Multinazionale Foggia, contro la Juve Stabia in campo dall’inizio c’erano 7 stranieri. Una primizia assoluta

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Evviva la multietnica. Nel Foggia va di moda, e se i risultati sono quelli dell’ultimo turno di campionato, che ben venga. Nella gara più insidiosa di quest’ultimo scorcio di stagione, che arrivava dopo la beffa dell’eliminazione dalla Coppa Italia di mercoledì scorso contro la Juventus Next Gen e a conclusione di un autentico tour de force che ha portato i rossoneri a girare in lungo e largo per lo Stivale (da Crotone ad Alessandria sobbarcandosi estenuanti trasferte effettuate in pullman o nella migliore delle ipotesi in treno, fatta eccezione per il ritorno in sede da Milano in aereo ndr), Fabio Gallo ha preso il coraggio a quattro mani e, sorprendendo tutti, ha optato per un ampio e ragionato turnover. Che ha portato il Foggia a trasformarsi in una vera e propria multinazionale.

Attingendo a piene mani dalla panchina, il tecnico di Bollate ha rinunciato infatti contemporaneamente a 6 dei suoi titolarissimi ed ha mandato in campo l’edizione riveduta e corretta della formazione che finora aveva un volto esterofilo assai parziale, con la presenza in pianta stabile negli undici-tipo dei soli Leo, Peralta ed Ogunseye che peraltro vantano la doppia nazionalità.

Il mercato di gennaio, sotto questo punto di vista, ha sparigliato le carte, con i contemporanei arrivi di Thiam, Rutjens, Kontek e Bjarkason che hanno invertito il trend. E così vedere contro la Juve Stabia un undici così poco italiano è stata una primizia assoluta per il Foggia dell’ultimo ventennio, che mai prima si era ritrovato con tanti elementi d’oltre confine in campo dall’inizio.

Con le Vespe dal 1’ ce n’erano addirittura 7 (se nel computo si inseriscono anche l’italo-svizzero Daniel Leo e l’italo-nigeriano Roberto Ogunseye), nell’ordine il portiere con passaporto senegalese Demba Thiam, i difensori centrali Christian Rutjens ed Ivan Kontek (il primo spagnolo, il secondo croato), il mediano ghanese Moses Odjer e la mezzala islandese Biarki Bjarkason. A questi poi nella ripresa si è andato ad aggiungere anche l’italo-argentino Diego Peralta.

Nella folta legione straniera rossonera all’appello mancano i soli Joaquin Dalmasso (il giovane portiere argentino finito ormai fuori rosa) e il difensore bosniaco Toni Markic, che fanno lievitare il totale complessivamente a nove unità. Un buon 40% cioè della rosa attuale a disposizione del tecnico Gallo.

Mai in precedenza il Foggia aveva pescato in maniera così corposa all’estero, ed il numero degli stranieri avrebbe potuto essere ancora più consistente se a gennaio scorso non si fossero registrate un paio di cessioni di elementi ritenuti in esubero: Dardan Vuthaj, attaccante albanese passato in prestito al Novara e Tomislav Papazov, difensore bulgaro ceduto in Spagna al Badalona.

Che il Foggia fosse sempre più multietnico finora era sfuggito ai più: il particolare però è balzato agli occhi domenica pomeriggio anche perché contemporaneamente in campo c’erano tre colored: Thiam, Odjer ed Ogunseye, uno cioè per reparto. Ed anche questo è un piccolo record di cui si è appropriato il Foggia di Gallo. E di patron Canonico, che sembra avere una naturale predisposizione per i calciatori d’oltreconfine. Quando era alla guida del Bisceglie, nel 2019, ne aveva addirittura 12 alle dipendenze, e con Pochesci in panchina, come si ricorderà, non finì nel migliore dei modi. A Foggia, invece, gli stranieri nell’ultimo ventennio hanno cominciato a proliferare. Come un pò dovunque, peraltro. L’anno scorso con Zeman in panchina ce n’erano 5 in tutto (Dalmasso, Markic, l’albanese Merkaj e l’uruguagio Buschiazzo, oltre all’italo-argentino Ferrante.

Nella stagione ‘20-21 con Marchionni al timone se ne contarono 6, anche se alcuni sono stati semplici meteore:il senegalese Ndiaye, il tanzanese Said, il congolese Kalombo, lo sfortunato olandese Naessens, il kosovaro Nivokazi e lo spagnolo Balde.

In Serie D‘ (stagione ‘19-20, gestione Corda), a vestire il rossonero furono il greco Kourfalidis, i marocchini El Ouazni e Sadek, lo svizzero Delli Carri e Ndiaye.

Nell’anno della retrocessione in C (stagione‘18-19 coincisa poi con il fallimento), Grassadonia prima e Padalino poi avevano in organico 6 stranieri in rosa: il portiere argentino Bizzarri, il difensore francese Billong, il tedesco Oliver Kragl, il difensore congolese Ngawa, il portiere olandese Noppert (ora titolare della nazionale orange) e il difensore rumeno Boldor. Sempre in B, ma l’anno prima con Stroppa in panchina, si ricordano l’attaccante francese Duhamel, Kragl e Noppert, oltre al centrocampista francese Ramè.

Qual era invece la situazione sotto la gestione di Roberto De Zerbi? Nel ‘16-17 in C1 c’erano i brasiliani Angelo ed Empereur, gli spagnoli Sainz-Maza, Riverola e Sanchez e l’uruguaiano Faber. L’anno prima, invece, assieme ad Angelo, Riverola e Sainz-Maza c’era anche il francese Gigliotti.

Domenica scorsa si è trattato di una eccezione. Che conferma la regola. Ma da sabato prossimo, c’è da scommettere, Fabio Gallo tornerà all’antico riaffidandosi a coloro che finora gli hanno dato le maggiori garanzie. Alle loro spalle però qualcosa di interessante comincia a muoversi.
Buono a sapersi, non si sa mai.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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