È uscito di scena con un coup de theatre in linea con la sua straordinaria esistenza. Si è fatto accompagnare da un taxi sul litorale, poi abbracciare, immergendovisi per sempre, dal mare pugliese che amava tanto, non prima di aver lasciato a riva una sdraio con volume e un segnalibro su “Un mazzo di rose”, componimento di Mario Luzi. Attivate le ricerche, il suo corpo esanime è stato ritrovato lungo la scogliera a sud di Savelletri. In questo modo il maestro Carlo Formigoni, tra i maggiori formatori di teatro del panorama italiano - prima ancora che regista e attore - ha messo in scena, tre giorni fa, il suo testamento poetico per salutare la vita. Una fine, verosimilmente volontaria e programmata, che non può che volgere il pensiero all’exit strategy di un altro uomo di enorme statura artistica, il grande Mario Monicelli.
Anche Formigoni era malato da tempo - e aveva perso ormai da qualche anno l’amata moglie, Iva Hutchinson (sua complice tanto in arte quanto nella vita) -, ma a 90 anni suonati il fuoco ardente del teatro animava ancora il suo spirito di idee, progetti, laboratori e prove per nuovi allestimenti scenici. Viveva da anni nella meravigliosa Valle d’Itria, in una campagna tra Ostuni e Cisternino da cui si faceva ispirare e dove i suoi discepoli lo raggiungevano per preparare gli spettacoli.
Mantovano di nascita ma adottivo del Tacco d’Italia per quasi metà della vita, il primo amore pugliese di Formigoni fu Vieste, dove acquistò, per viverci, la torre di cinta urbana (per molti, ancora oggi, “Torre Formigoni”), un tempo collegata al Castello svevo e oggi sede di un b&b. Il suo amore per la Perla del Gargano lo portò ad acquistare anche vecchio frantoio del ‘700, che per un po’, grazie a lui, fu scuola di recitazione oltre che spazio per varie mostre artistiche. Nel ‘77, proprio a Vieste, Formigoni conosce Peppino D’Urso (penultimo presidente del Teatro Pubblico Pugliese) all’epoca alla guida dell’Arci di Foggia, che nel periodo estivo organizzava attività culturali e di spettacolo sul Gargano e che fu artefice della prima Vieste Estate. I due, tra le altre cose, lanciarono la suggestiva piazzetta Petrone quale location permanente, fino ai giorni d’oggi, per iniziative artistiche en plein air, inaugurandone il successo in tal veste con l’allestimento del testo Don Cristobal e Donna Rosita tratto da Federico Garcia Lorca. Negli anni ‘80, poi, Formigoni lasciò Vieste per trasferirsi nel sud della regione. Non prima, però, di aver fondato il Kismet a Bari, avanguardia della sperimentazione teatrale pugliese.
Ma la sua amicizia con D’Urso lo legò, per diverso tempo, anche a Foggia. Dove arò con passione i terreni del talento di Capitanata divulgando anche qui la sua formazione brechtiana. Il frequentatissimo laboratorio del ‘90, tenuto dal maestro e organizzato da Arci e l’Aquilone, fu evento spartiacque, una sorta di svolta, per il panorama scenico foggiano. A partire da lì nacquero importanti personalità artistiche del territorio che grazie a Formigoni scelsero il teatro quale ragione professionale e di vita: da Mario Pierrotti e Maria Mennuni (poi leader della storica compagnia dauna di teatro ragazzi Cerchio di Gesso) a Massimiliano Poli (che lavora stabilmente da anni con una compagnia toscana), da Daria Paoletta (Premio Eolo con la sua Burambò) a Sasà Rotolo (clown trasferitosi a Roma). Solo per fare qualche nome. Ma il fecondo contributo di Formigoni nel capoluogo dauno non si esaurì con quel laboratorio: svolse anche attività laboratoriali, spettacoli e corsi per docenti presso la comunità Emmaus, alla Chiesa del Sacro Cuore, alla scuola Catalano. “Ho perso un fratello maggiore – commenta a l’Attacco D’Urso -. Un personaggio eccezionale, di una cultura enorme ma di incredibile umiltà e generosità. Per lui il teatro era prospettiva di vita. Una volta mi disse che ‘la formazione teatrale non è importante perché finalizzata al mestiere ma perché migliora la vita delle persone. Questa la sua filosofia: il teatro come dimensione sociale e leva di crescita personale; per certi versi anche terapeutico. Nei suoi laboratori lavorava sulla conoscenza del corpo, sulla valorizzazione delle qualità individuali, sugli strumenti di controllo delle emozioni. Il suo operato qui – tira le somme – è stato un grande, impagabile regalo d’amore alla Puglia”. Solo un mese fa, Formigoni, con il suo solito entusiasmo, aveva telefonato a D’Urso affinché l’ultimo lavoro di cui andava fierissimo, L’anima buona di Seuzan (Brecht), potesse sbarcare anche a Foggia.
“Il suo modo di lavorare mi colpì molto”, il ricordo di Formigoni offerto a l’Attacco da Pino Casolaro (attore, regista e formatore di teatro e cinema arcinoto sul territorio), che del primo spettacolo messo in scena a Foggia, post laboratorio, dal maestro, cioè La sposa sirena (assurto a cavallo di battaglia del Cerchio di Gesso), fu protagonista maschile dei primi allestimenti portati in giro, ad esempio, anche nel carcere di Foggia e alla residenza per anziani Maria Grazia Barone. “Formigoni – ricorda Casolaro - presentava la favola agli attori spiegandone l’ambientazione, ma poi voleva che questi ultimi, spesso dei non professionisti, con cui amava molto lavorare, in base alle proprie risorse interpretative e alla capacità di improvvisare andassero a ‘cercare’ la situazione scenica. Ciò che veniva fuori e che riteneva più interessante lo teneva dentro lo spettacolo: in questo senso Formigoni non lavorava seguendo un copione ben definito. Tirava fuori lo spettacolo con il contributo degli attori, selezionandolo, plasmandolo sull’idea registica di fondo che aveva rispetto all’allestimento. Lavorava, per dirla alla Eugenio Barba (altro grande maestro di teatro, ndr), con ‘i materiali degli attori’. Operava con scenografie semplici, povere, ma al contempo creative e suggestive. Fu un’esperienza molto interessante lavorare con lui”.
Formigoni, come detto, abitava in una residenza di campagna tra Ostuni e Cisternino, dove ha fondato il Teatro dell’Altopiano. Essendo inoltre ispiratore del Teatro Le Forche di Massafra. Prima di questa scelta di vita, la lunga esperienza internazionale. Nel 1957, attratto dal teatro di Bertolt Brecht, si trasferisce a Berlino, dove lavora come assistente e attore al Berliner Ensemble. Nel ‘63-‘64, di ritorno in Italia, è assistente (e attore) di Franco Parenti al Teatro Stabile di Palermo. Dal ‘69 al ‘71 conduce al Teatro Stabile di Torino il Corso di Formazione dell’Attore a seguito del quale, con una parte di quegli allievi, fonda a Milano il Teatro del Sole. Il suo Kismet verrà riconosciuto Teatro Stabile d’Innovazione dal Mibac. Negli ultimi 30 anni ha diretto spettacoli per ragazzi, ma non solo, a Vienna, Salisburgo, Monaco, Barcellona, Olympia, Urbino, prendendo al contempo casa in Puglia, fra i trulli. Nel ‘21, sotto la presidenza di D’Urso, Formigoni è il primo artista (ex aequo con Michele Mirabella) a ricevere dal Tpp il “Premio alla carriera teatrale”. “Il maestro Carlo Formigoni è la testimonianza di un percorso artistico unico nel suo genere, che nel segno di Brecht e Bettelheim ha creato un teatro personalissimo, ancor oggi vivo e palpitante”, la motivazione della candidatura.
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