Avviso gli amici argentini che vado a Buenos Aires: “No vengas el 18, todo està parado”. Tutto è fermo. L’avevo previsto: sarò a Buenos Aires il 17, il mio hotel è a meno di cento metri dall’Obelisco, il centro di Baires, il centro dell’Argentina, il centro del mondo, almeno oggi!
Fermo sì, ma con il cuore palpitante! I tifosi, gli “hinchas”, tutto il popolo, nessuno escluso, una immane compagine, che si muove all’unisono, in continua fibrillazione, già sofferente per la impronosticabile sconfitta con l'Arabia Saudita, hanno elevato preghiere a S. Francisco Solano, il patrono, ma specie al Gauchito Gill (Nuñez), il miracoloso santo dei “descamisados”, vissuto nell’800, ucciso dalle forze dell’ordine, che sembra rispondere agli ideali peronisti di “justicia y ayuda social”.
E poiché il Coronel, ma specie Evita, anelava alla “unida nacional y no la lucha” e “Desea(va) héroes, pero no mártires”, tutti insieme si sono aggrappati a un santo più terreno: Lionel Messi, su cui Maradona: “Il pallone gli resta incollato al piede”.
E tutti portano la sua maglia a strisce, “azul y blanco”, come la bandiera, con il n. 10, tutti sono Messi, un intero popolo, senza distinzioni di ceto, di sesso, di passione politica, di cultura! E i giornali gli dedicano copertine “Parece Gil, hace milagros”. Ma si porta in giro l’immagine “disfrazata” da Cristo sì che passa a Messías, un messia che oltre a dare il terzo titolo mondiale alla sua squadra, al suo popolo, “descamisados y terratenientes” finalmente uniti, è il miglior giocatore in Qatar.

Dall’Italia ho portato la bandiera confezionata dalla mia compianta consorte Anna, la indosso, vorrei confondermi fra gli “hinchas”, ma una folla mi investe: le autorità hanno vietato la trasmissione “del partido” dagli schermi che circondano la piazza sicché i tifosi si disperdono nell’Avenida Corrientes, nella peatonal Lavalle, e altrove, sperando di trovare uno schermo; ma i pochi bar e ristoranti aperti hanno chiuso le porte dopo aver accolto i clienti che avevano prenotato.
Restano tutti fuori spiando le “pantallas” dai vetri e dalle grate: da ogni angolo la polizia in forze li controlla. Il mio hotel, che inopinatamente aveva lasciato le porte aperte, viene invaso da una fiumana che affolla il salone e il bar! Con alcuni amici accendiamo i cellulari: chi si accovaccia, chi prosegue la visione camminando, mentre le parole dell’inno nazionale riempiono i cuori: “¡Libertad, Libertad, Libertad!” insieme agli “¡Olé, olé, olé!" Famiglie intere, con i bambini in braccio, allevati a sport e patriottismo, che danzano e cantano unendosi alle urla di gioia o di disappunto.

Al 22° esplode il “golazo!” Messi, pardon! il Gauchito, il Messia ha segnato! Ma la partita è ancora tutta da giocare e terrà il paese con il fiato sospeso fino al gol di Montiel. E qui detona ancora l’inno: “Sean eternos los laureles / Que supimos conseguir... / ¡Coronados de gloria vivamos”.
E ritornano tutti all’Obelisco mentre sui marciapiedi compaiono le previdenti “T shirt” con la coppa e il titolo e, dimentichi del peso sceso in folle corsa verso il basso (cambio blu, 1 euro = 330 ars, nel 2005 1 euro 3,95 ars), urlano stravolti e composti: “Porque Messi tiene puesta la corona, oh, oh, oh. Y la de su zurda (= piede sinistro) te enamora / para colmo te acordás de Maradona / sé que te duele / pero esta Copa / es de Argentina”. Esta copa es de Argentina.
Nando Romano, ex professore al Liceo Poerio, scrittore ed esperto/cultore di dialetto foggiano
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