Un lavoro decennale che ricuce, sistematizza e revisiona studi e ricerche sul teatro musicale di Umberto Giordano. Accanto ad acquisizioni inedite e nuove indagini sull’opera e sulla vita dell’autore dell’Andrea Chenier.
E’ quanto i lettori potranno trovare nel volume “Umberto Giordano. L’uomo e la musica”, ultimo saggio del maestro, musicologo e docente al Conservatorio Agostino Ruscillo, edito da EDP, presentato la scorsa settimana nella bellissima sala Esedra presso il Museo Teatrale alla Scala di Milano.
“Il nucleo centrale della ricerca parte dalla mia tesi di laurea, da cui sono scaturiti nel corso degli anni altri saggi che mi hanno visto impegnato su alcune opere di Giordano anche in funzione di alcune manifestazioni importanti legate al recupero della produzione giordaniana - spiega nell’intervista a l’Attacco Ruscillo -. Cito il caso dell’allestimento di Malavita nel 2002 a Foggia, un’opera pressocché inedita e sconosciuta al pubblico, la prima opera giordaniana rappresentata a Roma nel 1892, sulla scia dell’estetica musicale verista e sull’onda del successo di Cavalleria Rusticana. L’apertura scaligera con Chenier di qualche anno fa mi ha condotto per la prima volta a confrontarmi da studioso con questa opera che ha portato il maestro foggiano al grande successo. Mi ero già occupato nei Quaderni di Giordano al Conservatorio di Foggia di una importante ricerca d’archivio legata al compositore ed alla città Foggia, dalla sua nascita fino al passaggio presso il Conservatorio di Napoli. Da questi e molti altri lavori ne è risultata una corposa raccolta di scritti che hanno giustificato l’idea di farne una pubblicazione che restituisce nel suo complesso un’osservazione analitica del corpus delle opere giordaniane, considerate sotto l’aspetto drammaturgico-musicale, una biografia che ha aperto un dialogo tra documenti storici, scritti già esistenti e fonti di prima mano. E’ stato il mio maestro e mentore, il professor Michele Girardi dell’Universita di Venezia, a consigliarmi di presentare il lavoro alla EDP, la casa editrice forse più importante del mondo della musicologia italiana, che ha deciso di darlo alle stampe.
Lei è dell’opinione che il suo volume è a sua volta un punto di partenza per ulteriori indagini. Perchè ancora così poco si conosce di Giordano seppure sia riconosciuto tra le personalità di maggiore spicco del clima culturale e musicale europeo fin de siècle?
Considero il mio lavoro un manuale di riferimento che può servire per implementare nuovi studi su ulteriori argomenti che meritano di essere maggiormente approfonditi. Come ad esempio il rapporto tra Giordano, il Fascismo e Mussolini. Di questo aspetto il libro restituisce una visione nuova a partire anche da quanto documentato nei suoi diari conservati al Museo Civico di Foggia, che ci permettono di analizzare gli eventi dal 1920, anno in cui fu nominato Accademico d’Italia dal Duce, sposando la causa del Regime insieme a tanti altri suoi colleghi che avevano intravisto nel progetto del Regime l’apertura della nazione verso un futuro diverso. Giordano ha pagato lo scotto per la sua adesione al fascismo, subito dopo la II guerra mondiale e poi con la nascita della Repubblica - lui era convintamente monarchico -. Le sue opere sono sparite per qualche decennio dai luoghi importanti della programmazione italiana ed europea, come accaduto per Mascagni o Leoncavallo
Quindi la sua opera va a colmare un sostanziale vuoto nel panorama bibliografico del compositore?
La ricerca è importante perché contribuisce alla conoscenza dell’autore, a trarne una visione che non si ferma a saggistica o narrazioni che raccontano in maniera aneddotica la sua vita. La mia è una monografia che penetra nei meccanismi della scrittura giordaniana, che fa comprendere come utilizzava l’orchestra, le voci, come si compenetrava nella psicologia dei personaggi, quale risultante si rileva nel meccanismo melodrammaturgico che è assai complesso, fatto di libretto, di musica, di sceneggiatura. Ne viene fuori una identità diversa di un musicista a cui attribuire un valore differente. All’interno del libro c’è anche una rilettura su opere importanti come Chenier, Fedora e Siberia, che ne restituisce una visione inedita.
Com’è stato presentare il libro a Milano, nel tempio della lirica?
Portare Giordano a Milano significa riportarlo a casa sua. Ci arrivò già non più giovanissimo nel 1894 e vi ha trascorso la gran della sua vita, ha costruito la sua carriera e la sua famiglia. Quando il Museo Teatro alla Scala venne istituito nel 1913, tra le 100 firme dei promotori c’era anche quella di Giordano. C’è una bellissima pagina dei suoi diari in cui parla delle città in cui è vissuto, Foggia, Napoli e Milano: benchè amasse la città meneghina sentiva spesso la nostalgia di Napoli e Foggia, soprattutto nelle giornate nebbiose e fredde, gli mancava il sole del sud, la cucina tipica foggiana. Conserverà sempre un forte legame con la sua città natale, si battè ed ottenne i finanziamenti per la nascita del Liceo musicale nel 1938, anche se nei suoi scritti resta la descrizione di una città provincialotta che gli stava stretta a paragone della vivace realtà milanese, come annotava a margine della rappresentazione di Siberia nel Teatro a lui intitolato”.
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