Casa Sollievo della Sofferenza: chiusura sarebbe catastrofe senza precedenti, ma serve un’operazione verità

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Le aziende assomigliano molto alle persone, si ammalano più o meno gravemente, e hanno bisogno di cure per poter continuare a vivere. L’Ospedale di San Pio gestito dalla Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza da tempo si è ammalato gravemente ed ha bisogno di cure urgenti e adeguate al suo stato di salute. Per dare l’idea della gravità della malattia dell’Ospedale, in soli due anni (2023 e 2024) ha prodotto perdite gestionali per 37 milioni di euro, pari a 56 mila euro giornaliere, accumulando debiti complessivi per 296 milioni su un fatturato di 295 milioni, e il suo bilancio presenta debiti gestionali che non si possono pagare dai suoi attuali asset esigibili per oltre 115 milioni (buco di bilancio), e un patrimonio netto negativo di 73 milioni. Con questi valori, il paziente è di fatto in terapia intensiva, nessuna azienda privata può sopravvivere di fronte a questi dati se non si mettono in atto terapie e cure adeguate alla gravitò della malattia. Ovviamente, il gruppo dirigente della Fondazione né è pienamente consapevole, e la cura da somministrare non può che essere molto pesante se non si vuole far morire l’Ospedale sotto il peso delle perdite e dei debiti accumulati, entrambi insostenibili con i risultati economici e finanziari attuali e degli ultimi anni realizzati dalla Fondazione.

Nessuno di noi si immagina la chiusura dell’Ospedale, sarebbe una catastrofe senza precedenti per l’intero territorio, e non solo in termini occupazionali, 2.618 sono i dipendenti nel 2024, ma anche per la perdita del Bene Pubblico più importante che il territorio possiede a presidio del diritto alla salute e alla qualità delle sue prestazioni. Pertanto, è indispensabile e fondamentale recuperare nei prossimi anni la giusta redditività e gli adeguati flussi di cassa per ridurre il macigno del debito pregresso, e consentire la continuità operativa e gestionale dell’Opera di San Pio, oltre a scongiurare la tenuta sociale che ciò provocherebbe in una terra già debilitata e fragile dal punto di vista occupazionale e dei livelli di povertà raggiunti. 

La cura non può che essere un incremento delle prestazioni e dei servizi resi alla comunità, una riduzione dei costi e incrementi di produttività, e un sacrificio importante da parte dei dipendenti e fornitori. E’ l’unica via di uscita razionale, l’altra sarebbe trovare un improbabile “benefattore” che si prende carico delle perdite e dei debiti in modo perpetuo. 

Tranne che credere a Babbo Natale, la soluzione, anche se dolorosa, è quella del risanamento e della ristrutturazione che necessariamente dovrà coinvolgere tutti, nessuno escluso. 

Le proteste dei dipendenti e dei sindacati di questi ultimi giorni sono comprensibili, non si può che essere solidali, ma la gravità della situazione richiede la messa in atto di cure che sono una riduzione del costo del personale (pari a 160 milioni) di circa il 6%, pari a 10 milioni, costituendo questo il 56,1% dell’intero valore dei ricavi, donazioni comprese, una decremento dei costi operativi (137 milioni)  tra consumo di materiali e prestazioni di servizi di altri 3,5 punti percentuali sul fatturato oltre ad un sacrificio importante dei fornitori di oltre il 30% (40 su 113 milioni) a saldo e stralcio sull’intera debitoria. 

Come dimostrano lo stato patrimoniale, il conto economico e il rendiconto finanziario dei prossimi cinque anni allegati, le sole misure (cure) efficaci per curare la crisi dell’Ospedale sono quelle descritte, non ve nè solo altre plausibili dal punto di vista degli strumenti di risanamento. L’alternativa è la paralisi a breve e la chiusura. 

Il gruppo dirigente della Fondazione, qualora avesse doti di autorevolezza e di leadership conquistate con l’esempio e i fatti, dovrebbe coinvolgere tutti i dipendenti e fornitori in questo percorso di risanamento e di sacrifici condivisi, raccontando la verità e le cause che hanno provocato una crisi così grave e profonda. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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