Il viestano Aldo Ragni, fino al 2013 presidente della direzione provinciale Pd, è stato fino allo scorso anno co-coordinatore provinciale della renziana Italia Viva. Il direttore de l’Attacco Piero Paciello lo ha intervistato.
Lei ha creduto nell'operazione di Italia Viva e in Matteo Renzi, nella speranza di un centro riformista. Poi ci sono state le vicissitudini del terzo polo. C’è uno spazio immenso al centro dello schieramento politico.
Su Renzi non parlerei al passato, nel senso che io continuo a crederci. Continuo a pensare che sia l'intelligenza politica più brillante che abbiamo nel nostro Paese, uno dei pochi leader internazionali che abbiamo tra le personalità politiche italiane.
Però si è colta freddezza da ultimo.
Non condivido la fretta con la quale ha espresso questo giudizio sul bipolarismo e soprattutto sul rientro nel campo del centrosinistra. Per me la critica al bipolarismo non la possiamo archiviare come se fosse stato un incidente di percorso. Uno dei grossi problemi di questo Paese è dato proprio da questo bipolarismo, dal fatto che ci sono due poli che non sono in grado di governare il Paese, perché hanno visioni della società completamente diverse al proprio interno. Basti pensare al voto, adesso, sulla presidente della Commissione europea: i due principali partiti del centrosinistra e i due principali partiti del centrodestra votano in maniera difforme non sulla regola del condominio ma sulla presidente della Commissione europea. Io penso che noi dobbiamo fare il nostro, noi dobbiamo strutturare un'area liberaldemocratica in questo Paese e quando ci saranno le elezioni decidere se e come partecipare ad una coalizione o ripresentarci, come è avvenuta alle ultime elezioni, con una coalizione autonoma del terzo polo.
Si aspettava le forti aperture di Piersilvio e Marina Berlusconi?
C'è sempre stata una freddezza con l'attuale capo del governo. Ha iniziato il padre ed è proseguita, evidentemente, con i figli. Però devo dire la verità, in questo momento quello che accade lì mi interessa relativamente, nel senso che guardo innanzitutto in casa mia e penso che noi stiamo commettendo un ulteriore grave errore dopo alcuni già commessi. Dall'altro, penso che se noi ci vogliamo accreditare anche nei confronti di chi non ci ha votati o vota dall'altra parte, ma soprattutto nei confronti di chi non vota – visto che ad ogni elezione ci sono circa tre milioni di elettori in meno rispetto alle elezioni precedenti - dobbiamo provare a capire a questo Paese che cosa manca. Io penso che manchi quella forza di cui parlavamo prima: una forza europeista, saldamente ancorata all'alleanza atlantica, che pensi al merito, che difenda il diritto a fare impresa. E’ chiaro che rispetto ad alcuni di questi argomenti ci sono sensibilità che trasversalmente fanno presa in chi vota centrosinistra e in chi vota centrodestra. Se noi oggi ci consegniamo al campo del centrosinistra, senza aver neanche strutturato la nostra area, con il nostro dignitoso 2%, penso che ci sia molto poco da incidere, altro che animare l'anima blairiana del centrosinistra. Per me è piuttosto il tentativo di difendere un gruppo dirigente e non invece un'idea che in Italia può fare presa.
E come si ricostruisce oggi quest'area liberaldemocratica?
Renzi lo ha detto, dicendo terzo polo con un terzo nome. E’ chiaro che sia Renzi che Calenda devono pensare di avere un altro ruolo, non un ruolo di leadership. Renzi ha detto un'altra cosa importante, ovvero che la comunità di Italia Viva da sola non basta. Se solo vere queste cose bisogna essere consequenziali, immaginare una nuova leadership in grado di rimettere insieme quello che è stato il terzo polo e poi, se a sostenere la presidente della Commissione europea c'è una maggioranza in Europa, perché non dobbiamo pensare che quella stessa maggioranza non possa ricostituirsi anche in Italia? In fondo il bipolarismo si reggeva attorno alla figura di Berlusconi, chi stava con Berlusconi e chi stava contro Berlusconi. Oggi che Berlusconi non c'è più è chiaro che quel bipolarismo non ha più ragion d'essere, non regge. Lo vediamo ogni giorno sui temi. Il punto è noi che ruolo decidiamo di giocare, cioè se noi pensiamo di accontentarci di partecipare ad una coalizione per sconfiggere l'avversario, ovvero quello che è stato fatto dal 1994 ad oggi, il risultato è che nessuna coalizione è poi in grado di governare. I governi durano fino a quando non toccano gli interessi precostituiti di questo Paese, altrimenti cadono. Lo abbiamo visto con Draghi sulla concorrenza, con Renzi sulle riforme istituzionali. Il primo governo nato con il bipolarismo, quello di Berlusconi, durò sette mesi. Penso che noi abbiamo bisogno di fare altro, prendere atto che fino ad oggi abbiamo sbagliato giocando sull'ambiguità e pensando che si potesse stare in coalizioni come quelle del centrodestra che con noi non hanno nulla a che spartire. Penso che sia stato un errore aderire alla coalizione del centrodestra, tanto in Regione Basilicata quanto al Comune di Genova, ma per riferirci a casa nostra anche a San Severo. Lo stesso giorno in cui tu presentavi agli elettori il progetto degli Stati Uniti d'Europa, ti candidavi con il tuo simbolo nella stessa coalizione con quelli di Meloni e Lega. Non regge, tu devi avere un messaggio molto chiaro. Essere alternativi alle due coalizioni non significa esserne equidistanti. Noi col centrodestra non abbiamo nulla a che spartire. Possiamo immaginare domani, di fronte ad una scelta, come ha fatto Macron, di dover scegliere e sceglieremmo il campo del centrosinistra. Si vota fra tre anni, hai una forza che esce a pezzi dalle elezioni europee. La classe dirigente non la si vede più.
Nel Sud il voto è intercettato da leader populisti, alla De Luca, Emiliano e Conte. Come si entra come forza liberaldemocratica nel Mezzogiorno?
Se pensi che nella città di Lecce è tornata a fare la sindaca Adriana Poli Bortone significa che il problema della classe dirigente è un discorso serio che non interessa soltanto ad un partito politico piccolo come il nostro. In Puglia sono ormai 15 anni che siamo condizionati dal dibattito attorno a Michele Emiliano, a cosa deve fare Emiliano. E’ un dramma. Io ho avuto un'esperienza, in questi anni di attività con Italia Viva, in cui ho conosciuto classe dirigente preparata, seria, come Ada Fiore a Lecce. Ecco, io penso che per un partito come Italia Viva non investire su personalità come la ex sindaca di Corigliano d'Otranto sia stato davvero un grave peccato. Le classi dirigenti crescono attorno a delle idee e attorno ad altra classe dirigente. Noi abbiamo un'esperienza straordinaria nella nostra regione che è quella di Teresa Bellanova, che però è fuori dalle istituzioni. Io ho molta stima di un altro leader meridionale come il siciliano Davide Faraone, ma per il resto non abbiamo classe dirigente. In Campania c'è un bravissimo assessore che è stato candidato alle europee e sarebbe stato eletto se avessimo raggiunto il quorum, però parliamo di pochi. Attorno a queste persone tu devi costruire, se invece tu al primo Stellato che ti passa davanti lo prendi rinneghi un po’ tutta l'operazione che tu hai voluto fare con Italia Viva. La promozione di una classe dirigente nuova è stata sacrificata sull'altare di “andiamoci a prendere chi ha qualche voto”. E poi magari perdi i tuoi riferimenti storici ed è davvero un peccato. Non sfuggo, però, alla domanda. Come si fa in una regione come la nostra, in questa area del Paese, a dire che sei contro il reddito di cittadinanza, perché altrimenti ti si mangiano vivo? Devi avere quello che ci ha insegnato Renzi, devi avere il coraggio delle tue idee, prima o poi quelle idee se sono valide costruiranno consenso e classe dirigente. Ecco, mi pare che noi stiamo prendendo qualche scorciatoia che rinnega questo.
L'impressione è che l’ultima fase di Italia Viva sia stata caratterizzata dalla ricerca anche affannosa di partiti personali nei territori, di Mastella in sedicesimi.
Sì, sono d'accordo. Noi abbiamo avuto una vicenda congressuale in Puglia e in Capitanata che purtroppo lo conferma. Però io penso che ci sia tempo per recuperare, penso che il movimento innescato dal documento di Marattin possa in qualche maniera riaprire una discussione al nostro interno. Secondo me per la prima volta Renzi subisce un'iniziativa che è di stimolo per riflessioni importanti. Io mi auguro che l'iniziativa di Marattin non si fermi e che riesca a mobilitare anche quelli che non ci sono, cioè quelli che hanno preferito disimpegnarsi, perché lo spazio per un'area liberaldemocratica in questo Paese c'è.
Lei è stato presidente del Pd, che impressione ha oggi di quel partito?
Hanno riconquistato la città di Manfredonia, che per loro era molto importante, è stata conquistata la città di Foggia. Sono due pezzi rilevanti su cui si regge il consenso del Pd. Mi pare ancora molto legato a Raffaele Piemontese, non è per forza un fatto negativo. Il dinamismo di Raffaele mi sembra che qualche risultato lo stia producendo, anche in termini di avvicinamento di classi dirigenti. Penso a quello che è accaduto a Vieste. Però resta un partito personale, cioè il fatto che io lasciai il Pd 5 anni fa, per aderire all'inizio alla fondazione di Italia Viva, non significa che abbia dimenticato le logiche per le quali andai via. Il Pd era e resta una confederazione di partiti personali.
Interlocutori privilegiati sono sicuramente per voi i mondi dell'impresa. Ritiene che ci sia una disponibilità oggi a ragionare?
Secondo me oggi non c'è nessuna disponibilità perché noi purtroppo la credibilità che avevamo conquistato con il voto delle politiche l'abbiamo persa con la rottura del terzo polo, errore che abbiamo pagato anche alle europee, non raggiungendo il quorum né noi né Più Europa né Calenda. Riconquistare la credibilità dopo che l'hai persa è molto più complicato che conquistarla per la prima volta. Quindi oggi io penso che non c'è nessuna disponibilità a guardare a noi, perché anch'io guardo con molto scetticismo.
Quella di Marattin è una sfida per la leadership evidente.
E’ una sfida per la leadership, ma è una sfida a cui ha chiesto di partecipare Matteo Renzi. Cioè quando Matteo Renzi dice terzo polo con un terzo nome dice “io non sono della partita”. E la sfida di Marattin non è soltanto ad Italia Viva ma ad Azione.
Calenda appare molto arroccato in una visione di tutela di quest'area. O no?
Calenda è una vera sciagura per il campo riformista, quella di Calenda è una lotta per la sopravvivenza. Però io penso che anche all'interno di Azione qualcosa si stia muovendo.
Che futuro immagina per sé?
Da tanti anni ho rinunciato alla carriera politica, mi occupo della mia famiglia e delle mie attività. Non rinuncio a partecipare al dibattito pubblico e alla vita pubblica. Penso di avere qualcosa da dire, da dare, e voglio metterlo a disposizione. Ma non come quelli che dicono di mettersi a disposizione e poi si candidano sempre loro. Non ho nessuna intenzione di riprendere l'attività elettorale ma voglio continuare a dare una mano.
(a cura di Lucia Piemontese)
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