Dal super ‘Gennarone il rapparo’ alle insoddisfazioni di Piemontese, tutta l’“inconcludenza” di Episcopo

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Da qualche tempo a questa parte gli organi di informazione locale - fra i quali spicca proprio questo Giornale con i suoi report - evidenziano la inconcludenza dell’attuale amministrazione comunale di Foggia, sottolineando il concetto che la attività di questi signori si è tradotta essenzialmente in sterili fumisterie come proclamarsi alfieri della “legalità” ogni treperquattro, recarsi in visita pastorale in qualche “squola” a fare comizietti o comparsate (magari per parlare ai ragazzotti di mafia, legalità e altro ciarpame retorico, tanto per cambiare), fare selfies e interventi nei circuiti instagram e altre cretinate dello stesso genere di narcisismo semimasturbatorio, insomma fare come nella celebre gag della ragazza nullafacente nel film morettiano “Ecce bombo” per descrivere la sua giornata lavorativa (“nulla di preciso . . . giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose . . .”) - E questo da sette mesi a questa parte. Alla fine pare che perfino dalle parti di Piemontese&Co si siano abbastanza rotti le scatole di questo girare a vuoto, un qualcosa di inconcludente che finora è riuscita a produrre essenzialmente solo un paio di sagre della prosciuttella in pieno corso cittadino, un concerto di scalmanati e stonatissimi urlatori in Parco San Felice (parolacce comprese) e davvero poco altro, e che peraltro per l’ immediato futuro prometterebbe addirittura peggio: basta vedere il livello degli scalzacani nominati sul campo “artisti” che dovrebbero ammorbare la prossima estate in Foggia, almeno stando al bando di programmazione che è stato pubblicato a inizio giugno, roba da piangere.

Ora, non è che si voglia fare i pessimisti per partito preso. Ma se dopo sette mesi di governo cittadino i risultati dell’azione amministrativa sono i selfies ciaociao, i comizietti sulla “legalità”, le parolacce di Gennarone il rapparo, la sagra della prosciuttella per insozzare le vie principali e poco altro dello stesso livello, e se l’unico lavoro materiale che finora si è visto in città (si sottolinea: “materiale”, non chiacchiere affidate all’aria) consiste nel rifacimento di trecento metri di asfalto stradale in via Castiglione di fronte alla Zecca, ebbene uno è autorizzato a cominciare a chiedersi se questi qui ci sono o ci fanno: e cioè se la loro inconcludenza dipenda da una sorta di fiacchezza genetica e dall’avere la testa vuota perché così li ha fatti la mamma, o se piuttosto il loro non far nulla sia una precisa strategia intenzionale per evitare guai.

Ci spieghiamo, ma non prima di aver messo in chiaro una premessa.

L’attuale sistema giuridico non esiste in astratto attraverso le sole normative di leggi e regolamenti, ma si sostanzia e si attua soprattutto attraverso l’azione di alcuni organi che applicano in concreto appunto tali regole astratte: la magistratura penale, se e quando indagasse e poi processasse un pubblico amministratore per alcune tipologie di illeciti quali corruzioni, concussioni, traffico di influenze e (fin tanto che ancora resisterà) abusi di ufficio; la Corte dei Conti per danni erariali derivanti da mala gestio di un affare pubblico per condotta colposa; infine la magistratura amministrativa dei TAR e del Consiglio di Stato per controllare la legittimità di provvedimenti amministrativi in caso di ricorsi da parte di soggetti controinteressati, con rischio di buscare il risarcimento dei danni in caso di ritenuta illegittimità grave degli atti adottati in sfavore della parte privata ricorrente.

In sostanza, quando un pubblico amministratore emana un provvedimento, una direttiva, un atto di impulso e così via, cioè un qualcosa che vada oltre lo spostare una scrivania da una parte all’altra della sua stessa stanza, sa perfettamente che a partire da sùbito dopo e fino ai successivi dieci-quindici anni della sua vita magistratura penale, Corte dei Conti e TAR potrebbero intervenire in qualunque momento per contestargli la legittimità o la liceità di quel singolo atto, e di conseguenza rovinargli l’esistenza e non farlo dormire la notte pressocchè finchè campasse in questa valle di lacrime.

A questo punto l’ingenuo - ma no, l’ipocrita - obietterebbe che “chi male non fa, paura non ha”, nel senso che se un amministratore avesse la coscienza a posto quando adotta un certo provvedimento, in forma individuale ovvero in forma collegiale, in teoria non dovrebbe avere alcun timore di una possibile contestazione futura e quindi delle conseguenze nefaste dell’apertura di un procedimento penale, contabile o risarcitorio nei suoi riguardi; ma per l’appunto si tratterebbe di una obiezione del tutto ipocrita, perché il punto rilevante non è se l’atto sia legittimo e quindi se la contestazione sarebbe infondata, ma è il ben diverso aspetto che il solo fatto di vedersi raggiungere da una contestazione penale o risarcitoria (magari milionaria) avrebbe già di per sé un impatto devastante: basti pensare a come vivrebbero, di lì in avanti, tutti i membri della sua famiglia al solo pensiero che di lì a qualche anno il loro familiare potrebbe vedersi appioppare un risarcimento di centinaia di migliaia di euro in comode rate da 2500 euro di trattenute sulla sua retribuzione mensile, o magari sulla sua pensione.

Ora, torniamo alla sindaca Episcopo&Co e cerchiamo di metterci nei loro panni (stretti, larghi o extralarge, a seconda delle rispettive loro siloutte): dovendo scegliere costoro se organizzare un altro “evento” con Gennarone il rapparo, fare la consueta marcetta antimafia zumpappà tanto per riempire la giornata e altre cavolate del genere, ovvero - tanto per dire - se impostare un piano di recupero della Zona Salice, una riorganizzazione della Zona Asi e altre quisquilliucce di quel livello da far tremare i polsi a chiunque, cosa dite che farebbe qualunque persona dotata di un minimo senso di autoconservazione? Noi diciamo la prima. 

E allora, vai con Gennarone, con la sagra della prosciuttella e con il comizietto antimafia, che in quel modo non si rischia nulla.

In conclusione, è chiaro che i poveri Piemontese&Co con le sue cordate imprenditoriali di riferimento scalpitano perché, a causa dell’immobilismo degli amministratori comunali, non vedono girare la patonza (pardon: volevamo dire la lira), e altrettanto dicasi per gli imprenditori dell’edilizia e dei lavori pubblici, gli operatori del commercio, i pochi industriali presenti sul territorio; ma francamente non vediamo come potrebbe essere diversamente. Infatti il nodo del problema in fondo non sta neppure negli amministratori in sè considerati, ma nei meccanismi a monte, a lato e a valle che possono facilmente terrorizzarli e quindi paralizzarli. 

A questo punto molti potrebbero chiedersi: e che li abbiamo votati a fare questi qui? Ma è chiaro, per fare le marcette antimafia zumpappà e tener buono il prefetto per scongiurare la ipotesi di un nuovo scioglimento del Comune per mafia: l’abbiamo detto, scritto e ripetuto ormai una infinità di volte, e puntualmente lo stiamo constatando. Tutto il resto (cioè le grezzate da saltimbanchi, che pure ci appiopperanno lungo tutto il seguito della loro consiliatura) in realtà è solo l’effetto collaterale inevitabile della loro azione amministrativa, il cui nucleo fondante e decisivo è quell’altro lì.
Buon riposo.
(Salvatore Russetti *ex giudice di Corte d’appello - l’Attacco)

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testatina dillo al direttore WEB

 



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