Agostinacchio, la destra perde il proprio “padre nobile”. De Finis: “E’ stato l’ultimo vero Sindaco”

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La destra foggiana e di Capitanata non era pronta, ieri, a dire addio al proprio padre nobile. E’ stato del resto improvviso e inatteso il malore che ha portato via l’86enne Paolo Agostinacchio, deceduto nel proprio studio. Sindaco di Foggia dal 1995 al 2004, il primo eletto direttamente dal popolo, avvocato, parlamentare per tre legislature (nel 1983, nel 1992 e nel 1994), militò nel Movimento Sociale Italiano, poi in Alleanza Nazionale e infine in FdI. L’Attacco lo intervistò nell’autunno 2023 per commentare la sconfitta del centrodestra alle comunali della città capoluogo. “Sono sinceramente dispiaciuto”, dice a l’Attacco Micky de Finis, giornalista ed ex dirigente comunale e provinciale, attuale presidente regionale del sindacato della dirigenza pubblica Direl. 

“Lo conoscevo da sempre, da quando divenne negli anni ’70 consigliere comunale. Era uno dei pochi rautiani, agli antipodi dunque rispetto a me. Ma lo vissi intensamente quando si candidò a sindaco nel ’94. Con lui andai subito in grande conflitto, perché si candidò contro mio zio Vittorio Gentile. Una volta eletto, Agostinacchio ebbe nei miei confronti delle giuste riserve ma un rapporto molto rispettoso. Io ero già dirigente. Oggi ammetto che è stato il sindaco cui ho dato meno, lo dico con sincero rammarico e con senso di colpa. Lo feci venendo meno a qualche mio dovere, per lui avvertivo un'avversione davvero profonda”, continua de Finis. 

“Appena ebbi l'opportunità andai via e divenni dirigente della Provincia con Pellegrino presidente. Confesso che ad Agostinacchio gliene ho fatte di tutti i colori. Lui aveva una tempra ironica e quando tornai in Comune non volle che mi mettessi in aspettativa, mi chiese invece di dargli una mano. Iniziai a conoscere l'uomo. Parlavamo a lungo, iniziò a confidarsi con me, ci incontravamo anche a Pescasseroli. Mi faceva leggere i suoi interventi, mi fece anche scrivere delle cose per lui quando era presidente dell'assemblea Anci. Nacque un rapporto completamente diverso, non c'era settimana che non ci sentivamo al telefono. Era un gran signore, proveniva da una famiglia importante di latifondisti. Era nato ad Ascoli Satriano ma aveva studiato al liceo a Cerignola. Era dunque legato a tutto il territorio di Capitanata”, prosegue de Finis. 

“Ritengo che sia stato l'ultimo vero sindaco di Foggia: incarnava l'istituzione con una terzietà assoluta. Lui e Antonio Pellegrino sono stati due giganti. Agostinacchio aveva sicuramente più spessore istituzionale, carisma, cultura e storico rispetto ai sindaci venuti dopo di lui, al di là dei giudizi politici che si possono dare sui suoi due mandati. Nella tragedia di viale Giotto lavorammo spalla a spalla, lui come sindaco ed io come vicepresidente della Provincia. Gli escavatori di Palazzo Dogana arrivarono sul posto tra i primi mezzi soccorritori”, ricorda ancora de Finis.

Il cordoglio attuale non può però far dimenticare quanto di peggio avvenne nel secondo mandato sindacale, dall’urbanistica alle finanze, all’emergenza abitativa. “Uscì indenne da quella consiliatura. Aveva individuato i propri nemici: alcuni ambienti massonici, come li chiamava; certi ben noti gruppi di pressione e interesse, legati soprattutto alla cultura del latifondo. Agostinacchio diede sfogo ad una cultura del popolarismo, al pari di Vittorio Salvatori. Penso agli alloggi popolari. Certo è un tema quello della mia risolta emergenza abitativa”, commenta Micky de Finis. “Ma quel versante era ingabbiato in trame anche poco pulite e malavitose. Sicuramente il suo secondo mandato fu molto complicato. Ci fu la vicenda del fallimento della municipalizzata Federico II, un'iniziativa senza precedenti nella storia dei campanili d'Italia. Lui ci credeva davvero e, anche quando quell'esperienza andò verso il fallimento, la difese coi denti. Aveva un’idea di città moderna. Ricordo quando mi diceva che l'unica vera forma di compromesso storico consumatosi era quello tra la classe latifondista del Sud e gli imprenditori, in pratica i palazzinari”. 

Quale eredità ha lasciato al centrodestra di Capitanata? “Penso che abbia lasciato una traccia indelebile, al pari di Pellegrino e Salvatori. Era molto sensibile alle sacche del degrado sociale. Aveva un grande seguito popolare ed è stato l'unico della destra foggiana a viaggiare in certi ambienti romani. Non ha mai digerito la svolta di Fiuggi e quello che è successo. Raggiunse la presidenza della Commissione Finanze eppure scelse di candidarsi a sindaco, quando poteva fare il parlamentare ancora per molti anni. Fu una scelta per la città. Una delle tracce più significative da lui lasciate, rimasta incompiuta, è il lavoro sul senso di identità: il mito della Madonna dell'Incoronata, il bosco di pianura più grande d'Europa, Foggia capitale della Pentapoli. Tuttora si vedono alcuni simboli di quel lavoro. Aveva alla fine preso atto che l'esperienza di Fratelli d'Italia, così come concepita da Giorgia Meloni, era la parte politica in cui poteva continuare a riconoscersi, mentre non ebbe mai rapporti buoni né con la Lega né tantomeno con Forza Italia. I primi problemi di sfaldamento dell'amministrazione Landella 2 li provocò Agostinacchio, che era molto critico su quanto avvenuto a Foggia negli scorsi anni. Quando Landella epurò Claudio Amorese dalla giunta esplose e ci fu la rottura di ogni dialogo tra lui e il sindaco. Del resto i due non avevano mai avuto un grande rapporto. E’ difficile dire oggi chi ne prenderà il testimone, quella politica non esiste più. So che nell'ultima sua campagna elettorale, le comunali 2023, diede una mano ad Amorese e Valentina Cerisano. Aveva un ottimo rapporto anche con Concetta Soragnese”.

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