Tutto (o quasi) è stato già detto, discusso, dibattuto. Al netto del merito tecnico della riforma della giustizia proposta dal ministro Carlo Nordio, che è pane per giuristi, il voto referendario di domenica e lunedì è stato qualcosa di più di una consultazione tecnica su una modifica dell’ordinamento giudiziario. Il risultato delle urne ha assunto un significato politico evidente e ha rappresentato il primo vero momento di difficoltà per il governo di Giorgia Meloni. Allo stesso tempo ha rafforzato la coalizione progressista, in larga parte contraria, e in particolare la linea scelta dalla segretaria del Pd Elly Schlein, non solo rispetto alla leader del centrodestra ma anche rispetto ai suoi alleati del campo largo e ai propri critici interni. Dentro questo quadro nazionale emerge un elemento che merita particolare attenzione. I dati pubblicati dal Ministero dell’Interno mostrano infatti una partecipazione significativa soprattutto tra gli elettori più giovani e un orientamento piuttosto netto verso il No nella fascia under trentacinque. Un segnale interessante, perché arriva da una generazione che spesso viene descritta come distante dalla politica e che invece in questa occasione ha inciso profondamente sul risultato complessivo. Se il piano nazionale aiuta a capire, a grandi linee, il significato politico della consultazione, il voto della provincia di Foggia offre una lettura ancora più concreta di come quel risultato si distribuisca dentro un territorio socialmente molto diverso da zona a zona. In Capitanata il referendum ha confermato l’esistenza di una società civile progressista che continua a pesare nel dibattito pubblico locale e che riesce ancora a orientare il consenso. Il capoluogo resta uno dei punti più solidi di questo sistema. Guardando la mappa del voto emergono però dinamiche differenti. A Cerignola il dato della partecipazione segnala un evidente scollamento tra elettorato e rappresentanza politica, in una città che per decenni è stata – e lo è ancora – una delle roccaforti della sinistra in Capitanata. Sull’area garganica, invece, il consenso al Sì cresce rispetto alla media provinciale e riflette un tessuto economico e sociale molto diverso da quello dell’interno. Ci sono poi altri elementi che aiutano a leggere la geografia politica del territorio. La grande affluenza registrata a San Giovanni Rotondo e San Marco in Lamis conferma quanto il settore pubblico continui a incidere nella formazione dell’opinione politica locale. Nei piccoli centri dei Monti Dauni, invece, resta forte il peso delle leadership amministrative, capaci ancora di mobilitare comunità ristrette e di orientarne il voto. Dentro questo quadro si inserisce anche il caso di Torremaggiore, dove il Sì prevale nonostante l’amministrazione saldamente espressione del Partito Democratico, segno di come il voto referendario possa seguire dinamiche diverse rispetto agli equilibri politici locali.
Sul significato politico del voto è intervenuto ieri anche Raffaele Piemontese, assessore regionale e dominus del Pd di Capitanata. “La vittoria del No, con il 54%, dice che la maggior parte degli italiani ha colto fino in fondo la posta in gioco: la difesa dell’equilibrio costituzionale e della qualità della nostra democrazia”. Per Piemontese il referendum consegna anche un segnale politico chiaro alla maggioranza di governo. “Non si possono mettere in discussione gli equilibri costituzionali mentre il Paese affronta una gigantesca questione economica e sociale”. Il dirigente dem sottolinea soprattutto due elementi: partecipazione e voto generazionale. “Un’affluenza vicina al 60% in un referendum senza quorum è un segnale potente di vitalità democratica. Ancora più significativo è il dato dei giovani: il 61,1% tra i 18 e i 34 anni ha votato No. Sono stati loro a fare la differenza”.
Uno sguardo anche al territorio. “Il dato nazionale trova conferma a livello locale. A Foggia città il No supera il 60%, attestandosi al 60,20%, trainando l’intera Capitanata”. Un risultato che, secondo Piemontese, indica una direzione politica precisa anche per il futuro. “Nel Paese esiste già una maggioranza alternativa. Ora abbiamo la responsabilità di organizzarla”. Sono questi, tra gli altri, i temi che l’Attacco ha affrontato nelle due interviste che seguono con il senatore foggiano Orazio Montinaro e con il sociologo sipontino Silvio Cavicchia, per provare a leggere insieme il significato politico e sociale di un voto che ha attraversato l’Italia e la Capitanata lasciando indicazioni tutt’altro che marginali.
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