Vincenzo Taddeo, Mamba Mentality in salsa foggiana. Cestista cerignolano vanta già carriera di tutto rispetto

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Da nord a sud, ha sempre cercato di lasciare il segno. Quello di Vincenzo Taddeo è stato finora un percorso straordinario, fatto di successi e fallimenti, cadute e risalite. L’obiettivo è tornare a calcare i grandi palcoscenici della pallacanestro, nel mito del suo idolo Kobe Bryant.

Come e quando ti sei avvicinato alla pallacanestro?
Devo dire abbastanza tardi, attraverso dei corsi a scuola. Ho cominciato a 13 anni, perché fino a quel momento giocavo a calcio. A mia madre, professoressa di educazione fisica, non piaceva però quell’ambiente, e allora mi consigliò di provare con il basket. Dopo due settimane di prova, provai una certa attrazione, e così cominciai a praticare entrambi gli sport, ma non molto tempo dopo optai solo per la pallacanestro.

Playmaker e guardia. Quale ruolo preferisci ricoprire? E che tipo di giocatore sei?
Mi vedo più playmaker perché mi piace avere il controllo del gioco all’interno del campo. Quest’anno, con coach Giorgio Salvemini, mi sto riscoprendo anche guardia. Sono un giocatore molto fisico, adoro andare in campo aperto, giocare pick and roll, sono anche un buon tiratore da tre.

Nella stagione ‘16/17 è arrivata l’importante chiamata della Reyer Venezia. Che esperienza è stata?
Non facile. Ero già stato via di casa, ma essendo il mio primo anno al nord, un po’ per il clima e un po’ perché mi son o trovato catapultato in un nuovo ambiente non è stato agevole. Tuttavia, il resoconto della stagione non è stato negativo. Arrivò anche la chiamata in prima squadra da parte del coach Walter De Raffaele.  E poi non dimentico l’esperienza della Final Four di Champions League, è stata splendida.

L’impatto coi grandi?
Anche quello tutt’altro che semplice. Il primo impatto l’ho avuto al secondo anno di Ragusa in C Silver. Ho conosciuto un modo di giocare completamente diverso da quello a livello giovanile, più fisico e meno tecnico. Per questo ritengo fondamentale che il primo approccio coi senior avvenga a 15-16 anni, senza abbandonare l’attività giovanile, che è fondamentale.

A Piacenza hai trovato la tua dimensione?
La stagione sta andando molto bene, sono grato alla società di avermi dato la possibilità di tornare a giocare in un campionato nazionale. Siamo un gruppo coeso ed è veramente un bell’ambiente. Non nascondo che vorrei tornare a calcare palcoscenici importanti, ogni giorno lavoro sempre al massimo, mettendomi a disposizione della squadra e dell’allenatore.

Quali sono i ricordi e le persone più importanti legate alla tua carriera?
A Cerignola ho trovato l’allenatore Lello Bufo, una delle persone più importanti nel mio percorso, mi ha insegnato tanto e gli devo molto. Ai 14 anni poi ho conosciuto Giovanni Rubino, che veniva una volta a settimana per gli allenamenti individuali e che, dopo avermi notato, mi ha dato la possibilità di andare a Corato. Dopo la prima chiamata in nazionale, a gennaio ’15, mi contattò uno degli allenatori di Ragusa, dove mi trasferii. Il primo anno arrivammo quarti alle Finali Nazionali e l’anno dopo vincemmo lo scudetto U16. Dopo l’annata di Venezia, mi trasferii all’HSC Roma, nelle giovanili della Virtus Roma. Giocai sia con gli Under sia da aggregato in prima squadra e andammo vicini a vincere lo scudetto, perso in finale contro la Stella Azzurra Roma. Quello resta un rimpianto. A Brindisi ho vissuto un anno stupendo, il primo nel roster, tutto un altro mondo rispetto a quando figuri da aggregato. Successivamente sono stato a Treviglio in A2, dove Adriano Vertemati mi ha offerto la possibilità di giocare con continuità. L’anno successivo, con l’arrivo di Devis Cagnardi, trovai meno spazio, e a gennaio chiesi la cessione. E’ da lì che è iniziato il mio percorso travagliato, le condizioni di mio nonno mi spinsero ad avvicinarmi a casa, e così mi trasferii a Bisceglie, ma per una serie di infortuni conclusi la stagione anzitempo. A Omegna i problemi fisici continuarono, cambiai procuratore, fisioterapista e preparatore atletico, e scesi di categoria per abbassare i ritmi, prima a Mesagne e poi ad Angri. Devo ringraziare in particolare Cosimo Romano, l’allenatore di Mesagne, che ha saputo capirmi sin da subito. Ad Angri è stata una stagione fantastica, mi hanno dato la possibilità di esprimermi al meglio.

Obiettivi personali e di squadra?
La salvezza, innanzitutto. Come gruppo ci siamo prefissati qualcosa di più, sarebbe fantastico accedere ai play-off. Inoltre sono a tre esami dalla laurea in Scienze Motorie all’Università del Salento, un percorso complicato, iniziato quando ero a Brindisi.

Denis Salcone

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