De Pasquale, 40 anni da prof “Mi mancano gli studenti, voglio ancora fare filosofia con loro”

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La scuola e il maestro sono alla base dello sviluppo di ogni società. Ecco perché il “mestiere magistrale”, così come indicato dagli esperti, consiste nel formare le nuove generazioni, nell’istruirle ed educarle. Il “maestro”, il magister, diventa una guida depositaria di conoscenza.

Magari, quando si è all’interno dell’istituzione, la situazione viene vissuta in modo disarticolata e vincolata all’amministrazione in senso oggettivo. Poi, lontano dalla cattedra, si formano consapevolezze come quella di Michele De Pasquale, “maestro” in quiescenza di filosofia al liceo scientifico Checchia Rispoli di San Severo. “Quarant’anni effettivi d’insegnamento, prima in religione - insieme al collega Matteo Fiore, negli anni ‘70/’80 eravamo gli unici a San Severo ad avere i titoli universitari, il baccellierato in teologia, per poter insegnare la religione - e poi in filosofia ai licei fino a settembre del 2020, quando sono andato in pensione. Mi sono congedato da una scuola, o forse da un modo di fare scuola che le norme m’imponevano, che non sopportavo più”, afferma a l’Attacco De Pasquale.

“Ho fatto errori durante l’insegnamento: spero che siano serviti a rendere più forti quegli studenti che, forse, non conservano un buon ricordo di me. Ho fatto cose belle: quegli studenti ricordano, ancora oggi, con gioia e gratitudine il rapporto instaurato. Sarei potuto restare”, precisa, “ma non mi trovavo più con tutto ciò che è accaduto nella scuola negli ultimi 15 anni, tra pseudo riforme fatte più per moda che per necessità. Cito, a puro esempio esplicativo, le riforme Moratti e Gelmini, caratterizzate dallo slogan delle 3 I - informatica, inglese, impresa - di una scuola asservita alle necessità dell’economia e dell’arida tecnica. Mi spiego: lo studente viene preparato per asservire a questi scopi ed essere funzionale all’aspetto economico, venendo meno l’aspetto antropocentrico, umano, delle relazioni. È la relazione maestro-allievo che non dev’essere mai persa di vista. La vera riforma della scuola dovrebbe avere come stella polare la preoccupazione di coltivare la relazione tra il maestro e i ragazzi che gli vengono affidati”.
“Oggi”, prosegue l’ex docente, “mi è sempre più chiaro cosa dovrebbe essere la scuola. Il cruccio, purtroppo, è quello di arrivare sempre tardi alla consapevolezza. Mi mancano, perciò, le relazioni con i miei studenti. Sì, le relazioni. Non le prestazioni, il successo formativo, le competenze, i giudizi, i voti, ma l’autentico rapporto tra il ragazzo e il suo maestro. Un rapporto in cui fiorisce quel processo di conoscenza di sé che rappresenta la cosa più importante che ogni essere umano dovrebbe coltivare”.
Il professore, o meglio il maestro, come De Pasquale preferiva farsi chiamare al liceo, mostra i commenti che gli arrivano dagli ex studenti, in cui gli dicono che ha insegnato loro la vita, il dialogo, il dubbio, l’ironia.

“La mia insofferenza negli ultimi anni d’insegnamento era dettata dalla impossibilità - o forse dalla mia incapacità - di curare le singole relazioni in un tempo di adempimenti obbligatori uguale per tutti, scandito da una campanella. Nella scuola così com’è organizzata è molto difficile per un maestro conoscere quel singolo che è ogni ragazzo affidatogli per instaurare con lui una relazione profonda tesa ad accompagnarlo nella conoscenza di sé. La filosofia, sul modello del dialogo, rappresenta una straordinaria opportunità di chiarificazione dell’esistenza. Purtroppo solo negli ultimi due anni d’insegnamento sono riuscito, nel pomeriggio, a fare incontri di consulenza filosofica presso il Liceo dove insegnavo con singoli studenti che hanno colto fruttuosamente l’opportunità. Sono disponibile a continuare questi incontri oggi, da pensionato, e quindi godendo di una maggiore libertà e consapevolezza rispetto a prima. Gli studenti interessati a dialogare possono andare sul mio sito pratichefilosofiche.it, per mettersi in contatto. Per me l’insegnamento di Kant è importante perché afferma che l’uomo non può essere considerato come il mezzo ma come il fine. Se la scuola lanciasse questo messaggio si avrebbero ripercussioni dalla politica allo sviluppo sociale”, conclude il sanseverese.
“Ho studenti che sono diventati astronomi, cardio chirurghi, docenti universitari a livello europeo, diplomatici. Sono ragazzi formatisi a scuola e diventati pilastri della società”.

 

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