“La narrazione dei media è una fonte preziosa, sono l’unico mezzo di conoscenza a disposizione”

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L’idea di costituire un osservatorio mediale sui fenomeni mafiosi nella città di Foggia è nata dopo un incontro realizzato con il Centro di Servizio al Volontariato all’inizio di dicembre dello scorso anno”, ha esordito Marcello Ravveduto.

“Nella mattinata ci eravamo confrontati con gli studenti a partire dal progetto realizzato dal CSV, in collaborazione con Libera e con la Consulta Provinciale per la legalità”, ha ricordato. “Era un primo passo per creare quella che poi abbiamo definito variabile esterna di rottura, ovvero un’azione civile che aprisse uno squarcio nelle dinamiche omertose dell’agire criminale nella città di Foggia. La rottura, in pratica, era pensata attraverso l’analisi del contesto cittadino con il racconto che i media divulgano dei fenomeni criminali e degli ambienti circostanti”, ha spiegato. “Per conoscere un fenomeno bisogna prima nominarlo e renderlo visibile. Questo era il principio, per esempio, da cui muoveva la riforma del codice penale del 1982 che, dopo gli omicidi di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, definiva il reato di stampo mafioso, fino a quel momento rimasto ambiguo in sede di accertamento processuale”, ha raccontato. 

“Da questo punto di vista la narrazione dei media è una fonte preziosa da analizzare per tracciare i contorni dell’agire mafioso nel tessuto locale. In fondo, se ci pensate, a meno che non si appartenga direttamente a un ambiente mafioso, si viva in un contesto inquinato dalla presenza mafiosa o si eserciti una funzione investigativa o di repressione nell’ambito degli organi inquirenti, l’unico modo per i cittadini di venire a conoscenza delle attività perpetrate dalla criminalità organizzata sono le notizie riportate dai media”, ha riflettuto. “Questo ci ricorda che il racconto delle mafie nasce e si afferma nel discorso pubblico come rappresentazione di un potere non decifrabile, misterioso e terrificante, scritto da specialisti, per un pubblico di non addetti ai lavori. Una storia in contatto diretto con l’evoluzione della mentalità e del senso di appartenenza alla comunità locale. Una storia spettacolare, nel senso dell’esercizio della violenza, che trasmigra sistematicamente dalla realtà alla rappresentazione dei mass-media. Un serbatoio inesauribile di percezioni e narrazioni che trasmettono valori, simboli, icone e miti della contemporaneità”, ha affermato. “Ma se la nostra fonte sono i media, non possiamo ignorare la capacità dell’ecosistema digitale di ridefinire gli orizzonti spaziali e temporali e di ricodificare l’immaginario collettivo, mutando il nostro rapporto con la realtà”, ha sottolineato. “Davanti ai nostri occhi si presenta un immaginario frammentato che ha modificato la percezione dei fenomeni criminali. Ed è proprio grazie a questa frammentazione, che moltiplica i punti di vista e li sedimenta, accumulandoli in migliaia di narrazioni, se la mafia foggiana, paradossalmente, è rimasta a lungo invisibile nel discorso nazionale”, ha proseguito. 

“La priorità data nel corso del Novecento alla pericolosità del Terrorismo e di Cosa Nostra e, poi, dall’inizio del 21esimo secolo alla ‘Ndrangheta e alla Camorra, ha impedito il formarsi di un immaginario collettivo in grado di rendere invisibili i fenomeni mafiosi della Puglia e in particolare del Foggiano”, ha detto. “Con ogni probabilità, la prima volta che una narrazione del contesto criminale foggiano ha raggiunto la platea nazionale è con il film Ti mangio il cuore, anche grazie alla presenza di una popstar di grande richiamo come Elodie. Questo non significa che non se n’è mai parlato, ma i racconti erano confinati alla dimensione locale senza mai diventare un’emergenza nazionale”, ha precisato. “È la sensazione che si ricava anche dalla lettura del rapporto. Sulle 12 testate analizzate, 7 sono locali (L’Attacco, L’Immediato, L’Edicola del Sud, Foggia Today, Foggia Reporter, Quotidiano di Foggia e Quotidiano di Bari), e 5 nazionali (La Gazzetta del Mezzogiorno, Corriere della Sera, Avvenire, La Repubblica e Quotidiano Nazionale). Tuttavia, le testate locali coprono tutti gli 11 argomenti rilevati (Clan, Cronaca giudiziaria, Droga, Estorsione, Forze di Polizia, Pentiti, Politica, Reati ambientali, Società civile, Storie criminali e Violenza), mentre quelle nazionali solo 5 temi (Forze di Polizia, Politica, Società civile, Storie criminali e Violenza). Tra queste, vista la sua diffusione regionale, fa eccezione La Gazzetta del Mezzogiorno che copre tutti i temi”, ha rimarcato. “Nonostante questa discrepanza, è grazie alla cronaca locale che si è potuto ricostruire l’ordito delle alleanze e dei conflitti tra clan sul territorio, registrare le operazioni di polizia e i procedimenti giudiziari, individuare i reati maggiormente caratterizzanti, conoscere i nomi dei boss e dei pentiti, spesso riproposti in diversi articoli, che in totale assommano a 48 di cui 3 donne. Insomma, grazie al rapporto siamo in grado di dare forma, nel suo complesso, al gruppo dirigente della mafia foggiana”, ha affermato. 

“Va però rilevato che molte delle testate locali sono digitali e quindi possono arrivare, grazie alla potenzialità della rete, a un pubblico non necessariamente limitato alla città di Foggia”, ha specificato. “In realtà, la distanza tra storie locali e cronaca nazionale non è un fattore originale nel racconto delle mafie. Basti ricordare il caso del clan dei casalesi in provincia di Caserta. Finché non c’è stata l’azione congiunta di magistratura e media, quel mondo criminale rimaneva un oggetto indefinibile, oscuro, nonostante fosse una spietata macchina di morte che ha messo a tacere persino un fastidioso parroco, don Peppe Diana, nel giorno del suo onomastico del 1994”, ha continuato. “Se non ci fosse stato il processo Spartacus e contemporaneamente l’opera di Saviano, Gomorra, il clan dei casalesi avrebbe continuato a dominare coperto dal clamore di altre organizzazioni mafiose che attiravano maggiormente l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale”, ha ribadito. “Spesso la perifericità e la marginalità dei contesti sociali sono una linfa nutriente per potenziare le capacità organizzative delle mafie e rafforzare la loro capacità di controllo del territorio e con esso la penetrazione nell’economia locale. Eppure, rimane la meraviglia della disattenzione, accumulata negli ultimi 40 anni, nei confronti delle forme mafiose che infestano il capoluogo e la provincia di Foggia, così come altri contesti della Puglia”, ha chiosato il professore. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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