E’ stato un Natale più sereno per i 30 ex operatori di Universo Salute per i quali è stata chiesta e ottenuta la revoca di tutte le misure cautelari residue. La decisone è stata assunta il 22 dicembre scorso dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura.
Le indagini preliminari sono ancora in corso per accertare le ipotesi di reato di maltrattamento, sequestro di persona e violenza sessuale a danno delle 19 pazienti dell’ex istituto ortofrenico del Don Uva di Foggia. La vicenda è ormai nota: a gennaio dello scorso anno la notizia delle misure cautelari emesse dal Tribunale di Foggia su richiesta della Procura ebbe una risonanza mediatica nazionale,
non solo per la particolare fragilità delle ricoverate ma anche per il gran numero di indagati, 30 in origine. 49 secondo un atto ufficiale della Regione Puglia anche se al momento non sono noti i dettagli di un eventuale allargamento delle indagini. Furono arrestati in carcere alcuni, ai domiciliari altri e sottoposti alla misura del divieto di dimora e avvicinamento infermieri, Oss, educatori e altre figure dipendenti della struttura. A seguito delle misure disposte dall’autorità giudiziaria, la proprietà, la società Universo Salute, ha formalizzato il licenziamento delle persone coinvolte.
L’attività di indagine è stata condotta dai Carabinieri ed è partita ad agosto 2022, ufficialmente a seguito di una intercettazione di una conversazione telefonica tra due sanitari, sotto indagine per un’altra ipotesi di reato, che facevano riferimento ad abusi a danno di alcune pazienti ortofreniche.
Gli inquirenti hanno quindi piazzato videocamere e cimici nel reparto per accertare i fatti. Di lì a qualche mese è esploso lo scandalo, che ha seguito quello di Stella Maris, la Rssa di Manfredonia in cui si sarebbero, secondo gli inquirenti, consumati reati simili.
Nelle settimane e nei mesi successivi alle misure cautelari si sono tenuti anche gli interrogatori di garanzia, durante i quali alcuni degli indagati hanno respinto le accuse e hanno fornito ai giudici ulteriori elementi di valutazione per meglio comprendere il quadro della situazione.
In primavera è emerso che tra gli indagati risultavano esserci anche la dottoressa responsabile, il coordinatore infermieristico e la coordinatrice delle attività sociosanitarie, tutti all’interno del reparto ex ortofrenico e ancora in servizio nella struttura.
Dopo la revoca degli arresti in carcere e ai domiciliari a cui una parte degli indagati fu sottoposta ora arriva anche quella che impediva la dimora e l’avvicinamento al polo sanitario, che pure fu comminata ai 30.
Tuttavia, fanno sapere alcuni degli interessati a l’Attacco, la proprietà impedisce loro l’accesso in reparto, all’interno del quale sono presenti ancora gli effetti personali degli operatori che dall’oggi al domani vennero travolti dall’inchiesta e che non riescono a recuperare.
La revoca è stata salutata con ottimismo dagli indagati, alcuni dei quali, anche da queste colonne, hanno professato la loro innocenza e la loro ferma volontà di chiarire la propria posizione, dopo essere passati per la gogna mediatica, a loro dire, ingiustamente. Tanto che per nessuno si parla ad esempio di patteggiamento.
Nelle prossime settimane sono previste anche le udienze in sede civile, per gli ex dipendenti che hanno impugnato il licenziamento davanti al giudice del lavoro. Ha destato qualche perplessità il fatto che in quella sede siano stati chiamati a testimoniare i responsabili del reparto che pure sono coinvolti nelle indagini “per ipotesi di reato molto più gravi – ha sottolineato a l’Attacco l’avvocato Vincenzo De Michele, giuslavorista che assiste alcuni licenziati -. Senza contare che l’accusa di sequestro di persona non regge più se si pensa che dalle ispezioni è emerso che non ci sarebbero chiavi e serrature alle porte di quelle stanze in cui si è detto fossero state rinchiuse le pazienti.
E ancora, trapela che da luglio a settembre 2022 vi sia stata una carenza di farmaci in reparto, gli indagati ed io ci chiediamo il perché, può questo aver determinato un inasprimento dei comportamenti aggressivi e una maggiore difficoltà nel contenimento degli stessi da parte degli operatori? A questa domanda però dovranno rispondere non i giudici del lavoro ma gli inquirenti, accertando se la carenza di farmaci c’è stata o no e nel caso allargare le indagini per chiarire le eventuali responsabilità”.
Tutti questi elementi su cui ancora non vi è chiarezza legittimano peraltro il dubbio, espresso dall’avvocato, se sia il caso celebrare il processo civile quando in quello penale non si è ancora chiusa la fase preliminare.
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