolitici. “Le comunità locali non sono compatte, non sono omogenee – prosegue -. Sono abitate da una pluralità di posizioni, a volte sovrapponibili, a volte in contrasto, a volte semplicemente diverse. Il nostro obiettivo era restituire questa polifonia”. 

Per farlo, la ricerca ha scelto di allargare lo sguardo oltre i soggetti “canonici” del conflitto industriale. “Mi sono occupata anche di recuperare l’esperienza di Isola 5, o quella del collettivo In Apnea”, spiega Acquafredda. “Persone che magari non avevano memorie dirette dell’Enichem, nel senso che non avevano biografie particolarmente coinvolte in quel periodo, ma che hanno lavorato sull’immaginario urbano, sui luoghi della città, e che hanno dato un contributo prezioso alla ricerca”. È un modo per dire che la storia industriale non appartiene solo a chi c’era, ma continua a produrre effetti anche su chi è venuto dopo, su chi abita oggi gli stessi spazi, su chi prova a immaginare usi diversi per quelle aree. Per quelle “quasi rovine”.

C’è un elemento che ha sorpreso positivamente i ricercatori, in una città dove spesso si registra un vuoto generazionale nei momenti di confronto pubblico: “C’è stata una partecipazione giovanile che non è semplice ottenere oggi. Ne sono stata particolarmente contenta, perché significa che siamo riusciti a entrare in contatto con realtà che inizialmente non si sentivano coinvolte da discorsi sull’Enichem”. 

Per chi è nato dopo gli anni più duri della stagione industriale, l’Enichem è spesso un racconto di seconda mano, un trauma ereditato. Un nome che torna nei discorsi degli adulti, ma che non coincide con la propria esperienza quotidiana. Eppure, quelle vicende continuano a pesare sul modo in cui la città viene percepita, dentro e fuori i suoi confini: come luogo ferito, come territorio inquinato, come simbolo di una modernizzazione fallita.

Ci sarà un altro momento pubblico “quando sarà pubblicato il libro che stiamo preparando. Sarà l’output finale della ricerca, ma non sarà un punto definitivo. Piuttosto, offrirà uno strumento in più per continuare a discutere”.

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