Amica spa, la spada di Damocle da 27,5 milioni (mentre il Comune ne ha offerti 6,5). Verso la sentenza

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I primi mesi del 2025 porteranno in dote all’amministrazione comunale di Foggia, guidata dalla sindaca Marida Episcopo, una decisione pesantissima. E’ attesa infatti tra febbraio e marzo la sentenza di primo grado al rilevante contenzioso giudiziario più oneroso, quello del procedimento monstre relativo ad Amica spa, la municipalizzata fallita del servizio di igiene urbana. Sono tre i filoni giudiziari rimasti pendenti. Il procedimento più rischioso per Palazzo di città, in corso di svolgimento presso il Tribunale di Bari sezione speciale imprese, con giudice Giuseppe Marseglia, partiva dal mega importo di 57.753.000 euro, importo ridotto dalla CTU a 27.498.334,25 euro. Il secondo procedimento, davanti alla giudice Francesca Siciliani del Tribunale di Foggia, vale 4.150.463,57 euro e si è in attesa della decisione dal 24 giugno scorso. Infine c’è un terzo procedimento, giudice Giacoma Fanizza della prima Sezione civile del Tribunale di Foggia, riguardante una richiesta di 3.262.722,24 euro, oltre interessi sino al soddisfo. Ebbene, rispetto al primo processo entro il termine del 9 dicembre scorso sono state depositate le memorie conclusive delle parti; da quel momento sono iniziati i 60 giorni di tempo entro i quali il giudice emetterà la propria decisione. Ma non si tratta di un termine perentorio, dunque i legali ritengono plausibile che si possa arrivare anche a marzo per conoscere l’esito di questo giudizio di primo grado.

Come rivelato da l’Attacco a luglio scorso, la proposta transattiva formulata dal Comune – tramite una relazione della (ex) dirigente dell’Avvocatura Angela Paradiso ritenuta da alcuni addetti ai lavori poco convincente e scarsamente motivata – al giudice delegato e alla curatela fallimentare prevede, stando ai beninformati, il pagamento di altri 6,5 milioni di euro circa, che uniti ai milioni di euro circa già versati dall’ente alla curatela fallimentare consentirebbero di chiudere complessivamente la partita a 10-10,5 milioni di euro. Ma la curatela pretenderebbe non meno di 14-15 milioni di euro per rinunciare a qualsiasi altra pretesa e mettere la pietra tombale su tale vicenda. La distanza è enorme anche tra la proposta dell’ente e i 27,5 milioni di euro della CTU.

E’ dunque estremamente difficile prevedere come possa finire, anche perché nei mesi scorsi non si sono registrati né incontri chiarificatori né segnali di una volontà - da parte del giudice delegato e da parte della curatela fallimentare – di considerare positivamente la proposta di Episcopo e Paradiso. L’attuale giudice delegato è Antonio Lacatena, che ha preso il posto del predecessore Francesco Murgo, il quale rigettò la proposta transattiva del 2021 che era di 7,7 milioni oltre a rimborso spese per un totale di 7.950.000 euro.

La logica dell’ente è chiara: essendosi nel frattempo chiuse altre vertenze con la curatela di Amica, il Comune ha già pagato diversi milioni di euro che ora considera somme da detrarre a quanto versare alla curatela per mettere fine anche a tale procedimento. In più, l’amministrazione comunale spera che, come nella sentenza di maggio 2023 che chiuse la vicenda del fallimento di Daunia Ambiente, anche stavolta la prescrizione possa salvare l’ente.

Ma si tratta di due vicende molto diverse e di un fallimento molto più risalente nel tempo. Quel che è certo è che, avanzando una proposta di accordo transattivo, il Comune ha assecondato le sollecitazioni che da anni venivano rivolte costantemente dalla Corte dei conti nell’ambito del suo monitoraggio sul piano di riequilibrio finanziario pluriennale. Nessuna proposta è stata, invece, mai formulata dal giudice del Tribunale di Bari, sezione imprese, dove peraltro il giudice istruttore è cambiato per ben tre volte in questi anni.

Bocche totalmente cucite a Palazzo di città. “Su questa questione non è esclusa nessuna attività e si stanno valutando e perseguendo tutte le strade. Motivazioni di opportunità non mi permettono di dare informazioni, nell'interesse dell'amministrazione”, si limita a dire a l’Attacco l’assessore al contenzioso Giulio De Santis, civico emilianista di CON.

Articolata, invece, l’analisi del consigliere comunale di maggioranza Francesco Strippoli, che con l’intero M5S aveva sollecitato nei mesi scorsi il tentativo di chiudere transattivamente la vicenda in modo da evitare danni peggiori per l’ente. “E' la più importante partita di questa amministrazione”, dice a l’Attacco Strippoli. “Se ne parla sempre troppo poco ma si gioca il futuro della città. Ho più volte stimolato gli uffici e gli assessorati competenti a concludere la transazione. Ne ho scritto anche un testo condiviso con il mio gruppo del M5S. Il motivo è molto semplice: le sentenze penali sul fallimento Amica vedono gli amministratori del passato assolti perché accertate le responsabilità del Comune nel fallimento, nel non aver ripatrimonializzato la società. Questo emerge anche dal decreto di fallimento della stessa partecipata. Ora in sede civile andrà deciso l'esito di questo contenzioso. Una transazione non solo salverebbe l'ente dal rischio di una condanna eccessivamente onerosa, visto che la CTU è di circa 27 milioni di euro, ma sbloccherebbe tra i 13 e i 15 milioni di fondi da investire per la riqualificazione urbana e le altre emergenze della città. Fondi oggi bloccati in riserva per questi specifici contenziosi. Sbloccare quei fondi vorrebbe dire davvero la rivoluzione amministrativa per Foggia”, conclude Strippoli.

“E’ una questione per certi versi nuova”, spiegano a l’Attacco fonti interne alle toghe. “Il Comune è stato chiamato in causa come se fosse il capogruppo di una holding. Il fondamento è l’articolo 2497 del codice civile, una normativa recente che si applica a Comuni ed enti locali, ma non allo Stato”. L’articolo recita: “Le società o gli enti che, esercitando attività di direzione e coordinamento di società, agiscono nell'interesse imprenditoriale proprio o altrui in violazione dei principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale delle società medesime, sono direttamente responsabili nei confronti dei soci di queste per il pregiudizio arrecato alla redditività ed al valore della partecipazione sociale, nonché nei confronti dei creditori sociali per la lesione cagionata all'integrità del patrimonio della società”. Il Comune di Foggia ha sollevato un’eccezione di legittimità costituzionale proprio per via dell’applicazione ai Comuni, e non allo Stato, di tale norma. “Nelle società in house quello di Foggia è uno dei primi casi di applicazione, anche perché di società in house fallite ce ne sono state pochissime in Italia. Ad ogni modo, qualunque sarà la sentenza potrà essere appellata”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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