Giovanni Impastato: “Non basta la repressione, la mafia si combatte con il coinvolgimento delle comunità”

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Giovanni Impastato, fratello di Peppino - giornalista e attivista politico - ucciso dalla mafia a Cinisi (Palermo) il 9 maggio 1978, coordina le attività di Casa Memoria,

“a 100 passi dall’abitazione di Tano Badalamenti”. Ha scritto diversi libri, l’ultimo dei quali è: “Mio fratello – Tutta una vita con Peppino”. Per la prima volta a San Severo, all’interno della quarta tappa del progetto LegalFactory-la ricetta della legalità, promosso dall’amministrazione comunale - assessorato alle Politiche sociali. È arrivato giovedì sera e nella “tre giorni”, incontrerà studenti, giovani, scout, adulti, associazioni di volontariato, per raccontare la mafia, promuovere la legalità, la reazione democratica e civile contro quella criminale.

A San Severo, per una tre giorni intensa e dal profondo significato: che impressione, a caldo, le ha fatto la città e il territorio?
Non sono mai stato a San Severo ma conosco il Gargano e la Puglia. In queste prime ore (giovedì sera, ndr) di permanenza ho notato che è molto bella e con tanta cordialità ricevuta dai ragazzi e l’accoglienza perfetta degli amministratori comunali: mi sono commosso per quest’ospitalità. Tutti, però, conosciamo quello che sta succedendo in questo territorio ed è necessario che lo Stato e le istituzioni non lascino vuoti che saranno certamente colmati dalle organizzazioni criminali. È evidente che solo la repressione, sicuramente necessaria, non basta, perché dev’esserci un coinvolgimento educativo in tutta la comunità, nelle scuole e ovunque serve a far arrivare il concetto di legalità. Inoltre, va studiato, e fatto studiare, il fenomeno mafioso e criminale: la mafia si combatte nelle scuole, parlandone, così come abbiamo fatto noi con il Centro Peppino Impastato, con Casa Memoria e le atre associazioni nate intorno alla nostra storia di circa cinquant’anni, che hanno portato a significativi risultati. In futuro dico che tornerò a San Severo per dare un ulteriore contributo su questi temi sociali.

Volendo fare un parallelo tra Cinisi e Peppino Impastato con le località di Capitanata dove la criminalità di stampo mafioso si sta facendo strada, cosa direbbe in proposito?
La mafia già nel 1978, quando ha ucciso mio fratello, si era già allargata al Nord, oltrepassando i confini delle quattro regioni del Sud dov’era di casa. Ci sono stati ritardi, quindi, in virtù di ciò che Peppino diceva. Questi ritardi hanno influito a far ramificare le mafie. Cinisi e le altre realtà, come in questo territorio, sono simili perché le mafie sono cresciute grazie ai ritardi istituzionali e con la loro concentrazione nelle istituzioni. Tocca ad ognuno di noi, promuovere la legalità e la convivenza civile partendo, magari, dal mondo associativo, produttivo, cattolico, con un lavoro asfissiante che, dopo la morte di Peppino, abbiamo fatto con mia madre, con impegno per avere il potenziamento delle forze dell’ordine, la Direzione distrettuale antimafia, arrivando al processo con la giustizia che ha trionfato. I beni sottratti alla mafia, a Badalamenti, sono stati affidati al Centro Peppino Impastato per scopi sociali. Battaglie di democrazia e civiltà. Oggi, da noi, si respira un’altra aria. Le mafie, spesso, quelle circoscritte nelle realtà locali, vanno combattute, non sottovalutate e il coinvolgimento istituzionale è fondamentale.

Cosa vuol dire, quindi, nascere in una terra mafiosa, a contatto con la mafia e le sue propaggini?
Si tratta di esperienze terribili. La nostra era una famiglia mafiosa. Cesare Mansella, mio zio, che aveva sposato una sorella di mio padre, era al vertice della cupola in quel periodo storico. Ma anche mio padre era un mafioso, anche se non ha mai avuto un ruolo di primo piano all’interno dell’organizzazione, come Gaetano Badalamenti, come Cesare Mansella. Peppino con la sua scelta operò la rottura contro il sistema e contro la propria famiglia. Una cosa del genere non si era mai vista e ciò dimostra che se si vuole si può rompere con la mafia anche se si vive in un contesto mafioso, anche se si vive all’interno di una famiglia mafiosa. Se ci guardiamo intorno c’è da capire che si deve lottare tutti insieme e non cadere nel vortice della rassegnazione.

A proposito di esempi da imitare e di memoria da trasmettere cosa rappresenta, per lei, aver intitolato il Centro diurno per minori di San Severo a Peppino Impastato?
Mio fratello è una figura giovane, con una personalità meravigliosa che si lega sempre ai giovani. Lui non era un poliziotto, né un carabiniere, tanto meno un giudice ma un semplice cittadino con una forte coscienza civile. Fin da piccolo, così come lo racconto nell’ultimo libro, s’è mosso a contrastare il fenomeno mafioso. Il messaggio di mio fratello è educativo, non solo politico, perché lui ironizzava contro i mafiosi usando la parola, la scrittura, la radio. Ecco perché non è solo simbolico ma molto significativo aver dedicato il luogo d’accoglienza per minori, a San Severo, a Peppino Impastato.

Lei sta girando l’Italia per sensibilizza l’opinione pubblica, i giovani, sul tema della legalità: cosa direbbe a questo territorio?
Farei un appello al territorio e a San Severo: andare fino in fondo, tutti i giorni, alla battaglia di civiltà e democrazia. Nella nostra realtà siciliana abbiamo fatto importanti passi avanti. Contro il racket e altri reati sono nate associazioni che hanno contrastato il fenomeno criminale e nessuno è rimasto solo.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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