Da don Luca all’avvocata Starace, quelli che sono stati infangati nel nome della falsa mafia

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La maniera becera e falsa in cui è stato preso di mira il direttore de l’Attacco Piero Paciello – che non ha mai negato la mafia e del resto questo giornale si è sempre distinto per aver costantemente fatto nomi e cognomi – ha confermato una volta di più come spesso l’etichetta della mafiosità e l’invocazione della legalità vengano utilizzate per colpire i propri nemici, per meri interessi privati. Lo si è visto in diverse occasioni negli ultimi anni, ad esempio quando chi ha passato le proprie veline a certi net journal (avvocati ex politici spacciatisi per uomini con agganci importanti in Prefettura e nelle forze di polizia) ha cercato di orientare l’opinione pubblica contro persone o giornali sgraditi. Ci sono state varie vittime di questa narrazione del tutto campata in aria, vere e proprie gogne mediatiche che non avevano alcuna ragione d’essere se non la volontà di screditare persone incolpevoli. 

Grida ancora rabbia il caso che interessò, suo malgrado, don Luca Santoro, amato parroco di Mattinata, che negli scorsi anni, dopo il commissariamento nel 2018 del consiglio comunale per infiltrazioni malavitose, finì nel mirino di un vile attacco per una foto scattata in una trattoria di proprietà della famiglia del mattinatese Francesco Ciuffreda, detto Pasqualotto, per lungo tempo noto agli inquirenti perché vicino al clan sipontino Romito. Don Luca si trovava nella trattoria insieme ad una associazione di Mattinata, che stava festeggiando con un pranzo. La “colpa” fu quella di sedere allo stesso tavolo di Ciuffreda. 

Se qualcuno, nel paese garganico, provò a mettere in dubbio operato ed etica del parroco fu però un clamoroso buco nell’acqua, perché giunsero numerosissime dichiarazioni di solidarietà a don Luca, dalla Diocesi guidata da don Franco Moscone fino ai comuni cittadini. Don Luca stava peraltro accompagnando il percorso di (vera) antimafia e legalità, coronato poi dalla nascita del presidio cittadino di Libera. Casi analoghi sono avvenuti anche altrove, come a Manfredonia. 
“Bisognerebbe fare più attenzione e introdurre nelle ordinanze solo elementi utili alle indagini, estromettendo quelli che già si sa che non serviranno nel processo”, afferma a l’Attacco l’avvocata Innocenza Starace, ex assessora del Comune di Manfredonia.

“Perché inserirli senza un preventivo vaglio, se non hanno rilievo ai fini processuali? Le parole hanno un peso, così come nel caso del direttore de l’Attacco Paciello, cui va la mia solidarietà e che ha subito attacchi ingiustificati e scomposti. La gente in malafede strumentalizza facilmente quando si parla a sproposito o si spiattellano fatti non rilevanti. In tal modo si dà la possibilità a chi è in malafede di utilizzare quel materiale per mettere in mezzo persone che non c'entrano assolutamente con la criminalità organizzata e anche facendo opera di depistaggio. Certa stampa è arrivata a dipingermi come portantina della mafia, con collegamenti col clan dei Montanari, per un passaggio in una ordinanza mai usato in un processo”.
Starace riporta due casi che le sono accaduti negli scorsi anni. Il primo riguarda la denuncia da lei fatta nei confronti di un carabiniere dei Ros per quanto da quest’ultimo affermato in un’udienza del processo Caterino, basista della strage di San Marco in Lamis del 2017. “Un fatto non vero, non c'entravo assolutamente nulla”, afferma la professionista e politica sipontina.

“Il secondo episodio riguarda la relazione sulle infiltrazioni mafiose nel Comune di Manfredonia. Fui citata nella relazione perché anni fa misi a lavorare nella mia masseria una persona che era stata condannata per associazione mafiosa, previa autorizzazione del GIP e col parere favorevole del procuratore della DDA di Bari Gatti. Era una persona che aveva bisogno di lavorare ed io seguii i valori cristiani. Ho sempre avuto una formazione cattolica, per la quale il malavitoso è anch’egli una persona e ha la possibilità di riscattarsi. Ebbene, per quella citazione inappropriata nella relazione fui attaccata da alcuni nemici e da certa stampa, si disse che era un modo per cercare protezione in quegli ambienti mafiosi. Un fatto totalmente strumentalizzato contro di me per danneggiarmi.

Ne ho viste tante: fui minacciata ai tempi del caso Giusy Potenza, per due volte fu data alle fiamme la mia masseria Casa del ciliegio, i miei genitori ricevettero minacce di morte. Negli scorsi anni ci sono state pure diverse lettere anonime contro di me. Io come il direttore Paciello ci mettiamo la faccia e rischiamo, o ci si riconosce che siamo dalla parte giusta oppure basta. Entrambi siamo stati colpiti solo per aver fatto il nostro lavoro”. Starace ricorda positivamente l’operato della Procura di Foggia nei sui confronti: “E’ stata dalla mia parte, decidendo il rinvio a giudizio del giornalista che scrisse tutta una serie di articoli infamanti contro di me. E’ stato verificato che le cose scritte erano false. La vicenda si è conclusa con la condanna del giornalista, è stata accertata la verità. Era quello che mi interessava, non certo i soldi o altro. Ritengo di esser stata presa di mira, con accuse inesistenti, da qualcuno che ce l’aveva con me per la mia attività politica e per quella professionale. Penso al politico di turno, al collega avvocato e a una testata giornalistica online. Ho avuto molti problemi dopo quei fatti, alcuni dei miei clienti addirittura hanno creduto che io fossi indagata per mafia. Questa storia si è conclusa nel migliore dei modi ma dopo un anno di sofferenza e danni anche ai miei familiari. Qualcuno arrivò a scrivere su Fb che il bar di mia figlia e di mio genero fosse il frutto di illeciti proventi.  La sofferenza provata dal direttore Paciello l'ho provata anche io: ci costringono a ricordare a noi stessi chi siamo, chi sono le nostre famiglie e le nostre origini, perché noi siamo così in quanto frutto di chi ci ha preceduto”, conclude Starace. 

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