Foggia Calcio, lo spettro retrocessione dietro l’angolo: dalla Svezia un modello virtuoso da cui trarre spunto

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Chiudete gli occhi, e immaginate di vedere il Foggia tra un decennio vincere lo scudetto. Utopia? Forse, Ma il calcio, a volte, sa sorprendere proprio quando tutto sembra perduto. Ricordate l’Hellas Verona di Bagnoli? E’ stata l’unica città non capoluogo di regione a vincere lo scudetto dal dopoguerra in poi. Oggi ai vertici del calcio svedese c’è un minuscolo villaggio con una storia incredibile. Che al Foggia, che rischia seriamente di scivolare in Serie D, può insegnare qualcosa, perché anche dalle situazioni più difficili si può ripartire. 

Tre sono gli indizi che, più di ogni altro, riducono ormai al minimo le speranze di salvezza dei rossoneri. 

I numeri parlano chiaro: fuori casa Garofalo e soci hanno raccolto appena 6 punti, e tre delle ultime sei partite si giocheranno proprio lontano dallo Zaccheria. In casa, invece, il calendario propone gli impegni più delicati contro Trapani e Siracusa, mentre l’ultima giornata metterà il Foggia di fronte alla Salernitana. Per restare aggrappati alla salvezza - passando inevitabilmente dalla lotteria dei play-out - servirà conquistare almeno 9 punti. Dopo dieci sconfitte consecutive, il morale è a pezzi: ci vorrebbe un terremoto del 10° della scala Richter per abbattere il muro di pessimismo che avvolge lo spogliatoio. 

Il dato sulla produzione offensiva è altrettanto impietoso: nelle 10 sconfitte il Foggia ha segnato soltanto 6 gol, faticando enormemente a rendersi pericoloso. Servirebbe un risveglio deciso del reparto avanzato, ma nemmeno l’ottimista più convinto riuscirebbe oggi a vedere il bicchiere mezzo pieno. Eppure, nello sport non si dovrebbero mai mettere limiti alla provvidenza. Una retrocessione nei dilettanti sarebbe una ferita profonda per la città, di questa stagione balorda resteranno sicuramente i record negativi. 

Oltre alle dieci sconfitte consecutive, pesa il dato sugli spettatori: allo Zaccheria si è registrata l’affluenza più bassa di sempre, con una media inferiore alle 500 presenze se si considerano anche le gare in cui i tifosi hanno disertato lo stadio nella precedente gestione. 

Guardando con un briciolo di ottimismo al futuro, alla nuova proprietà si potrebbe suggerire di studiare il caso made in Svezia del Mjällby: un club che nel ‘16 lottava per non retrocedere in quarta serie e che, nonostante un budget ridotto rispetto alle grandi del Paese, è riuscito a risalire fino a vincere l’ultimo campionato. Un esempio virtuoso di programmazione, coraggio e idee chiare. Una storia molto simile a quella del club rossonero, anche se con sfumature diverse. Una scalata vertiginosa, quasi irripetibile, che ha portato il piccolissimo club a prendersi l’Allsvenskan (la serie A svedese) con il terzultimo monte ingaggi del torneo. 

Il cuore della favola è Hällevik: un minuscolo villaggio di pescatori, 1.400 anime affacciate sul Baltico, improvvisamente trasformato nel nuovo epicentro del calcio svedese. Qui, dove il pallone convive con reti e barche, è nata la storia sportiva più sorprendente dell’anno. 

Il trionfo spalanca anche un capitolo inedito: il Mjällby ha già in tasca il pass per il secondo turno preliminare della prossima Champions League. E se il sogno dovesse spingersi fino alla fase a gironi, Hällevik diventerebbe la città più piccola di sempre a partecipare alla massima competizione europea, superando il primato dell’Unirea Urziceni, che nel ‘09 ci arrivò con un centro di 17.000 abitanti. 

La storia inizia circa 10 anni fa, quando il Mjällby sull’orlo del fallimento, precipita in terza serie dopo aver perso i play-out. Sembra l’inizio della fine. E invece, proprio dal punto più basso, è partita una risalita lenta ma inesorabile, costruita con pazienza, sostenibilità e una visione che non ha mai vacillato. Oggi quel progetto ha ribaltato le gerarchie del calcio svedese: il Mjällby si è imposto sui giganti dell’Allsvenskan, superando anche il Malmoe – dominatore degli ultimi anni con 8 titoli nelle ultime 12 stagioni – pur potendo contare su appena il 15% del suo budget. Una sproporzione economica che rende l’impresa ancora più clamorosa. 

Con un’età media di 24 anni, la squadra giallonera è diventata il manifesto di un modello giovane e intelligente: spese contenute, idee chiare e un gruppo che gioca con un’intensità emotiva fuori scala. Alla fine del campionato con 69 punti  ha già riscritto la storia superando il primato che il Malmö deteneva dal 2010. 

Il Mjällby gioca allo Strandvallen, uno stadio da 7.000 posti affacciato sul Baltico, capace di contenere cinque volte la popolazione del villaggio. Qui il calcio è ancora passione pura, identità e appartenenza. A guidare la squadra ci sono due figure simbolo: l’allenatore Anders Torstensson, ex preside, tratta i giocatori come studenti e allena convivendo con una forma non aggressiva di leucemia. Al suo fianco il ds Hasse Larsson, sopravvissuto a due tumori e legato al club al punto da lavorare gratis per tre anni durante la crisi economica. 

Tra i protagonisti del trionfo spicca Noel Törnqvist, portiere classe ‘02 e rivelazione dell’Allsvenskan: le sue parate hanno tenuto in vita il Mjällby nei momenti più delicati. Il Como lo ha acquistato durante il mercato estivo e oggi è il titolare in Serie A, dopo aver concluso la stagione svedese in prestito. La squadra di Fabregas ha la seconda miglior difesa del campionato.  Ora l’obiettivo del Mjällby è superare i preliminari di Champions: per un club di un villaggio da 1.400 abitanti sarebbe un traguardo dal sapore epico.
(Gianni Gliatta - l’Attacco)

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