Città europea dello sport: la gara che si vince alla cassa e il mercato dei titoli. A cosa serve? A nulla
La sindaca ha annunciato, con il tono di chi torna da Stoccolma con il Nobel in valigia, che Foggia è “città europea dello sport 2028”. Un riconoscimento, ha lasciato intendere; un premio; un attestato di eccellenza che consacra chissà quale primato della nostra città in fatto di impianti, accessibilità e pratica sportiva diffusa. Chi, subito dopo l’annuncio, si fosse affacciato alla finestra per cercare con lo sguardo questa eccellenza, è ancora lì che cerca. A Foggia è difficile persino camminare su un marciapiede, dove c’è. La disciplina più praticata, e l’unica davvero accessibile a tutti, è lo slalom tra i cassonetti e l’immondizia disseminata in ogni angolo del territorio, con la variante del salto della buca riservata agli atleti più esperti. Basta spostarsi di qualche decina di chilometri per trovare città, e nemmeno grandi città, dove palazzetti, piste, campi e aree attrezzate sono aperti gratuitamente, a tutti, in ogni quartiere. Lì nessuno ha sentito il bisogno di una targa europea: hanno gli impianti, che sono un po’ più scomodi da annunciare in conferenza stampa ma decisamente più comodi da usare.
Come si diventa “città europea dello sport”: si paga Il titolo non lo assegna l’Unione europea, né un ministero, né il Coni. Lo assegna Aces Europe, un’associazione privata con sede a Bruxelles, al Rond-Point Schuman, a due passi dalla Commissione: una vicinanza geografica, non istituzionale. La delegazione italiana sta in via Clitunno a Roma, e il suo regolamento spiega con encomiabile franchezza come funziona la cosa. Primo passo: il Comune scrive una lettera su carta intestata e versa una quota di partecipazione. Per il titolo di Città europea dello sport 2028 la quota era di 2.350 euro; per il 2029 è salita a 2.500, perché anche la gloria risente dell’inflazione. Secondo passo: il Comune prepara un dossier e ospita per tre giorni e due notti la Commissione di valutazione, cinque persone, con viaggio, vitto e alloggio a carico del Comune candidato. Terzo passo, in caso di vittoria: il Comune si impegna a trovare sponsor che versino ad Aces i “diritti di immagine”, che per le città sopra i centomila abitanti ammontano a 10.000 euro, oppure li paga direttamente; in più cede gratuitamente spazi pubblicitari ad Aces o a una società da questa indicata. Il tutto condito, per chi vince, da relazioni trimestrali da spedire a Bruxelles con foto e allegati, come i compiti delle vacanze. Per capirci: la Capitale italiana della cultura la sceglie una giuria di esperti nominata dal ministero della Cultura, tra decine di dossier, e chi non vince torna a casa a mani vuote; la Capitale europea della cultura è un titolo dell’Unione europea, con una giuria indipendente. Qui l’aggettivo “europea” è lo stesso, ed è l’unica cosa in comune.
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