Bari ha costruito la sua narrazione per uscire dalla crisi (drammatica, appena 15 anni fa). Foggia no

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È partito lo scorso giovedì il ciclo di incontri sulla legalità che ha avuto come protagonista il sociologo e scrittore Leonardo Palmisano. Preparato, competente, ottimo oratore, Palmisano ha messo a tema la sua città, Bari, e le parabole ascendenti e discendenti che l’hanno attraversata negli ultimi decenni. Dalla primavera pugliese vissuta insieme a Nicola La Gioia e Franco Cassano, fino alle occupazioni universitarie, i centri sociali, la criminalità, la cattiva amministrazione, il rogo del Petruzzelli.

Ascoltarlo è stato bello ed importante, grazie alla statura della sua figura, alla circolarità delle sue argomentazioni, capaci di attraversare le arti ed il sociale, le classi bene ed i rampolli criminali, fino alle predizioni e visioni per un futuro che altro non sono se non una pervicace lettura della realtà.

L’occasione è stata la presentazione del suo libro La città spezzata, che è poi quella Bari che ha saputo rimettere insieme i frammenti della sua storia difficile e per alcuni versi dolorosa, tanto quanto la nostra.

Sebbene a noi sembri inverosimile considerata la temperie culturale in cui la sua esistenza si è costruita, Palmisano ha discusso di Bari come di un luogo a tratti senza pensiero, così tanto all’inseguimento del denaro da arrivare perfino ad abbracciare la criminalità. Ha confidato la storia di suo nonno e descritto le produzioni culturali baresi che sembrano non avere avuto una vera e propria scuola.

Ha tolto piccole parti del velo che avvolgono il rogo del Petruzzelli, un luogo che andava oltre “la semplice storia del capoluogo” per raggiungere il panorama culturale del paese e della stessa nazione.  Ha raccontato la risposta che quella primavera pugliese ha organizzato attorno a quel rogo, e affermato che le stesse relazioni sono cultura, la rete lo è. Per arrivare al contraccolpo di classe, alle risposte alle visite di Berlusconi, e a quell’anima commerciale che ha spinto i baresi a mettere in vendita ogni cosa, “perfino le figlie”.

Come un fiume in piena Palmisano ha colto la differenza tra mafia e mafiosità e detto la sua su quella borghesia parassitaria la cui vita tanto si intreccia alla stessa storia del capoluogo.

Così, mentre lo ascoltavamo, ci siamo sorpresi a pensare.

E se lo avessimo anche noi un analista così? Se anche la dolente terra di Foggia potesse godere di un saggista, un’analista e oratore capace di illuminare le coscienze e vivere la strada, tanto da creare comunità capaci di fare la differenza, modificando lentamente costumi ed abitudini che rendono molto facile alla criminalità organizzata innestarsi.

Così ci siamo guardati intorno. Beh no… non ne abbiamo noi di uomini così. Sarà che Palmisano è figlio di un’università più antica della nostra, che faceva ben parlare di sé quando la nostra non era neanche in fasce. Sarà che la fucina di incontri di cui ha potuto godere ha contribuito a formarlo e a definire un carattere di cittadino amante della propria terra, pronto a difenderla attraversa l’ars oratoria, la scrittura, la presa di posizione politica e sociale.

Certo, scrittori che pubblicano non possiamo dire che non ce ne siano. Ma a Palmisano noi gli stiamo dietro. Foggia segue a distanza il capoluogo della sua Regione nella speranza che col tempo possa essere capace di emularne la storia.

E così abbiamo tentato una mappa. Abbiamo domandato ad alcune delle nostre anime migliori cosa significhi tentare di raccontare il territorio, e quanto questo diritto ad autorappresentarsi sia necessario per pensarsi e reagire, grazie alla leva delle arti, che da sempre possono contribuire a cambiare il mondo.

Un Palmisano non ce lo abbiamo, è innegabile. Ma qualche parola nuova comincia a delinearsi. Proviamo a guardare chi sono.

Michele Trecca si dice ottimista riguardo le potenzialità espressive di casa nostra. “Un talento come Palmisano ancora non c’è”, commenta. “Ma sono sicuro che stia arrivando. A differenza di anni addietro, quando foggiani accanto a figure di rilievo nazionale proprio non ce n’erano, oggi possiamo dirci contenti. I nomi che girano sono diversi, alcuni anche di un certo valore. Certo, una narrazione analitica su Foggia non possiamo dire che esista, ma se ne trovano stralci che sanno mettere a fuoco il territorio. La Cerignola di Giovanni Rinaldi, la Capitanata non nominata ma ben riconoscibile di Alessandro Galano, il Gargano di Roberta Jarussi. Dobbiamo sapere aspettare. Sono certo che cose migliori stanno per arrivare”.

Ma cominciamo da principio questa carrellata di nomi e titoli che animano l’editoria foggiana. Ce li indica lo stesso Trecca, che da ottimo libraio qual è, non dimentica di cogliere i semi buoni, capacissimo di intuire in che tipo di pianta evolveranno.

“Non possiamo non citare Ti mangio il cuore, di Foschini e Bonini. Certo, loro non sono di Foggia, ma è della nostra terra che parlano”, comincia Trecca.

“Un testo tra i più venduti è La Quarta mafia, del procuratore aggiunto Antonio Laronga. Ne parlavo pochi giorni fa con lo stesso autore che è passato di qui. Sono in tanti a comprarlo e sembra quasi che lo facciano come un dovere”, una sorta di gesto etico che li spinge a toccarsi velocemente il capo con due dita come a dire: accidenti, eccolo qui! Parla di noi. Non posso esimermi dall’acquistarlo.

“Sono in tanti a prenderlo e si tratta di persone assai svariate tra loro”.

Per secondo Trecca nomina il buon Giovanni Rinaldi con il suo Treno dei bambini, che sebbene sia avulso dalla contemporaneità, non possiamo certo dire che non metta a tema il meridione. “Dapprima era uscito con un’altra casa editrice”, spiega Trecca. “Ma da quando è edito con Solferino sta volando alto, ha ispirato Viola Ardone e resta un libro di cui tener conto”.

Ed eccoci a Piernicola Silvis e al suo Formicae: “Ambientato a Foggia che ha grande valore di rappresentatività. Si tratta di un romanzo, ovvio. E un romanzo rappresenta sempre un punto di vista. Ma Formicae è quello che riferisce di più sul nostro territorio. Poi Silvis ha guardato altrove”.

Con evidente stima Trecca aggiunge all’elenco Alessandro Galano e il suo L’uomo che vendette il mondo. Dove Foggia c’è, sebbene non venga mai citata. “È chiaramente riconoscibile”, continua Trecca, ha perfino riferimenti all’ipogeo della Medusa”.

Ancora, Davide Grittani “che in uno dei suoi libri racconta il nostro territorio, e Katia Ricci, di cui è appena uscito La Controra, un libro di memorie familiari che dovrebbe essere presentato in aprile. Non l’ho ancora letto”, confessa il libraio. “Ma so che il luogo in cui le storie si svolgono è il nostro”.

A giustificazione della mancanza di un saggista o un interprete autorevole della dolente terra di Capitanata, Trecca spiega che si, di foggiani in città ce ne sono davvero pochini. “Arriviamo tutti dalla provincia. Potrebbe essere questo uno dei motivi per cui nessuno si è concentrato sul territorio”.

Trecca continua citando La sposa promessa in cui, in uno dei racconti che compongono l’antologia, Silvis parla della città. “Quella di Silvis è una Foggia di molti anni fa, una passeggiata nella nostra adolescenza, quando sembrava di vivere in un luogo di gran lunga migliore di questo”.

Il nostro libraio assicura che quello presente, pur non avendo altisonanti nomi, resta comunque un momento positivo. “Certo non abbiamo autori di rilievo nazionale, non c’è la stessa vastità di rappresentazione che a Bari. Ma tempi migliori si stanno preparando. C’è consapevolezza e autorevolezza maggiore rispetto al passato: i frutti arriveranno”.

Frutti che Trecca vorrebbe all’altezza di Spatriati, in cui Desiati racconta la Puglia mettendola in comunicazione con Berlino. “E uno dei favoriti allo Strega”, ci dice.

Guardiamo ora al cinema, senza soffermarci sulla produzione di Ti mangio il cuore, che oltre al fonico Jarussi e ai Placido, non sappiamo quante anime foggiane abbia avuto al suo interno.

Concentriamoci invece su un prodotto di casa nostra. Quell’Uomo verticale che Roberto Moretto ha scritto con Christian di Furia e Nicola Rognanese. “Gli uomini verticali sono quelli che non si piegano al malaffare”, racconta Moretto. “Sono uomini che resistono ma che non sempre sono in contatto tra loro. Credo che nella nostra terra siano tanti, ma restano isolati, non sanno diventare cosa comune”.

La produzione, nata insieme a Luca Vigilante e Fabrizia Telesforo, ha sperimentato con mano la difficoltà di trovare produttori, una volta saputo che il tema era quello della criminalità. “Ho desiderato fare qualcosa di più grande dei semplici video che sono gran parte del mio lavoro”, continua Moretto. “Così ci siamo messi in moto e verso aprile il nostro film dovrebbe essere pronto. Faremo il giro dei festival nazionali e poi Foggia. Lo scopo è quello di narrare i due volti della città, quello di chi non si lascia coinvolgere ed il mafioso. Il nostro uomo verticale è Roberto Galano. E anche il suo personaggio, come molti di noi, si sente solo, perché qui non siamo vittime di mafia, ma di terrorismo. È ovvio che la gente sia spaventata. Foggia ha però bisogno di essere raccontata”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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