Dopo una carriera costellata di medaglie e riconoscimenti internazionali, Luigi Samele, uno dei volti più rappresentativi della scherma italiana, riflette con lucidità e sincerità sullo stato dello sport in Italia e sul destino di tanti campioni che, pur raggiungendo traguardi olimpici, restano nell’ombra per il resto dell’anno.
“Quando torni da un’Olimpiade con una medaglia, per una settimana sei ovunque: interviste, programmi TV, applausi, selfie. Poi, improvvisamente, il silenzio. È come se l’interesse svanisse insieme alla fiamma olimpica. Ti accorgi che in Italia l’attenzione sportiva è concentrata su pochissime discipline, e questo è un limite culturale che ci portiamo dietro da sempre. Oggi esiste solo calcio e tennis e che abbiamo aspettato un oro olimpico e 2 ori mondiali per ricordarci che esiste la pallavolo. In un periodo storico come questo in cui finalmente ci si concentra sul concetto di uguaglianza, noi, atleti di sport considerati “minori”, vorremmo sentirci così… uguali”.
Con la consueta lucidità e umiltà, Luigi Samele riporta al centro del dibattito una questione cruciale: la memoria corta dello sport contemporaneo. In un Paese dove l’eroe olimpico viene celebrato per pochi giorni e poi dimenticato, la voce di un campione come Samele ricorda che il valore di una medaglia non si misura nel numero di apparizioni televisive, ma nella costanza, nella dedizione e nell’amore per la propria disciplina.
“La scherma ha meno spazio mediatico, meno investimenti, e spesso meno rispetto. Nonostante i sacrifici siano identici, se non maggiori. Noi viviamo per allenarci, non per apparire, ma un minimo di riconoscimento continuo aiuterebbe non solo gli atleti, ma anche i giovani che cercano modelli in cui identificarsi. Se non ci fossero i gruppi sportivi militare ed in questo devo dire grazie alla Guardia di Finanza, non avremmo nessuna possibilità di sostegno economico e sportivo. Eppure i media hanno un ruolo enorme nel costruire immaginari”.
“Se un ragazzo accende la TV e vede solo calcio, penserà che quello è l’unico sport che conta. E invece dietro le quinte ci sono centinaia di atleti straordinari che lavorano ogni giorno nell’anonimato. Raccontare le loro storie non dovrebbe essere un’eccezione, ma la normalità. Il rispetto vero arriva da chi capisce la fatica, non dai follower”.
“Però è giusto pretendere che le istituzioni e i media facciano la loro parte. Perché lo sport è cultura, e una cultura che dimentica i suoi campioni è una cultura che si impoverisce. Quando salgo in pedana, non penso alla popolarità. Penso a dare il meglio di me, a rappresentare il mio Paese con orgoglio. Ma mi piacerebbe che quel valore fosse condiviso e riconosciuto tutto l’anno, non solo ogni quattro”.
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