Durante la serata, è intervenuto il direttore del quotidiano l’Attacco Piero Paciello. “Serve stabilire e fissare alcuni paletti, partendo proprio dalla vicenda ultima che ha interessato il mio giornale”, ha esordito.
“Lucia Piemontese, che scrive da tempo di viluppi di potere tra Foggia, Manfredonia, Mattinata e Monte, è stata insolentita in malo modo dal coordinatore regionale di Avviso Pubblico”, ha ricordato. “Viene trattata da costui come un’addetta stampa, una che praticamente si vende all’avversario politico. Ora, al netto delle polemiche, la cosa clamorosa è questa considerazione dell’informazione come strumento al servizio di questo o quell’interesse, questo o quel portatore d’interessi, questa o quella parte politica. Cosa che si crede probabilmente anche nell’assemblea della Consulta per la legalità, perché io ho chiesto diversi mesi fa di partecipare come giornale e non mi è stato concesso”, ha ribadito. “Qual è il dubbio? Qual è l’obiezione rispetto alla partecipazione di una testata? Questa idea che l’informazione non valga o che sia al servizio di qualcuno è clamorosa, e offre una misura sia della qualità del nostro ceto decisore che della percezione che si ha del ruolo dell’opinione pubblica in questo territorio”, ha rimarcato.
“Io chiedo alla Consulta, visto che non ho avuto risposte, innanzitutto per quale motivo lo statuto non prevede la partecipazione delle testate. Poi, il tema che pongo e su cui vorrei avere una risposta è questo: noi siamo stati come provincia negli ultimi 10 anni il laboratorio di questa benedetta legislazione antimafia. Piaccia o non piaccia, noi come giornale abbiamo un’idea completamente diversa rispetto a quella che mi sembra di capire che sia maturata in maniera più o meno tacita anche in questo consesso. Cioè, pensiamo che sia una legislazione illiberale, e quindi quanto di più profondamente lontano dall’idea di stato di diritto, perché costruita su un criterio probabilistico, e che sia assolutamente inefficace. E non lo dico io che non serve, ma lo dicono anche personalità non in odore di garantismo come Nicola Morra e Rosy Bindi”, ha continuato.
“A gennaio 2023 venne qui il ministro dell’interno Matteo Piantedosi e a mia specifica domanda disse che serviva avviare un robusto processo riformatore dell’articolo 143 del Tuel. Poi l’arrivo della vicenda di Bari, che forse può rappresentare un acceleratore in questo senso”, ha sottolineato. “Allora, qual è la questione che pongo? Ma è possibile che noi, in questa città, in questo territorio, non abbiamo fatto una riflessione sulla legislazione antimafia? Possibile che non ci siamo mai posti il tema dell’efficacia di queste misure, il tema della congruenza rispetto allo Stato di diritto? Possibile tutto questo?”, ha chiesto.
“In maniera laica, perché io non ho la verità in tasca, ma cerco di porre questo tema, e lo poniamo come giornale, provando ad animare il dibattito pubblico da cinque-sei anni. Anche perché non è che ci aiutano le nostre istituzioni. Perché, lo ripeto ancora una volta, noi abbiamo tre distinte narrazioni del fenomeno mafioso in questa provincia: il procuratore distrettuale antimafia di Bari Roberto Rossi dice che qui c’è una mafia imprenditoriale, una mafia dei colletti bianchi; Leone De Castris, oggi a capo della Procura generale della Corte di appello di Bari, dice esattamente il contrario, e cioè che qui c’è una mafia primitiva, primordiale, troppo violenta, e che quindi non c’è una mafia dei colletti bianchi; infine e il procuratore capo di Foggia Ludovico Vaccaro dice che la mafia a Foggia è dappertutto perché la città non funziona. Possiamo porre il tema laicamente? Possiamo capire che cosa è avvenuto in questo territorio negli ultimi 30 anni senza diventare negazionisti? Noi stiamo provando a consegnare una lettura diversa del tipo di organizzazione sociale - il patto sociale, lo chiamo io - che ha retto le nostre comunità negli ultimi 30 anni. Mi piacerebbe capire se prossimamente si comincerà a ragionare ascoltando tutti su questa cosa”, ha chiosato. Poi, ha risposto Pierpaolo d’Arienzo. “Io non ho problemi con la stampa. Ritengo che quella del giornalista sia una delle professioni più complicate, soprattutto in un territorio come il nostro”, ha detto.
“È chiaro ed evidente, però, come dice l’articolo 17 della Carta di Avviso Pubblico, che noi siamo tenuti a collaborare, a dare informazioni e a spiegare tutto in caso di qualsiasi ragionevole richiesta di spiegazione. Quel ragionevole, secondo me, è l’elemento di distinzione”, ha precisato. “Uno dei motivi per cui ci mettono agli ultimi posti delle classifiche nazionali sulla qualità della vita riguarda l’imparzialità dell’informazione. Questo è un problema che non riguarda solo le amministrazioni, dunque, ma anche i giornali. Non entrerò nel merito perché non è il momento, ma siccome è stato citato il caso di specie dico la mia: non si può continuare a sbattere sui giornali gli amministratori comunali due, tre, quattro volte e farne carne da macello, e poi alla quarta volta lamentarsi della risposta. Il problema, quindi, è che bisogna costruire un’informazione corretta. Un’informazione che parta anche da un altro punto di vista, e soprattutto che verifichi le fonti. Perché se partire da un post significa ricostruire un’intera narrazione, è chiaro che poi rincorrere la narrazione per un amministratore locale diventa complicato”, ha sottolineato. “Con la dottoressa Piemontese io ho avuto un rapporto inizialmente molto cordiale. Ho rilasciato anche diverse interviste. Ci sono stati anche momenti in cui abbiamo registrato le nostre conversazioni. Poi ho scoperto che questo rapporto di correttezza veniva violato.
Quindi il concetto è semplice: noi non possiamo operare diversamente dalle modalità che ci dice la legge. Noi siamo amministratori, parliamo attraverso gli atti. E quindi chiunque trova la nostra versione dei fatti negli atti”, ha proseguito.
“Faccio un passo in avanti, e forse qualcuno si spaventerà: condivido con lei la possibilità relativa alla riforma dell’articolo 143 del Tuel. Anzi, la necessità di una riforma sull’articolo relativo allo scioglimento. Lei sa benissimo che Avviso Pubblico sta parlando molto di questo anche in sede parlamentare, proprio in virtù di una riforma che sia più garantista e che introduca elementi di garanzia anche per chi subisce questo strumento, che provoca lacerazioni nelle comunità, perché sospende la democrazia e quindi i diritti delle persone, e che quindi ha bisogno di essere rivisitato, quantomeno nell’ottica di un contraddittorio o di forme similari”, ha spiegato d’Arienzo. “E che tanga conto anche del tema della gestione della macchina amministrativa, perché è evidente che il commissariamento colpisce solo ed esclusivamente l’organo politico, e poiché il condizionamento può avvenire a diversi livelli, mentre se avviene a livello politico c’è il passaggio a livello amministrativo, per come è strutturata la normativa attuale sulla pubblica amministrazione, quando avviene a livello di gestione non sempre è un organo politico ad essere coinvolto, e questo è uno dei limiti della normativa, perché non dà strumenti agli amministratori se non quella funzione residuale di controllo, a cui non segue alcun tipo di potere”, ha concluso d’Arienzo.
“Questo elemento, che è l’elemento che io ho riscontrato nella mia esperienza personale, io l’ho posto sin dall’inizio: in sede di Prefettura, di Avviso Pubblico e anche alla stampa. Ho fatte delle dichiarazioni importanti in tal senso, perché io sono l’esempio pratico di chi è arrivato in un Comune e tutto era cambiato a livello politico e niente era cambiato a livello di gestione, per cui noi abbiamo dovuto operare con la stessa macchina amministrativa, senza poter fare nulla”.
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