Analisi del voto, Montinaro: "La partecipazione giovanile il dato più edificante, sono loro la forza motrice"

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Il primo dato da cui partire, secondo Orazio Montinaro, è quello della partecipazione dei più giovani. Il referendum sulla giustizia, che sul piano nazionale ha assunto un significato politico molto più ampio del merito tecnico della riforma, consegna infatti un segnale che riguarda soprattutto una generazione spesso descritta come distante dalla politica. “La prima cosa, la più importante. Il dato più bello è quello dell’affluenza alle urne dei giovani tra i diciotto e i trentaquattro anni, che hanno votato prevalentemente No. È il dato che balza agli occhi e che indica che la forza motrice, in questo momento, sono i giovani. Così tartassati. Oltre sei milioni di studenti, diplomati e laureati, negli ultimi dieci anni sono emigrati al Nord o addirittura all’estero per cercare lavoro”. Per l’ex senatore foggiano, storico dirigente della sinistra italiana dal Pci al Pd, quel voto non è soltanto un fatto generazionale. È anche il segnale di una frattura sociale profonda che attraversa il Paese. “Questa enorme massa di giovani ha capito che questa società non risponde ai loro bisogni. E tantomeno corrisponde ai loro sogni la creazione di un mostro giuridico che avrebbe messo sotto schiaffo la magistratura”. Dentro questo quadro Montinaro inserisce anche un altro elemento che, a suo giudizio, riemerge ciclicamente nella storia politica italiana: la difesa della Costituzione. “A me pare – ma è successo già altre volte, più o meno ogni dieci anni – che emerga il dato della difesa della Costituzione. È come se nel profondo questa società avvertisse la Costituzione come una barriera forte a difesa dei suoi diritti. Nel 2006 ci provò Berlusconi, poi Renzi nel 2016 e adesso Meloni nel 2026. La società risponde sempre allo stesso modo: la nostra Costituzione è importante e non si tocca”. Montinaro ricorda anche come il dibattito tecnico sulla separazione delle carriere, in realtà, sia stato spesso usato come contenitore politico più ampio. “Ho letto un bell’articolo su Ansa di un giurista che spiegava di non essere contrario alla separazione delle carriere, ma che la riforma Cartabia l’ha di fatto già prodotta. Quello che c’era in gioco, invece, era la Costituzione e i diritti civili. Nordio lo ha detto molto esplicitamente, senza concludere la frase ma dandole comunque un senso evidente. La difesa della magistratura è la difesa dei diritti. Perché in fondo la Costituzione cosa fa? Difende i diritti dei più deboli”. È dentro questo quadro che, secondo l’ex senatore, va letto anche il risultato delle grandi città. Non soltanto Napoli o Milano, ma anche Foggia. Nel capoluogo dauno il No ha superato nettamente il 60 per cento dei consensi, un risultato che per molti osservatori conferma l’esistenza di una società civile ancora orientata a sinistra. “Il voto delle città è un elemento decisivo. Napoli su tutte, ma anche Milano per esempio. E Foggia, naturalmente. Nei contesti urbani lo scontro politico, sociale e culturale è più avvertito. Ci sono processi più ampi, i giovani sono più presenti, ci sono gli atenei, i centri di ricerca, i giornali”. Secondo Montinaro è proprio questa struttura sociale a spiegare perché la narrazione politica della destra non abbia trovato terreno fertile nelle realtà urbane più articolate. 

“La destra ha soffiato, come sempre, sulla paura. Dicono che Meloni abbia mantenuto un profilo più alto rispetto ai suoi. Ma quale profilo più alto? Ha detto di tutto contro i magistrati. Questo tipo di campagna elettorale ha colpito i più deboli, i meno informati. Nei contesti urbani, dove la società civile è più strutturata, non ha attecchito. I cittadini si sono dimostrati pronti a difendere i diritti fondamentali”. In Capitanata il voto conferma dunque, secondo questa lettura, la presenza di un’area progressista che continua a pesare nel dibattito pubblico locale. Allo stesso tempo però la geografia del referendum restituisce dinamiche molto diverse da zona a zona. Il caso più evidente è quello di Cerignola, dove la partecipazione alle urne è stata particolarmente bassa per una città che per decenni ha rappresentato una delle principali roccaforti della sinistra in provincia di Foggia. “Come dirlo con correttezza? Sicuramente anche a Cerignola esiste una società civile colta, un ceto medio riflessivo, un’opinione pubblica. Ma è più debole, forse. Meno preparata. Meno complessa. E quindi è più preda delle televisioni, dei giornalacci. Di conseguenza si sente meno partecipe di questi processi”. 

Molto diverso, invece, il quadro di altri centri della provincia. A San Giovanni Rotondo e a San Marco in Lamis la partecipazione è stata decisamente più alta rispetto alla media provinciale, realtà nelle quali continuano a pesare reti sociali consolidate legate al lavoro pubblico e ai servizi. Nei piccoli comuni dei Monti Dauni la dinamica è ancora differente e il ruolo dei sindaci e delle leadership locali resta decisivo nella capacità di mobilitare l’elettorato e orientarne il voto. Sulla fascia garganica, invece, il risultato mostra un andamento in controtendenza rispetto al resto della provincia, con una presenza più significativa del voto favorevole alla riforma. Montinaro invita però a non ridurre questa dinamica soltanto alla struttura economica del territorio.

“Sul Gargano, cioè sul mare, secondo me non è una questione di tessuto imprenditoriale, ma il fatto che le visioni culturali e politiche siano più fluide. Può esserci una parte della società che, piuttosto che ragionare politicamente o culturalmente, ragiona secondo la logica dei piccoli interessi”. 

Il referendum, infine, ha avuto anche un effetto politico interno al Partito Democratico. Il risultato delle urne rafforza la linea della segretaria Elly Schlein e ridimensiona il peso dell’area riformista e liberal che si era schierata per il Sì. Montinaro osserva questa dinamica con lo sguardo di chi ha attraversato diverse stagioni della sinistra italiana.

“Molti hanno creduto che la parte riformista del Pd fosse forte. Io, dopo la morte di Berlinguer, ero con l’area riformista: Napolitano, Lama, Macaluso. Insomma i miglioristi (sorride). Ma mi faccia dire che non c’è nessun paragone con l’attuale area riformista, proprio a livello di peso politico all’interno del partito”.

Una differenza che, secondo l’ex senatore, riguarda soprattutto la natura politica di quella corrente. “La loro, a mio avviso, è stata una logica essenzialmente politica. E dovrebbero capire che nel partito lo spazio per questo tipo di logica oggi non c’è”. Dentro questo scenario il referendum diventa così anche un passaggio che accredita la segretaria democratica come punto di riferimento dell’intera area progressista in vista delle prossime sfide politiche nazionali. Un voto che, al di là del merito della riforma, restituisce l’immagine di un Paese attraversato da fratture generazionali, sociali e territoriali che continuano a riflettersi anche nella geografia politica della Capitanata. 

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