Collaboratori di giustizia a gogo tra ex Romito, zero nel clan dei Montanari. Familismo che evita i cedimenti

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Da un lato la proliferazione dei collaboratori di giustizia tra le fila del clan Romito-Lombardi-Ricucci-La Torre. Dall’altro, nel fronte avverso del clan dei Montanari, un muro inscalfibile e nessun cedimento. Zero pentiti nel gruppo Libergolis-Miucci. L’azione della Squadra Stato ha fatto passi da gigante nell’annientamento dei due gruppi della mafia garganica in guerra dal 2008, ma i sempre più numerosi collaboratori di giustizia continuano a riguardare solo il primo clan, quello che ha come epicentro Manfredonia. Da ultimo ha scelto di collaboratore con gli inquirenti anche il 59enne mattinatese Francesco Notarangelo (in foto), detto Natale, che fino agli scorsi anni è stato storico sodale dei Romito nella “farfalla bianca del Gargano” insieme a Francesco Pio Gentile (assassinato nel 2019), ai fratelli Antonio e Andrea Quitadamo detti Baffino e a Francesco Scirpoli. Notarangelo, che è imputato nel processo scaturito della maxi operazione della DDA Omnia Nostra del 2021, si è aggiunto alla giù considerevole sfilza di pentiti del clan: i due fratelli Quitadamo; il manfredoniano Antonio La Selva; i viestani Marco Raduano, Liberantonio Azzarone, Danilo e Giuseppe Della Malva, Orazio Coda e Giovanni Surano. 

I vantaggi della collaborazione sono indubbi: nelle scorse ore è stata chiesta una riduzione di pena a 20 anni in appello per l’ex boss Raduano, condannato all’ergastolo nel processo Omnia Nostra. La stessa richiesta è stata avanzata per Francesco Notarangelo: 8 anni e 6 mesi rispetto ai 13 anni e 4 mesi inflitti in primo grado per mafia e favoreggiamento. Dietro l’impenetrabilità, invece, del clan di Monte Sant’Angelo c’è un chiaro familismo mafioso, come spiegato dalla gip Valeria Valenzi nell’ordinanza dell’operazione Mari e monti, che ha inflitto un durissimo colpo ai Libergolis-Miucci. Nonostante conti morti e detenuti, il gruppo si mantiene a tal punto coeso e basato su una piena fedeltà a vertici e ai sodali da non aver registrato ad oggi un solo pentito. 

La gip, a sostegno dell'esistenza di un nucleo genetico fulcro del vincolo associativo, ricorda i numerosissimi legami familiari tra gli indagati e non solo: l’attuale reggente Enzo Miucci è cugino dei capi, i fratelli Libergolis, in carcere da anni; Lorenzo Scarabino è il cognato di Enzo Miucci, di cui Antonio Miucci è il figlio e Dino Miucci il fratello imprenditore; Roberto Prencipe è figlio di Pietro e di Rosa Silvestri, cugina di Giuseppe Pacilli; Claudio Iannoli è cugino di Giovanni Iannoli; Pasquale Totaro è cugino di Raffaele Palena; Piergiorgio Quitadamo è suocero di Omar Trotta; Tommaso Tomaiuolo è cugino di Giuseppe Tomaiuolo, condannato per associazione mafiosa del clan Libergolis nel processo Iscaro-Saburo; Roberto Prencipe è cugino acquisito di Tommaso Tomaiuolo. 

“Il familismo, lungi dall'integrare una mera coincidenza, assurge a dato caratteristico della realtà mafiosa garganica, poiché rinsalda il vincolo associativo, rendendo l'organismo maggiormente unito e impermeabile all’esterno”, evidenzia la gip Valenzi. Un concetto che era stato già spiegato benissimo da Pietro La Torre (clan del Golfo) in una delle intercettazioni del procedimento Omnia Nostra: “Allora lo sai perché dicono che qua la gente, non esce il pentito, non esce, perché è tutta una famiglia, una famiglia significa di sangue, mio cognato, mio fratello, più fiducia di quello penso che non ce ne sta”. 

Ma, come si è visto negli ultimi anni, per il clan Romito-Ricucci-Lombardi-La Torre ciò non ha funzionato, a differenza di quanto continua a verificarsi a Monte Sant’Angelo. Per la gip la struttura parzialmente familiare del sodalizio guidato da Miucci è un’arma in più: il gruppo mafioso è imperniato intorno a componenti della stessa famiglia e tali “rapporti parentali o coniugali, sommandosi al vincolo associativo, lo rendono ancora più pericoloso”. Una fedeltà che è stata cementata, oltre che dai legami familiari, dall’attenzione ai “sussidi” per tutti gli associati (come forma di retribuzione e di assistenza, un vero e proprio mantenimento economico) e dalla dedizione, di buona parte degli associati, nel reperimento di apparati cellulari e schede telefoniche da destinare ai contatti con e tra i detenuti, che venivano periodicamente cambiate per eludere le investigazioni. 

Condotta questa tutt'altro che marginale, tenuto conto che è proprio grazie a tali strumenti che Enzo Miucci e il suo braccio destro Matteo Pettinicchio sono riusciti a gestire la consorteria nonostante la detenzione. Inoltre gli inquirenti di Mari e monti hanno registrato diverse manifestazioni di sentimenti di comune appartenenza, che fanno emergere come i membri del clan dei Montanari si considerino “reciprocamente parte di un tutto”. 

Esemplari le conversazioni intercettate tra Lorenzo Scarabino, Antonio Miucci e Matteo Lauriola. A ottobre 2021, dopo il fallito danneggiamento del mezzo da cantiere dell’impresa edile sipontina Cosmic Impianti srl, i rapporti fra i tre si erano incrinati. Ebbene, per far ritrovare a Lauriola il senso di appartenenza perduto, Scarabino gli ricordò di averlo accolto “dentro la famiglia”. “Dopo che ti abbiamo fatto entrare dentro la famiglia, poi mi vieni a dire tutti questi fatti qua…”.

La gip descrive così, infine, il clan Libergolis-Miucci: “Una verificata stabilità del vincolo associativo, tale da resistere, oltre che ai numerosi arresti e condanne, anche alla faida. Si tratta di rilievo di non poco momento, ove si consideri l'evoluzione storica della consorteria, che dal 2009 all'attualità, ha visto la decimazione dei suoi membri ora per morte, ora per tradimento, ora perché arrestati. Nondimeno, la tenuta del vincolo non ha mai vacillato, a dimostrazione della straordinaria capacità di riorganizzazione dei suoi membri, ma anche e soprattutto della solidità del legame che li lega gli uni agli altri. E il riflesso di tale stabilità - e quindi della capacità di resistere, negli anni, ad ogni evento destabilizzante - è proprio la fama criminale per l'effetto acquisita: la consorteria, per la pericolosità derivante dalla sua resistenza, viene percepita come inarrestabile persino dai componenti del clan rivale, che la temono con la stessa intensità della popolazione locale, che avverte come ineluttabile la morsa mafiosa da essa derivante. Così trova spiegazione la manifesta arrendevolezza delle vittime e la diffusione a macchia d'olio dell'influenza di questa consorteria, accreditata anche fuori regione”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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