Franco Moscone, Arcivescovo di Manfredonia, Vieste e San Giovanni Rotondo nella sua ultima lettera pastorale, lo scrive in maniera diretta. “Il tema del lavoro va strettamente legato a quello del fare impresa e di una sana imprenditoria”. E’ tutto qui il senso di un lungo incontro che ha concesso a l’Attacco, in cui si è interrogato insieme a noi sui temi del cambiamento, della rinascita e anche degli errori del passato. “La pandemia ha rimesso al centro della nostra attenzione la questione del lavoro come uno dei temi centrali della stessa opera di evangelizzazione, che resta muta e insignificante se non è anche promozione umana”.
Muta e insignificante questa Chiesa di Manfredonia non è mai stata. E oggi con grande lucidità dice: “La mancanza di lavoro è forse la piaga sociale più tragica del nostro territorio che fa da miccia alle altre piaghe collegate”. E ribadisce: “Certo non tocca alla Chiesa dare ricette o fare analisi, né sostituirsi alla politica, alla classe imprenditoriale, ai sindacati, agli operatori economici, ma è compito di tutti vigilare affinché non ci siano fenomeni di corruzione o di infiltrazioni mafiose”.
Da circa tre anni Vescovo di Manfredonia. Come è cambiata la città in questi faticosi momenti?
Non posso ricordare né giudicare ciò che è accaduto prima. Ho vissuto questi tre anni, di cui due con la pandemia, senza la possibilità di fare relazioni, di rendersi conto delle caratteristiche culturali della città e della comunità, tanto civile quanto ecclesiale, di Chiesa. Ho vissuto anni senza l’amministrazione, perché ci sono state prima le dimissioni e poi i due lunghi anni con il commissariamento e la commissione prefettizia, motivati dalle infiltrazioni mafiose, dentro il corpo amministrativo e gestionale della città. E quindi non sono stati di sicuro due anni facili, non solo per la crisi sanitaria, ma qui per una crisi di una sanità sociale e politica, dove è emerso che la politica aveva fallito. Nonostante una lunga e importante storia di 25 anni. Ma a un certo punto c’è stato qualcosa che ha fatto crollare tutto e quella politica è stata condizionata negativamente. Invece di essere guida, è diventata esempio negativo. E’ una esperienza che purtroppo non è unica sul territorio, ma accomuna quasi tutte le città del Gargano e della Capitanata in genere.
Come lo spiega? Questa ramificazione impressiona.
Sì, impressiona. Perché sembra che ci sia un reticolato di relazioni negative e contaminate dalla malavita organizzata che arrivano ovunque, in tutti i centri, da quelli grandi e di guida a quelli più piccoli. Una ramificazione che controlla e condiziona la società e impaurisce la società civile, che diventa muta, attonita e si lascia trasportare.
Monte. Mattinata. Comunità che fanno fatica a reagire e ad elaborare.
Sì, c’è questa situazione in cui ciascuno vive l’evento dello scioglimento negativo, come se fosse un giudizio netto su di te e una carenza di libertà garantite dalla democrazia e delle elezioni. Si tratta però di uno strumento costituzionale previsto dall’ordinamento della Repubblica Italiana ed è inteso come una medicina, che si somministra quando c’è una situazione grave. Si interviene con un atto amministrativo altrettanto grande e pesante. Quindi non va giudicato quell’atto come negativo, ma va visto come una medicina, che senza dubbio non è facile da digerire, amara, ma che ha una finalità di guarigione. Dovrebbe essere così. E se va dato un giudizio, non è sull’operato di quel momento, ma su ciò che ha portato a quell’intervento che non piace a nessuno. E’ sul prima, quindi che vanno posti interrogativi e giudizi, non per condannare, ma per non ripetere gli stessi errori e per andare a trovare le cause, le motivazioni e i colpevoli che si inseriscono in modo subdolo.
La medicina è stata somministrata…
Sì, e la cura è durata anche a lungo: due anni, più i sei mesi precedenti, dovuti alle dimissioni dell’amministrazione… non so quanto sia stata vera cura, ma è importante se ha creato nella società civile una presa di coscienza, ossia una guarigione della coscienza civile, politica dei cittadini di Manfredonia. Ecco, se ha portato ad interrogarsi e a far maturare le proprie coscienze, sarà stata lunga o breve, ma ha creato degli anticorpi che adesso devono iniziare ad agire e soprattutto a scongiurare il rischio di tornare indietro.
Oggi c’è una nuova amministrazione. Un cambio netto rispetto al passato.
Ci sono delle caratteristiche differenti rispetto alla classe amministrativa precedente, che ripeto, non ho avuto modo di vedere, se non per pochi giorni. Comincio a conoscere la nuova, che ha delle caratteristiche che sono facili da notare. Lo spostamento dell’asse politico, tra una amministrazione di sinistra, retta essenzialmente per molti anni sul Pd, a una amministrazione che si dice di centrodestra. C’è un cambio di prospettiva dal punto di vista politico, di nascita, come riferimento culturale politico, ma c’è a mio giudizio un altro elemento di novità, dato dalla giovinezza della maggioranza sia degli eletti come consiglieri comunali che della giunta scelta dal Sindaco.
Un elemento di buon auspicio? La giovinezza…
Intanto dovrebbe farci guardare con ottimismo. Se dei giovani ci mettono la faccia, si impegnano, dicono che sono legati alla politica, la vogliono leggere come un servizio alla città, allora vuol dire che ci sono nuove prospettive. Certo, un’eccessiva giovinezza mancherà d’esperienza, nella preparazione forse, ci saranno nuovi rischi forse nelle scelte, ma se dietro c’è buona volontà e coscienza che non lavoro per me ma per la città e per il bene di tutti, anche l’inesperienza, la possibilità che si facciano degli errori per mancanza di formazione immediata, vengono superati e tracciano la bontà della direzione giusta. Mi auguro che auguro alla nuova amministrazione che sia così. Sono certo che nessuno, a iniziare da me, sia esente da errori. Si fanno, nel camminare, anche degli errori, ma è importante che la rotta sia corretta e che la coscienza mi faccia dire: lavoro per il bene di tutti. Per un noi che è la città e non una parte. Non è questa l’alternativa democratica. E’ un’alternativa di stile, forse anche un modo di evidenziare alcuni valori, quando si passa da una coalizione a un’altra, ma l’obiettivo deve rimanere lo stesso.
Abbiamo la sensazione che sia una città giovane, rispetto anche a città dell’entroterra e che la Chiesa abbia assolto al suo ruolo di guida. E’ stata presente e ha camminato insieme alla comunità.
Il ruolo della Chiesa è essenzialmente un ruolo religioso, quello di alimentare le coscienze della comunità cristiana presente, ma la comunità cristiana presente fa parte della comunità civile, è uno di quei gruppi presenti nella società e quindi si sente responsabile della comunità civile. E quando vengono meno quei ruoli di guida, direi che è abbastanza facile se si ha buona coscienza, diventare un riferimento, una guida più morale che pratico-tecnico-politico, mantenendo la sbarra in una stessa direzione e nell’idea di coesione della città. A mio avviso questo fa parte della vocazione di tutte le chiese, che non si sentono mai fuori dal proprio ambiente, ma si sentono completamente dentro e responsabili di questo ambiente e di questo territorio dove sono chiamate a portare e a fare emergere valori e a esprimere giudizi quando serve. Devono essere giudizi secondo Vangelo e il Vangelo ha tutte le capacità di far emergere i valoro della politica, di come si amministra. In momenti così, in cui vengono meno certe guide, è normale che la città guardi ad altri e veda in certe figure, che sono chiamate a guidare un settore, un certo faro che diventa il riferimento.
Quella di Manfredonia è una Chiesa aperta.
Mi sono accorto che la Chiesa di Manfredonia ha le caratteristiche di saper dialogare con la propria popolazione.
Come mai?
Intanto ha una storia più antica rispetto ed esempio alla Chiesa di Foggia. E’ una delle più antiche della Puglia, ha millenni di storia ed è sempre stata riferimento culturale oltre che religioso per tutto il territorio. E poi è una Chiesa che ha al suo interno dei santuari particolarmente visibili con caratteristiche che vanno oltre il suo territorio e che attraggono su questo Gargano persone e pellegrini da tutto il mondo. Pensiamo all’antichissimo santuario di San Michele o a quello nuovo di San Pio. Che arrivino e guardino a noi altre Chiese e altri cristiani da tutto il mondo, a mio avviso rendono questa Chiesa più aperta e più disponibile all’accoglienza, perché è parte della sua anima, di questa Chiesa che è locale, con una vocazione universale. Questo favorisce apertura e attenzione. Quanto più tu ti apri all’esterno, tanto più ti apri al tuo esterno, e quindi a chi attorno a te nella tua città non si definisce cattolico, credente, ma entra con più facilità in un rapporto di dialogo di confronto e anche di scontro con te e tu fai altrettanto. Entrare in relazione con tutti, perché siamo chiamati a costruire città oltre che Chiese, perché poi le Chiese vivono nelle città e devono portare il loro contributo perché la città stia bene.
In che stato di salute è Manfredonia?
Credo che non sia ancora guarita, diciamo ancora in convalescenza, o prima della convalescenza, ma credo sia nelle prospettive e con tutte le buone condizioni per dire: sono verso la guarigione. Ce la posso fare. Importante è non farla cadere, e non considerarla già guarita, perché c’è ancora molto da fare, non solo da chi ne è alla guida, ma da tutti i cittadini, perché se non c’è collaborazione è difficile. La guerra si fa con i soldati. Non basta cambiare il generale. Anche se, se hai quelli giusti, è più facile trovare risposte positive e generose da parte dei soldati, che poi son quelli che fanno la città.
Città. Ma anche territorio. Marchiato dall’idea di una mafia che si è ramificata. Accomodata.
Non so se siano mafie diverse o sia la stessa mafia del Gargano che uccide, che ha diversi tentacoli e sa inserirsi dappertutto. La mafia atavica, quella che poteva essere quella garganica del secolo scorso, ha saputo oggi inserirsi molto bene in alcune situazioni socioculturali, in quelle economiche, con gli appalti, le infiltrazioni, dentro il commercio, i lavori pubblici, quasi sempre traditi. Sono arrivati in tanti qui. Hanno costruito però cattedrali nel deserto, senza dare nulla. Anzi, impoverendo luoghi, che invece di abbellire, hanno imbruttito sia il territorio e la popolazione che si è sentita tradita e offesa e bloccata da quello che doveva invece abbellire. La criminalità fa i suoi interessi, non quelli della popolazione. E questo ha toccato tutti settori. E le indagini, comprese le ultime di dicembre lo hanno dimostrato. Pesca, agricoltura, edilizia. E’ una vera piovra che entra in modo leggero e quasi nascosto, ma una volta dentro non la sradichi. Credo che se riusciamo ad educare la mentalità, ad essere coraggiosi, a non essere omertosi, a dire le cose come stanno, se c’è alleanza tra le istituzioni educative, si va a formare una mentalità nuova e generazioni capaci di reagire e non essere oppresse. Il problema più grande è dare dignità al lavoro, costruire un lavoro pulito e non legato alla mafia. Non un lavoro comprato, che vive di favoritismi. Il più grande danno o la carenza di questo nostro ambiente è la mancanza di lavoro autentico. Di quelli a nero, sottopagati, ce ne sono tanti, perché c’è l’interesse a mantenerli. Il caporalato ne è un esempio, ma arriva anche da molte industrie e da imprenditori che hanno interesse a fare questo, perché spendono meno. Fino a quando è così, questo lavoro negativo non sviluppa né il territorio né la società, ma solo le tasche di alcuni. Non partecipa allo sviluppo sociale ed economico, è un’economia falsata. Blocca crescita, sviluppo.
Che tipo di futuro vede per questa terra?
La speranza è nei giovani, soprattutto in quelli che scommettono di restare qui o che tornano con il desiderio di lavorare qui. C’è una emigrazione dei nostri giovani verso il Nord Italia e l’Europa. Si vanno a formare lì e quasi nessuno torna. Questo non ci arricchisce. Così speriamo in chi torna e resta per portare creatività c’è bisogno di una creatività giovanile e una politica che li voglia aiutare, che li segua e non li inganni. E di scuole che sappiano formare. Da noi c’è l’Università che ha capacità e possibilità di spendersi e diventare Università di qualità. Spiegare che chi resta, deve restare con un atteggiamento nuovo. Pensare alla vocazione turistica, che è quella più evidente. Ma anche alle altre. Il mare è un mondo di opportunità e di relazioni. E poi la grande agricoltura. Ma che sia di qualità ed ecosostenibile. Forse manca un rapporto più stretto fra produzione e trasformazione. Quindi manca quell’economia di trasformazione. Credo che la scommessa più grande sia proprio quella dell’imprenditoria locale.
Purtroppo un limite è quello di non riuscire a camminare insieme, fare sistema. Una logica di campanilismo che blocca e rallenta lo sviluppo. Un male del Sud Italia, nonostante per decenni, piani di sviluppo, ci abbiano provato. Nessuno ha fatto sistema. C’è gente che è venuta, ha approfittato di occasioni ed è andata via. Credo che si debba investire qui, con quella creatività che esalta e non impoverisce. Di quelle che hanno impoverito, come il Petrolchimico, ce ne sono state tante. Ora si spera che sia un cambio. Anche questo Pnrr… che non sia un'altra illusione come quella dei decenni precedenti, ma che sia un’opportunità. Che le città e le persone sappiano avere buoni progetti ecosostenibili che nascano da qui e per questo territorio. Chi arriva dall’esterno ci può dare delle idee ma la responsabilità è nostra.
Una partita forte la città la gioca anche sul porto.
Il porto turistico sì. Quello industriale resta un grande punto interrogativo. Servono progetti che rispettano l’ambiente e la città senza ripetere gli errori di prima, senza andare a imbottire le tasche di alcuni e lasciando la città a bocca asciutta.
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