Così è, se vi pare. Quando di mezzo c’è una squadra di Zeman mai dire mai. Nel bene come nel male.
E così quella che in partenza sembrava la più agevole delle gare, si è trasformata in una mezza Waterloo. Che ha finito col sollevare il solito polverone di polemiche che spesso e volentieri in questa stagione stanno accompagnando le prestazioni dei rossoneri.
A Vibo Curcio e compagni hanno steccato. Perché oggettivamente da una squadra che era reduce da un poker di successi convincenti, era lecito attendersi qualcosa in più di un pari insipido. Soprattutto se l’avversario di turno è avviato, come sembra, alla retrocessione, e dunque i tre punti parevano ampiamente alla portata.
Ma il Foggia quest’anno non è la prima volta che contro le squadre di modesta levatura stenta, è già accaduto con Latina, Campobasso, Taranto, Messina, Potenza e Fidelis Andria.
E la storia si è puntualmente ripetuta anche domenica scorsa, contro la cenerentola del girone che è riuscita a denti stretti ad imporre il pari ai rossoneri.
Apparsi solo la brutta copia di quelli invece ammirati contro Picerno, Paganese, Catania e Campobasso.
Come spiegare allora la metamorfosi degli ultimi 90’ che a tratti, e soprattutto nella ripresa, hanno finito con il riproporre la squadra arruffona e senza idee andata in onda fra la fine di gennaio e la metà di febbraio?
L’ASSENZA DI FERRANTE. A pesare nell’economia del risultato c’è innanzitutto l’assenza di Alexis Ferrante. Quanto l’attaccante italo-argentino sia determinante nei meccanismi di squadra lo si è capito proprio nella sfida coi calabresi: il peso specifico di un attaccante di razza del suo calibro si fa sentire anche quando la sua prestazione non è condita dal gol in particolare per la fisicità che sa trasferire ad un reparto che, quando è costretto a farne a meno, finisce inevitabilmente con il pagare dazio. Si pensava che potesse essere Merola a sostituirlo al centro dell’attacco, ma alla fine Zeman ha preferito non alterare gli equilibri di squadra e lasciare sugli esterni il folletto campano, preferendogli Turchetta. Che si è fatto trovare pronto e che è anche andato in gol, ma che non è certo Ferrante per l’incisività che il bomber ex Ternana ha mostrato fin quì di avere.
La sua assenza il Foggia l’ha soprattutto avvertita sul finire del match in occasione delle due limpide palle-gol costruite e sciupate malamente prima da Turchetta e poi da Vitali. Ci fosse stato Ferrante...
GLI ERRORI INIZIALI SOTTOMISURA. Sull’esito di un match che è scorso via senza particolari sussulti, hanno influito anche gli errori iniziali sottomisura degli avanti rossoneri. Il Foggia nei primi 20’ in almeno due circostanze è andato ad un passo dal vantaggio: prima con Garattoni, che servito nell’area piccola da un assist al bacio di Merola, ha sparacchiato a lato da ottima posizione. E poi proprio con lo stesso Merola che, imbeccato da una illuminante invenzione di Petermann, al volo e a tu per tu col portiere avversario, ha alzato troppo la mira.
Poteva essere un uno-due micidiale che avrebbe indirizzato l’esito del match in favore di Curcio e soci, e che invece è stato il segnale premonitore di un pomeriggio di scarsa vena.
E’ stato forse proprio in quei frangenti che sono venuti al pettine i limiti tecnici di un gruppo che sul piano dell’impegno e della volontà è sempre encomiabile, ma che difetta spesso di qualità nei singoli. E così una gara che il Foggia non è riuscito a sbloccare nelle fase iniziale e che poteva assestare il definitivo colpo di grazia alla Vibonese, strada facendo si è trasformata in una sfida dall’esito tutt’altro che scontato.
STANCHEZZA PSICO-FISICA. Sulla prestazione nel complesso insufficiente dell’undici di Zeman c’è poi la componente stanchezza che ha giocato il suo ruolo. A livello psico-fisico i rossoneri si sono accesi e spenti ad intermittenza. E’ vero hanno corso e lottato fino in fondo, ma con scarsa lucidità ed anche quando hanno preso d’assedio l’area calabrese nel concitato finale non hanno mai dato l’impressione di poter spezzare l’inerzia del match. Insistendo più in giocate individuali che corali, e facilitando così il compito della squadra avversaria che ad un certo punto ha pensato esclusivamente a difendersi a protezione di un pareggio inutile ai fini della classifica.
Ma comunque di prestigio.
Nell’1-1 con la Vibonese, come spesso accade quando il risultato non è quello che si era preventivato, c’è tutto il bello ed il brutto di una squadra allenata da Zdenek Zeman. Che non conosce mezze misure e che, o incanta oppure lascia interdetti. Ecco, sul quattordicesimo pari stagionale dei rossoneri, che ancora una volta hanno dimostrato di non saper gestire il vantaggio, ci sarebbe tanto da disquisire.
Perché ad esempio, stavolta, i cambi dettati dal boemo non hanno convinto fino in fondo (in particolare quello di Maselli per Petermann, la fonte del gioco rossonero). Ma significherebbe far scivolare il discorso su valutazioni che sono necessariamente sommarie e quindi non esaustive. Zeman ha i suoi parametri di giudizio, che spesso non combaciano con quelli degli altri. E allora inutile arrovellarsi su questioni che sono di stretta pertinenza tecnica.
Il boemo, è risaputo, è questo. Prendere o lasciare.
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