Un contesto dalla forte valenza identitaria, che merita uno sforzo corale per un intervento di salvataggio e riabilitazione a nuova funzione. Basterebbe entrare nell’ordine di idee di considerare l’Ovile Nazionale e il suo ecosistema come luogo di una matrice culturale che in un secolo di vita ha segnato tappe fondamentali nell’evoluzione della ricerca e pratica empirica della pastorizia, dell’allevamento e del miglioramento della razza ovina, ma anche delle grandi trasformazioni del paesaggio agrario di Capitanata.
Le intenzioni di andare in questa direzione ci sono tutte, almeno così è per Roberta de Iulio che ha colto l’occasione della presentazione del volume L’Ovile nazionale di Foggia. Storia e prospettive per ridestare le attenzioni su un “bene comune” di proprietà pubblica già ricompreso nella pianificazione d’area vasta. In una partecipata conferenza nell’Aula magna del Distum, Saverio Russo ha tracciato le linee salienti della ricerca condotta dal gruppo tecnico-scientifico dell’Università di Foggia incaricato di predisporre il Documento di valorizzazione dei Tratturi della Regione Puglia. “Un documento che è nella sua fase iniziale, che concorrerà ad individuare le azioni pilota per valorizzare la vicenda secolare della transumanza dal valore simbolico molto forte, che è necessario tutelare” ha detto l’ordinario di Storia moderna prima di lasciare la parola all’autrice per l’illustrazione dei contenuti del volume. “La nostra ricerca storica rappresenta un’esperienza da considerare nel suo valore conoscitivo, un contributo fondamentale per appropriarsi dell’identità della comunità e della civiltà che ha caratterizzato e caratterizza paesaggio e produzioni del nostro territorio” ha sottolineato l’architetto e ricercatrice di Unifg.
Dell’unicità e della rilevanza dell’ecosistema del sito su cui sorse nel 1921 l’Ovile nazionale ha parlato il professor Massimo Monteleone, ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee: “Nelle rappresentazioni cartografiche si può notare una stretta vicinanza tra l’Ovile e il Bosco dell’Incoronata. Il territorio di Capitanata è andato incontro nella storia ad una serie di trasformazioni che ne hanno mutato il volto produttivo e del paesaggio, dal bosco, alla prateria, alla cerealicoltura estensiva, all’agricoltura intensiva moderna ed irrigua del 900 con gli interventi di bonifica, fino alle forme più attuali con gli sviluppi tecnologici. Il contesto seminaturalistico dell’attività pascolativa che ancora sopravvive nel lembo dell’Ovile racchiude un valore pregevole, in quanto retaggio storico dei pascoli dell'età della transumanza. Dal punto di vista naturalistico ed agronomico, è un luogo residuale rispetto alle avvenute trasformazioni, costituisce un valore di fondamentale importanza. E’ un habitat e un patrimonio collettivo per cui bisogna immaginare nuove funzioni che possano consentire una fruizione allargata come bene comune di tutti” ha affermato Monteleone.
L’entusiasmo della comunità scientifica è stato però smorzato dalle dichiarazioni del Direttore del CREA - Centro di Ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali di Foggia, responsabile della gestione del bene dal 2016: dopo la cessazione delle attività a vantaggio del trasferimento degli ultimi 400 capi ovini, del personale del centro zootecnico e delle attrezzature nella sede di Bello, in provincia di Potenza, l’ente nazionale ha deciso di cedere in affitto pluriennale i 400 ettari di terreno, lasciando vuoti ed inutilizzati gli immobili, più volte vandalizzati e depredati, che oggi presentano tutte le ferite dell’abbandono e dell’incuria. “Non siamo in grado di gestire l’azienda che si estende su centinaia di ettari, non abbiamo nè mezzi, nè personale - ha tagliato corto Nicola Pecchioni, lasciando intendere che dal Crea non arriverà alcun aiuto -. Il Crea non metterà soldi, se si intende dare corso ad un’azione di valorizzazione come bene comune serve un progetto di lungo periodo, bisogna trovare i fondi e avere la capacità di rendere la struttura fruibile con un investimento che negli anni garantisca una presenza fisica sul posto, non basta ristrutturare”.
Problematica è apparsa anche la situazione per quel che concerne un intervento della Soprintendenza, a cui i ricercatori si sono appellati per avviare la procedura di verifica per la dichiarazione di bene d’interesse culturale: “Il tema centrale è quello della gestione, noi potremmo programmare una richiesta di finanziamenti presso il Ministero per tutelare il sito che ho constatato nel mio sopralluogo che presenta danni strutturali rilevanti, richiede risorse importanti non facili da recuperare – ha detto nel suo intervento a Foggia Anita Guarnieri - . Noi ci stiamo sforzando di cercare di costituire tutele ma il Foggiano è un territorio devastato, che è stato a lungo abbandonato”.
Al momento la priorità dell’ufficio per le province di Foggia e BAT diretto da Guarnieri è quella di mettere in sicurezza le aree archeologiche minacciate dalla proliferazione dei parchi energetici “serve un sistema di regole e prescrizioni d'uso per accompagnare la trasformazione del territorio” ha aggiunto la soprintendente che si è limitata ad indicare un’ipotesi metodologica per l’Ovile nazionale “si potrebbe pensare ad una forma di tutela diretta sul bene ed indiretta sull’area, il supporto dell’Università potrebbe indirizzare meglio l’azione del Ministero. Resta comunque necessario individuare una funzione che prefiguri una gestione, per esempio connessa a forme di sperimentazione”.
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