Piano del freddo: mondi siderali, gli invisibili e le loro emergenze

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Pare aver sortito effetti il pezzo de l’Attacco pubblicato giovedì 9 febbraio. Nelle ore successive, infatti, la nuova dirigente delle Politiche sociali del Comune di Foggia, Serafina Croce, ha chiesto al coordinatore del Pronto intervento sociale municipale di convocare un tavolo (a cui ha partecipato la stessa dirigente) con i partner del Pis e le realtà del privato sociale territoriale per attivare al più presto un Piano comunale di emergenza del freddo (mai esistito in città), al fine di fronteggiare le numerose criticità per poveri e senza dimora in queste gelidi giorni (e notti) di febbraio.

Un’azione caldeggiata in via emergenziale e sulla scorta di un ripensamento (“ringrazio l’Attacco perché quell’articolo mi ha fatto aprire gli occhi”, avrebbe detto Croce in riunione) che ora lascia ben sperare quegli operatori di settore che da tempo segnalano la mancanza di uno strumento istituzionale ad hoc per permettere ai bisognosi di potersi tutelare dalle temperature artiche. Una speranza, che (“a partire dalla grande sensibilità e apertura mostrate dalla dirigente”, come ha dichiarato più di un’operatore) ora lascia ipotizzare che, se quest’anno si sta correndo ai ripari al fotofinish, già dall’anno prossimo le Politiche sociali del Comune di Foggia potrebbero avere una strategia contro il freddo ben pianificata e strutturata.

Al momento da Palazzo di Città, oltre al servizio base di Pronto intervento sociale (con 11 posti letto nel dormitorio maschile e 5 nel centro per donne, però già pieni), non ci sarebbero ulteriori stanze né fondi da mettere a disposizione per l’emergenza freddo. Ma, vista la buona volontà mostrata dalla dirigente, per quest’anno alla realizzazione del Piano concorreranno Gesù e Maria, Parrocchia San Pio X, La Cattedrale, la Caritas e Fratelli della Stazione, che metteranno a disposizione posti liberi (oltre che coperte) di cui dispongono nelle loro strutture d’accoglienza. Dovrebbero ricavarsi così, nelle prossime ore, ulteriori 15-20 letti per integrare l’acuirsi dell’emergenza clochard.

Il Pronto intervento sociale è il servizio annuale (valore 700mila euro) recentemente rinnovato dopo la vittoria del bando da parte della coop Arcobaleno (capofila), Fratelli della Stazione, MedTraining, coop Agape, e Caritas partner del progetto. Un servizio attorno a cui si stringono anche altre realtà ecclesiali che forniscono pasti caldi. Una rete sociale preziosa, che la dirigente Croce, a differenza di chi l’ha preceduta, sarebbe pronta a valorizzare attraverso lo strumento della co-progettazione in atto, che potrebbe portare al futuro Pis anche l’implementazione di ulteriori posti letto per l’accoglienza di fragilità particolari e famiglie monogenitoriali, oltre che una terza centrale operativa e i servizi aggiuntivi di osservatorio, monitoraggio e accompagnamento delle povertà territoriali.

A Foggia i senza dimora in emergenza sono sempre molti. Ma le criticità si radicalizzano nei giorni più freddi dell’anno, come quelli in corso. Quando l’Attacco, giovedì mattina, va a trovare il coordinatore del Pronto intervento sociale, Domenico La Marca, in uno dei due sportelli (in via Candelaro) del servizio municipale di accoglienza, lo trova, ovviamente, impegnato a gestire le numerose segnalazioni al numero verde 800942245. Che spesso arrivano dai tanti cittadini solidali: il volto bello e pulito di Foggia. “Cittadini che non si limitano a segnalare – racconta La Marca – ma  spesso cercano di conoscere la persona in difficoltà e di assisterla fino al nostro arrivo. Cittadini, che, di più, ci donano coperte, viveri e prodotti per l’igiene ad uso dei nostri assistiti”.

Mentre La Marca, tra una segnalazione e l’atra, spiega a l’Attacco la mission e le modalità operative del Pis, affianco a lui, al front-office dello sportello, c’è Annalisa, giovane assistente sociale. E’ una delle risorse del centro interculturale Baobab (tra le realtà del Terzo settore che opera in sinergia con il Pis) la quale, in quel momento, ha di fronte a sé un ragazzo egiziano di 21 anni, arrivato a Foggia da poco. Mohamed dormiva in strada, in zona Tre Archi. Poi è stato preso in carico e accolto nel dormitorio maschile del Pis. Il ragazzo ha permesso di soggiorno ed è giunto in Italia per cercare lavoro.

Annalisa compila le pratiche per instradarlo sul progetto di inclusione ministeriale “P.i.u. Su.Pre.Me”, attivo presso il Consorzio Aranea di Foggia, dove potrà trovare residenza per qualche mese per iniziare, contestualmente, un corso di formazione da aiuto cuoco con l’ente di formazione Smile. Progetti di sistema che mirano a tener distanti dai disumani ghetti della Capitanata le vite dei migranti. Che rappresentano oltre il 70% (di cui molti nordafricani ma anche est-europei) dei 308 ospiti dei dormitori del Pis negli ultimi due anni. Ma ci sono anche italiani ad usufruire del servizio, il cui identikit medio parla di soggetti con un’età piuttosto avanzata (di solito oltre i 55 anni) che hanno perso gli affetti familiari. E che spesso presentano problemi di dipendenze da alcool o droghe, oppure disagio psichico.

“Il nostro – continua a raccontare il coordinatore del Pis - è un traghettare verso esistenze più dignitose i bisognosi del territorio, a partire dalla risposta del servizio comunale all’emergenza, contesto in cui forniamo agli ospiti un letto, pasti caldi, vestiti e servizi per l’igiene personale. In sinergia con le Politiche sociali del Comune di Foggia e con le realtà ecclesiali e associative di settore – continua La Marca –, proviamo a leggere problematiche e necessità espresse da chi si presenta ai nostri sportelli. Facciamo uno screening della persona, cerchiamo di comprendere quale sia la rete ‘familiare’ di cui può disporre. E, infine, ci attiviamo per strutturare nuovi orizzonti di vita più a lungo termine”.

La Marca ricorda il caso di specie di un signore foggiano, con problemi di salute e di vista, che il Pis ha preso in carico e ha poi fatto in modo che ristabilisse i rapporti con i figli, con cui era in rotta di collisione da molti anni. Questi ultimi hanno perdonato le sue mancanze del passato e, insieme alle assistenti sociali comunali, lo hanno aiutato a trovare collocazione in una Rsa.

Non sempre, però, è facile costruire percorsi e progetti d’aiuto per queste persone. E poi c’è chi, tra gli homeless, in dormitorio proprio non ci vuole andare, oppure chi, una volta avutovi accesso, non assume comportamenti corretti, mettendo a repentaglio la gestione del dormitorio. “Tra i requisiti fondamentali affinché il nostro intervento possa essere pieno ed efficace – spiega La Marca -, deve esserci, necessariamente, la volontà del soggetto in difficoltà di riprendere in mano la propria vita, di collaborare nella ricerca di casa e lavoro, di accettare l’attivazione di percorsi di riabilitazione dalle dipendenze, laddove sia necessario. Chiediamo ai nostri ospiti responsabilità e rispetto delle regole interne del Pis”.

Ma non c’è più tempo. Arriva un’altra segnalazione da persona di buon cuore, preoccupata per le condizioni in cui vivono nel suo stesso stabile, in un tugurio a pian terreno senza luce e riscaldamento, due africani. l’Attacco va al seguito dell’intervento di La Marca e Annalisa. Portano con sé coperte d’emergenza, che verranno accettate volentieri da Ibrahim, un ambulante senegalese dagli occhi dolci ad accoglierli presso l’abitazione. Gli operatori del Pis si sincerano delle sue condizioni di vita. Ibrahim gliele racconta. La Marca lo invita a presentarsi, l’indomani, con documenti e regolare contratto di fitto. Il Pronto intervento sociale - attraverso uno dei tanti progetti di inclusione in rete sul territorio - troverà il modo di compiere gli allacci necessari per riportare illuminazione e riscaldamento in quel freddo e buio monolocale, oltre che di sostenere in favore dei due inquilini africani le spese per le utenze.

Il Pis non potrebbe lavorare a servizio dei bisognosi e tracciare per loro precise via d’uscita in assenza della fondamentale rete del Terzo settore cittadino che vi si coagula attorno. Una rete che annovera anche i Fratelli della Stazione, associazione di volontariato che da tempo denuncia l’assenza di un Piano del freddo presso il Comune di Foggia e che, grazie al contributo della Fondazione Monti Uniti, ha attivato da circa 3 anni una convenzione con un b&b, rinominato “Il bunker degli inventori” (in via Sant'Alfonso dei Liguori) per accogliere autonomamente persone in emergenza. Provando così ad integrare una rete di accoglienza istituzionale ancora insufficiente. Soprattutto per donne con bambini a carico che ne abbiano bisogno. Emiliano Moccia, volontario dei Fratelli della Stazione, racconta degli oltre 60 soggetti (italiani, migranti, anziani, e donne con figli piccoli appunto) che “Il bunker degli inventori” - dotato di stanze moderne, bagni e cucine - ha ospitato 24h e per tutto il tempo che si sia reso necessario, nel corso della sua attività. “Soltanto da ottobre ad oggi abbiamo accolto una decina di donne, per lo più africane, con i loro figli. Un segnale che dovrebbe far riflettere la macchina istituzionale dell’accoglienza rispetto ad un necessario potenziamento del servizio”.

Ma tale categoria sociale non è l’unica a restare attualmente fuori dagli aiuti offerti dal Comune. “Lo stesso problema – aggiunge Moccia – riguarda indigenti e senza dimora in condizioni di salute precaria, che, una volta dimessi dall’ospedale, necessitano di residenze con assistenza medica in cui espletare la lungodegenza. Condizioni che, attualmente, né il Pis né il nostro b&b possono garantire”.

E poi c’è la splendida realtà, in pieno centro cittadino, della Parrocchia Gesù e Maria. E’ la struttura “Padre Agostino Castrillo” per la seconda accoglienza di persone in difficoltà. Si tratta di una vera a propria casa per una ventina di uomini adulti, tra italiani e stranieri, alcuni dei quali vi risiedono da ormai diversi anni. Il centro, che può vantare 36 anni di storia, è il più strutturato in città, in termini di inclusione, e si regge grazie al comodato d’uso concesso dalla Provincia religiosa dei Frati nonché attraverso le donazioni dei numerosi fedeli e volontari.

Qui, oltre alle stanze con servizi in camera, ci sono, tra le altre cose, un’ampia sala tv; una cucina animata da simpatiche cuoche volontarie; la sala pranzo; un enorme terrazzo che durante il lockdown ha rappresentato una bella valvola di sfogo per gli ospiti e che si sta pensando di adibire ad eventi letterari che guardino agli invisibili. Qui si può trovare il signor Franco di Spinazzola - amante della rivoluzione cubana e del Che - ospite da 12 anni e ormai custode della struttura, come testimonia l’enorme mazzo di chiavi che porta con sé. Qui si possono trovare anche giovani ragazzi africani dalle storie difficili, traumatiche, sofferenti. Ma dotati di un sorriso enorme e luminoso. Specialmente da quando sono approdati nella grande famiglia di Gesù e Maria. Dove, inoltre, sono attivi importanti servizi per l’integrazione: corsi di italiano, assistenza legale, ambulatorio, distribuzione di farmaci e alimenti.

Ognuno degli ospiti collabora alla gestione di questa meravigliosa comune. Il cui spirito guida è il volontario Roberto Ginese, che, con un “rigido” e al contempo generoso approccio pedagogico, indica il cammino. In una realtà che sperimenta quotidianamente percorsi di crescita umana non solo per i suoi ospiti, ma, in primis, per gli stessi volontari. In questa struttura i bisognosi possono riacquistare fiducia nella vita. E, anche quando sono pronti ad andar via per continuare a inseguire il futuro, vi restano per sempre legati.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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