Costantemente molestate. Per anni. In un ambiente come la scuola. Come la famiglia. La parrocchia. La palestra. Quante si saranno riconosciute
nel post che Claudia Laricchia ha postato. Quante avranno risentito quel mal di pancia che ti accompagna ogni volta che sai che devi per forza essere vicina a chi ti tocca e che per forza devi stare zitta e non potrai dire niente. Perché nessuno ti crederà. Anzi. Ti diranno che menti, ti giudicheranno e ci saranno guai. Allora la scelta da piccola donna saggia e assennata – che ancora non sei – quella giusta, ti sembra tacere.
“Se questo articolo lo sta leggendo proprio quel professore, oggi in pensione, a lui vorrei dire che spero prenda consapevolezza di essere un uomo malato, depravato e profondamente disturbato e quindi di avere bisogno di aiuto. Abbiamo avuto molta paura di lui, non solo per le molestie, ma anche per gli scatti d’ira e l’atmosfera del terrore che creava. Abbiamo avuto paura di lui, ma lui non deve averne di noi. Perché noi non vogliamo metterlo alla pubblica gogna”.
Quando poi diventi adulta e hai gli strumenti per capire e reagire, allora parli. E capita anche dopo anni. Come è accaduto a Claudia Laricchia, Laura Costa e Valeria Lungo, accomunate dallo stesso mal di pancia.
“Per 5 anni, al liceo scientifico Alessandro Volta di Foggia, e cioè da quando avevo solo 14 anni e fino al diploma, io ed alcune delle mie compagne, abbiamo subito costantemente molestie sessuali da parte di un professore. Erano molestie viscide, profondamente schifose, che ci facevano sentire sporche, a disagio e psicologicamente inferiori. Per 5 anni, durante i compiti in classe, questo individuo malato, si avvicinava a noi e ci accarezzava la schiena, fino a slacciarci il reggiseno o a tirarlo mentre ci metteva le mani addosso”.
Quelle bambine che allora sono rimaste in silenzio, oggi, da grandi, hanno trovato il coraggio di riaprire questa ferita. E anche a distanza di anni, si trovate di fronte ad una risposta agghiacciante. "Non ci credo". "Forse stai attraversando un momento particolare ed è per questo che ne parli". "Non ci pensare". Così un adulto di oggi ha commentato il sofferto ricordo di tre bambine di ieri. E così quelle tre bambine, diventate oggi donne e professioniste affermate hanno voluto rendere pubblica la loro storia.
“La spinta a scrivere il post – dice a l’Attacco Claudia – è stata questa risposta collusa, di una persona a noi vicina allora e che abbiamo ricontattato a distanza di anni. Noi eravamo così piccole e ingenue e vivevamo un tempo e una città così culturalmente immatura e impreparata, da non capire veramente cosa stesse accadendo. Non ne abbiamo mai parlato con nessuno. Abbiamo tirato fuori la cosa da adulte. Abbiamo provato quasi sollievo a poter finalmente uscire da omertà e solitudine. La risposta è stata una coltellata”. L’ennesima coltellata, di chi cerca ragioni e sollievo e trova solo amarezza e delusione.
“Non abbiamo trovato giusta la reazione della persona che cito nel post e abbiamo deciso di pubblicare la nostra storia. Mi piacerebbe sottolineare lo scopo per cui lo abbiamo fatto. Scopo secondo me non capito fino in fondo, leggendo commenti comprensibilmente arrabbiati o incomprensibilmente giustizialisti. Eppure, dopo il post ci siamo sentite circondate da tantissimo affetto e solidarietà, in gran parte proveniente dalla nostra rete di Foggia di allora”.
Lo scopo è quello di sensibilizzare e dar voce alle giovani donne che si trovano o si sono trovate nella stessa situazione e normalizzare il fatto di poterne parlare. “Adesso siamo tre donne risolte, adulte, professioniste, viaggiatrici, mamme, mogli, docenti, direttori, architetti, manager, imprenditrici. Siamo tutto questo e molto altro in tre. Quindi abbiamo le spalle forti. Adesso”. E sì. Adesso. Dice bene Claudia, che si chiede: “Le giovani donne che oggi sono nella situazione in cui noi siamo state per cinque anni, possono dire lo stesso?”. Per loro zero problemi fisici, psichici, psicologici, ma convivere con una ferita aperta ha comunque significato qualcosa.
“Le esperienze negative sono foriere di una enorme dotazione di umanità, comprensione degli altri, sospensione del giudizio. Non parlo per altre stavolta, ma per me. I miei dolori, le sofferenze, questi abusi per me sono stati una grazia, un dono, perché – e ovviamente lo capisci a posteriori – mi hanno conferito una consapevolezza più profonda e hanno contribuito a determinare chi sono oggi. Sono madre e mentore di decine di studenti e studentesse e per loro tremo e temo e lavoro sul tema del dialogo. Mi dispiace di tutto, tranne che dei molestatori, che non incontrano alcuna comprensione da parte mia”.
“Non andremo a trovarlo per sputargli addosso il male che ci ha fatto. Dovrebbe avere paura della sua coscienza. Perché leggendo queste parole dovrebbe capire quanto sbagliata sia la sua condotta e quanto agli antipodi sia stato dalla figura di educatore. Non parlerei di perdono, perché se non fa un percorso di comprensione, temo non lo possa capire. A quel professore io direi di trasformare il male e lo schifo che si porta dentro in altro. In pace e in gesti che rendano chiaro che ha finalmente ha capito e che sì, solo così, si può essere perdonati prima di morire”.
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