Parlare di riforma della giustizia con Francesco Paolo Sisto significa, prima di tutto, tornare alle radici della Costituzione. Perché, ci tiene a chiarire l’avvocato e parlamentare di Forza Italia non si tratta di un progetto nato oggi o legato a una contingenza politica: “Questa riforma parte da molto lontano. Da figure come Matteotti, Calamandrei, Terracini, Chiaromonte, Falcone. E oggi trova il sostegno di grandi costituzionalisti come Augusto Barbera e Sabino Cassese. È una riforma profondamente costituzionale, non ideologica”. Il cuore del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, spiega Sisto, è tutto nel principio di terzietà sancito dall’articolo 111 della Costituzione. “È scritto con chiarezza che il giudice de ve essere terzo e imparziale. Non ci deve essere un arbitro della stessa città di una delle due squadre che scendono in campo. Se io entro in un’aula e so che chi mi giudica è distante sia dal mio avvocato sia dal pubblico ministero, mi sento rassicurato. È una sensazione semplice, umana, ma fondamentale. Qui si tratta di proteggere il cittadino”. Per il viceministro la riforma è, in fondo, di una linearità disarmante: separare i percorsi di chi accusa e di chi giudica per evitare commistioni, automatismi di carriera, sovrapposizioni culturali che rischiano di incrinare la percezione di imparzialità. “Non è una sfiducia nei magistrati, sottolinea, ma un modo per rafforzare la credibilità del sistema e la fiducia delle persone nella giustizia”. Altro nodo centrale è quello del Consiglio Superiore della Magistratura. Qui Sisto usa parole nette. “Bisogna porre fine al dominio delle correnti. Oggi troppo spesso il percorso professionale di un magistrato è influenzato dall’appartenenza, dalla vicinanza a un gruppo organizzato. La riforma punta ad avere magistrati più liberi, valutati per quello che sono e non per ciò che rappresentano”. E la stessa libertà dovrebbe valere per chi siede nell’organo di autogoverno. “Anche i membri del Csm devono poter ragionare con la propria testa, senza sentirsi in debito con la corrente che li ha sostenuti. Questo significa autonomia vera, non formale”.
Nel disegno complessivo rientra anche l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma. Un passaggio che, secondo Sisto, risponde a una logica già applicata in molte professioni. “Avvocati, notai, medici non vengono giudicati disciplinarmente dagli stessi organismi di appartenenza. Hanno organi terzi. Se questo vale per loro, perché non dovrebbe valere anche per i magistrati? Chi viene accusato ha diritto a un giudizio imparziale, a difendersi davanti a un organo davvero indipendente. Questo rafforza l’autonomia della magistratura, non la indebolisce”. Nel suo racconto la riforma appare come un percorso di modernizzazione naturale: “È una riforma di civiltà. Logica, comprensibile, che rende il processo più giusto e più equilibrato. Non toglie potere a nessuno, ma distribuisce meglio le garanzie”. Eppure il dibattito pubblico, osserva Sisto, spesso si allontana dal merito per scivolare nella polemica. Negli ultimi mesi alcune dichiarazioni hanno acceso lo scontro, come quelle del procuratore capo di Bari Roberto Rossi, secondo cui l’indebolimento della magistratura favorirebbe indirettamente la criminalità organizzata, arrivando a ipotizzare che le mafie possano guardare con favore al Sì. “Io credo che questo sia un modo scorretto di affrontare un referendum costituzionale”, replica il viceministro. “Si lanciano suggestioni senza fondamento, si parla per sensazioni. Ma così si con fondono i cittadini. E spesso queste uscite arrivano proprio da magistrati, quando invece – come ricorda il presidente Mattarella – il magistrato non deve solo essere terzo e imparziale, deve anche apparirlo”. Sulla stessa linea critica verso il referendum si è collocato anche Roberto Saviano, che ha legato la separazione delle carriere al rischio di indebolire l’antimafia e la capacità dello Stato di colpire i grandi interessi criminali nell’economia e negli appalti pubblici. Per Sisto, però, queste letture spostano l’attenzione dal punto centrale. “Qui non si sta votando contro la magistratura, né si sta smantellando la lotta alla criminalità. Si sta rendendo il processo più equilibrato e il sistema più credibile. Il pubblico ministero continuerà a essere autonomo e indipendente, ma non farà lo stesso percorso di carriera del giudice. È una distinzione di ruoli che rafforza entrambi”. Alla fine, il messaggio che Sisto vuole lasciare è uno solo: tornare ai testi, alla sostanza della riforma. “Quello che deve essere votato non sono le polemiche, né le caricature mediatiche. Sono norme semplici, chiare, lineari. Se le si leggono senza pregiudizi, si capisce che sono giuste e civili”. E sul clima del confronto pubblico non ha dubbi: “Se qualcuno vuole buttarla in caciara, sbaglia. Il nostro compito è informare, spiegare, far comprendere ai cittadini cosa cambia davvero. Quando si entra nel merito, la riforma parla da sola. Ed è una riforma che guarda alla giustizia del futuro, non alle convenienze del presente”.
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