Tortura, abuso d'ufficio, abuso di autorità contro arrestati o detenuti, omissione di atti d'ufficio, danneggiamento, concussione, falsità ideologica commessa da un pubblico ufficiale in atti pubblici, soppressione, distruzione e occultamento di atti veri. Sono le accuse che vengono contestate a 10 agenti di polizia penitenziaria del carcere di Foggia, in relazione ad un violento pestaggio compiuto l’11 agosto 2023 nei confronti di due detenuti. Gli indagati sono stati raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, emessa dal gip del tribunale di Foggia su richiesta della Procura che ha coordinato le indagini dei Carabinieri. E’ solo l’ultimo evento critico che si verifica all’interno dell’istituto di pena foggiano, visitato lo scorso settembre dagli attivisti di “Nessuno Tocchi Caino”, che da 30 anni conduce una battaglia nonviolenta per i diritti di detenuti (e detenenti) delle carceri italiane, e per il superamento di un un sistema che viene considerato criminogeno e fuori dai parametri costituzionali, come torna a spiegare il segretario Sergio D’Elia in questa intervista a l’Attacco.
D’Elia, prima di tutto un suo commento a caldo sui fatti di Foggia.
Anche in questo caso, premetto che bisogna attendere per stabilire le responsabilità, siamo ovviamente per il rispetto dello stato di diritto in qualsiasi luogo e nei confronti di qualsiasi persona. A me non interessa il dato criminale o penale, di carattere giudiziario, processuale e poi punitivo di tutta questa vicenda, sono estraneo alla dimensione del giudizio, del delitto e del castigo. Sono sempre più convinto che bisogna agire oltre il sistema penale. Condivido la visione che fu di Aldo Moro che diceva che più di un diritto penale migliore, bisogna andare alla ricerca di qualcosa di meglio del diritto penale.
Non le sembrano troppi 10 agenti implicati in questa vicenda?
Quel che conta davvero in realtà è che sono tantissimi gli eventi cosiddetti critici che si verificano: ogni istituto di pena possiede un database in cui è possibile verificare che sono all’ordine del giorno gli atti di autolesionismo, aggressioni al personale, agli agenti di custodia, i pestaggi nei confronti dei detenuti. La causa diretta di questi eventi critici sta nella struttura stessa del carcere, che è una struttura violenta che non può che produrre violenza, che sia da una parte o dall’altra. Nelle carceri manca personale, mancano risorse finanziarie, mancano educatori, mancano scuole, mancano psicologi, psichiatri, manca lavoro, mancano rapporti affettivi, manca il rispetto umano, l’amore, i contatti umani significativi. A cosa può condurre una struttura carente di queste cose essenziali se non alla violenza? Io inquadro quello che è accaduto a Foggia in questo dato strutturale, e poi c’è la grande questione irrisolta del sovraffollamento: stiamo per sfiorare la soglia critica che 10 anni portò la Corte europea dei diritti umani a condannare con la sentenza Torreggiani l’Italia per violazione di diritti umani fondamentali previsti e tutelati dalla Convenzione nell’art. 3 che parla della tortura, di trattamenti inumani e degradanti. Sono oggi circa 61mila i detenuti, cioè 14mila in più rispetto alla capienza prevista che è di 47.500, e il numero cresce al ritmo di 471 in più al mese, con un sovraffollamento medio del 127%. Con questo trend si arriverà a quei livelli che portarono nel 2013 la Corte europea a censurare l’Italia per sistematici trattamenti contrari al senso di umanità.
E poi c’è anche la contabilità agghiacciante dei casi di suicidio.
Certo, sempre catalogati tra gli eventi critici, ad oggi sono 25 i suicidi di detenuti dall’inizio dell’anno, più 3 nel corpo della polizia penitenziaria. Poi ci sono 34 morti – dicono – per cause cosiddette naturali, ma come si fa a definire naturale e non criminale la morte in carcere di un essere umano? Il carcere non è solo uno spazio e un tempo di privazione della libertà, ma di tutto, della salute fisica, psichica, della vita stessa, vanno prese iniziative urgenti per ridurre, fino a superare, il danno del carcere.
A cosa è finalizzata la proposta di legge sulla liberazione anticipata speciale e ordinamentale che è stata presentata da Roberto Giachetti in Parlamento su proposta di Nessuno Tocchi Caino?
Rappresenta il tentativo per portare un po’ di ristoro e di tollerabilità nella condizione carceraria, non alle condizioni di vita, si badi bene. Roberto Giachetti - che ha portato la proposta in Parlamento con Italia Viva - e Rita Bernardini hanno fatto 23 giorni di sciopero della fame, interrotto solo dopo l’avvio della discussione in Commissione Giustizia, cui ha fatto seguito la decisione dell’Aula di calendarizzare il provvedimento per il prossimo aprile. Non si tratta come qualcuno vuol far intendere uno svuota-carceri, non è un indulto, non è un’amnistia, di cui pure avremmo bisogno per risolvere la situazione attuale. La riforma proposta prevede l’aumento da 45 a 60 dei giorni di sconto di pena per ogni semestre per chi si comporta bene, per chi non aggredisce il personale, per chi ha una buona condotta. E’ un segno di riconoscenza nei confronti di persone costrette a vivere in quella situazione che ho descritto e che si sono comportate bene.
Come giudica l’atteggiamento dell’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio rispetto alla situazione emergenziale delle carceri?
Evanescente. Lei pensa che sia presente? Che sia consistente? Che sia pragmatico? Operativo? Qualcosa si è mosso a livello parlamentare, non a livello governativo, però va anche detto che in questa compagine ci sono parti consistenti, tra Fratelli d’Italia e Forza Italia soprattutto, che hanno riconosciuto la ragionevolezza del provvedimento che prevede sostanzialmente un’anticipazione della libertà per buona condotta. Ma resta pur sempre una proposta d’iniziativa parlamentare, anzi, extra parlamentare, visto che è partita da Nessuno Tocchi Caino.
In concreto, quali benefici apporterebbe in caso di approvazione?
Intanto, se ciò accadesse, bisogna vedere quale testo finale sarà licenziano dal Parlamento. In linea di massima è possibile prevedere l’uscita dalle carceri italiane di un numero di detenuti che si potrebbe aggirare sulle 7-8000 unità, con un dimezzamento della soglia critica del sovraffollamento. E’ chiaro che una riforma strutturale richiederebbe di agire in maniera consistente e determinata sulla custodia cautelare. Non dimentichiamo che 1/3 della popolazione carceraria è composta da detenuti in attesa di giudizio, sono quelli che non hanno nessuna colpa, fino a prova contraria, e attendono di essere giudicati, ma quell’attesa è già essa stessa una pena, che scontano, che è quella di vivere in luoghi mortiferi. Il sovraffollamento è anche dovuto al fatto che tutte le questioni sociali diventano affari penali. Avendo chiuso manicomi ed ospedali psichiatrici e giudiziari, il disagio e la malattia mentale è diventata questione da trattare non nei luoghi di cura e terapia, ma con il carcere. La percentuale di popolazione detenuta che soffre di turbe mentali più o meno gravi è altissima: il 90 per cento è composto da persone con dipendenza da farmaci e da sostanze, di immigrati, di disagiati mentali. L’agente di polizia penitenziaria che è stato formato per assolvere ad una funzione, ad un ruolo, ed anche ad una missione per certi versi, che prevede di trattare persone ai fini del reinserimento, si trova invece ogni giorno a che fare i conti con individui che nel carcere non ci dovrebbero stare perché sono gravati da problemi di natura mentale. L’agente non è uno psichiatra, non è uno psicologo né un dottore, anzi, andrebbe fatto un monumento a quelli che pur non essendo tutto questo suppliscono a tutte queste carenze. Questo è un aspetto gravissimo, il 99 per cento degli agenti penitenziari non sono quelli lì che hanno agito a Foggia, e anche in quel caso bisogna capire perché sono diventati così.
Solo lo scorso anno, Nessuno Tocchi Caino ha visitato nel suo viaggio della speranza 120 luoghi di pena, tra cui anche quello di Foggia. Riattualizzando Turati, lei ne parla come di cimiteri dei vivi.
Sono luoghi mortiferi, un po’ lazzaretti, un po’ manicomi, un po’ stazioni per malati terminali. Il carcere è un luogo culturalmente violento e la violenza è contagiosa. Io personalmente sono per il superamento di questi luoghi che Turati appunto, già agli inizi del 1900, chiamava cimiteri dei vivi; per descriverne lo stato di aberrazione in cui si compie la vendetta sociale, Piero Calamandrei scrisse ‘bisogna aver visto’. Nel carcere c’è una concentrazione di tutto quello che di inumano, incivile e mortifero nella storia dell’umanità abbiamo abolito. Durante le nostre visite partiamo solitamente dai luoghi critici che sono le celle di isolamento; poi entriamo nelle sezioni di osservazione ordine e sicurezza art. 32, dove ci dovrebbero essere detenuti che hanno posto problemi oppure che hanno subito aggressioni; poi si passa ai reparti di transito o nuovi giunti, per ristretti che sono di passaggio da un carcere all’altro, o sono appena arrivati dalla libertà; poi andiamo nei luoghi di assistenza sanitaria e lì sono cumulati e tumulati tossici, minorati fisici, malati terminali, malati mentali, destinati in altri tempi a luoghi di cura, non di pena. Si può considerare civile questo luogo? Voltaire, poi ripreso da Dostoevskij e Tolstoj, scrisse che il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri. Io aggiungo, se vogliamo considerarci un paese civile bisogna uscire definitivamente dal sistema carcerario. Non ci vergogniamo neanche di chiamarlo ‘di pena’, non più di sola privazione della libertà, perché si arreca dolore, sofferenza, afflizione.
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