Ha scatenato una ridda di reazioni disparate e profondi dissidi interni la clamorosa esclusione della lista Pd dalle elezioni provinciali del 30 gennaio per il rinnovo del consiglio. La linea ufficiale del partito, dopo le dimissioni annunciate dalla segretaria provinciale Lia Azzarone, è stata quella di cercare di ricompattarsi.
Il dominus e vicepresidente regionale Raffaele Piemontese ha tentato di evitare il rompete le righe e di tenere coesi i dem intorno ad Azzarone. Da qui il documento rivelato da l’Attacco in cui segretari e sindaci Pd chiedono alla dimissionaria di restare al proprio posto, così come ha fatto da Bari il deputato e numero uno del partito pugliese, Marco Lacarra. Ma dietro la facciata cova un’altissima tensione alimentata anche da scontri tra gruppi dirigenti.
Piemontese ha tuonato a più non posso dopo che l’Attacco ha pubblicato venerdì scorso la bozza di documento (non ancora ufficializzato al momento), cercando di capire chi l’avesse fatto circolare. I sospetti sono ricaduti su quanti, in questa fase, avrebbero interesse ad un cambio al vertice della Federazione provinciale. Stando ai beninformati da Manfredonia ci sarebbe un pressing per un segretario provinciale vicino al deputato Michele Bordo (che ambisce all’ennesima ricandidatura alle prossime elezioni politiche) e al consigliere regionale Paolo Campo. Un nome come l’apricenese Tommaso Pasqua, uomo d’apparato (e dunque fedele sempre alla linea) ma anche fraterno amico dei Dioscuri del Golfo. Il nome di Pasqua - presidente dell’ASP di Chieuti Castriota e Corroppoli e dipendente dell’ASP Zaccagnino di San Nicandro Garganico – si faceva anche anni fa, quando perse la sfida proprio contro Azzarone per la carica di numero uno di via Taranto. Tanto è bastato perché Piemontese si adirasse e pensasse ad una manovra ordita tra Manfredonia e Apricena contro la sua fedelissima, che si è accollata la responsabilità politica per il pasticcio materialmente commesso dall’ex candidato sindaco di Serracapriola, il consigliere comunale Vittorio Presutto.
“Come eletto comunale non poteva autenticare al di fuori del territorio di propria competenza. Non c’entra nulla il fatto che il consigliere provinciale uscente Generoso Rignanese avesse già autenticato la lista degli emilianisti”, argomenta il big di uno schieramento avverso. “Il Pd aveva non uno ma quattro consiglieri provinciali a disposizione”.
Azzarone e il partito ripongono le ultime speranze nell’appello al Consiglio di Stato, presentato dopo la bocciatura del TAR Puglia. Una mossa sconsigliata dai legali della Lega (la cui lista è stata pure esclusa dalle provinciali) perché ritenuta del tutto inutile. La decisione del massimo giudice amministrativa è attesa nella giornata di oggi, a cinque giorni dalle urne.
Ma in questi giorni di vero marasma per il Pd i beninformati rivelano che c’è anche un forte malcontento dei gruppi dirigenti dei Comuni in cui i dem governano, a cominciare dal meno integrato di tutti, la Cerignola del neo sindaco Francesco Bonito, che non avrebbe firmato il documento pro Azzarone. La prospettiva è cambiata totalmente dopo la ricusazione della lista.
Il Pd era pronto a stravincere la partita del 30 gennaio e agguantare la maggioranza dei 12 seggi a disposizione, per poi proiettarsi con forza sull’obiettivo successivo, ovvero il posizionamento a Palazzo Dogana di un presidente proprio. I nomi erano già circolati: Piemontese scommetteva tutto sul sindaco di Vieste Giuseppe Nobiletti, fidato e serio sebbene non iscritto al partito. Cerignola avrebbe voluto un ruolo, con Bonito.
Col rinnovato consiglio a maggioranza dem e con un presidente proprio, Piemontese avrebbe potuto governare la spartizione delle deleghe assessorili di peso. Le attendevano a Cerignola, San Giovanni Rotondo, Torremaggiore, San Marco in Lamis. E con Bonito presidente il Pd avrebbe potuto incassarne uno in più. Ora, invece, parecchi nei gruppi dirigenti locali starebbero più che incavolati per l’erroraccio che li condanna a portare acqua al mulino della lista di Rosario Cusmai, Sergio Clemente, M5S e Antonio Tutolo. Un risultato pessimo, considerato che in casa Pd nessuno ha interesse a rafforzare avversari.
E ancora, se prima Vieste – priva di rappresentanza in consiglio – sperava nella presidenza (che sarà eletta da tutti gli amministratori comunali, probabilmente slittando al 2023), adesso sono tutti fuori dall’assise, a cominciare dalla Monte Sant’Angelo di Piemontese. Resta da capire, in questo frangente, se Manfredonia e Cerignola avranno l’intelligenza politica di giocare di sponda in funzione anti Piemontese per ristabilire una situazione di maggiore equilibrio in un partito che, oggi e da alcuni anni, è completamente schiacciato sul vicepresidente regionale e la sua fidata Azzarone.
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