Due giorni fa, in occasione del sesto anniversario della strage di San Marco in Lamis, alla consueta iniziativa commemorativa organizzata da Libera, è stata ancora una volta forte la presenza delle istituzioni attorno al ricordo dei fratelli Luciani, vittime innocenti di mafia, come elemento propulsivo per la lotta alla mafia. Decisamente meno forte, però, anche rispetto agli anni passati, la presenza della comunità, della società civile, dei semplici cittadini. Un fatto che, deludendo le aspettative, non è passato inosservato nei discorsi pubblici tenutisi in chiesa, a seguito della messa, e nelle interviste rilasciate alla stampa dai rappresentanti istituzionali presenti. “Pensavo di trovare più persone, più società civile all’iniziativa - ha infatti dichiarato a l’Attacco un amareggiato capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, e cioè Ludovico Vaccaro -. Avverto – ha proseguito - come una stasi, una sorta di fiacchezza, di stanchezza dell’antimafia sociale. Credo perciò che non bisogni solo ricordare i fratelli Luciani, ma farne memoria, che è cosa diversa. E’ necessario che la gente comprenda innanzitutto che siamo tutti vittime di mafia. Perché la mafia colpisce non soltanto la singola vittima e i suoi familiari ma l’intera comunità. Sotto quest’aspetto – ha chiosato sul punto -, in questo momento storico vedo manifestarsi una fase di stanca della reazione sociale al fenomeno mafioso. Le istituzioni, su tale versante, sono presenti, sia le istituzioni nazionali che talune istituzioni locali. Ma deve essere la comunità a compiere uno sforzo in più per reagire alla criminalità”. A partire da queste esternazioni forti, come a voler lanciare la necessità di una scossa, l’Attacco ha interpellato il punto di vista di alcune delle realtà dell’antimafia sociale più presenti sul territorio. Ma evidentemente non ancora abbastanza.
Sulle dichiarazioni del procuratore capo Vaccaro, l’Attacco ha sollecitato ulteriori reazioni e commenti di riconosciute realtà e personalità dell’antimafia sociale non solo di Foggia, ma anche di Bari che però conoscono e si interessano della Capitanata.
Come il presidio territoriale di Libera contro le Mafie, con la sua referente provinciale e co-referente regionale Federica Bianchi. “Le cose sono cambiate rispetto al passato – esordisce sul tema -, questo è chiaro a tutti. Dall’osservatorio di Libera registriamo il mutamento di sensibilità della comunità foggiana sulla lotta alla mafia. Quando sviluppiamo percorsi nelle scuole i ragazzi sono sempre molto interessati al tema. Ci pongono tante domande, a volte di carattere specifico, cosa che presuppone un minimo di conoscenza delle questioni, e ciò vuol dire che molti docenti affrontano la tematica in classe. Rispetto a 10 anni fa, quando io stessa ho iniziato il mio percorso in Libera, c'è una voglia di conoscenza diversa, che però poi deve spingersi oltre, per passare all'impegno. Noi di Libera sosteniamo da sempre, in incontri e iniziative, la necessità che nella battaglia contro le mafie si schieri un maggior numero di persone, che si capisca che la mafia riguarda tutti, non solo magistratura e forze dell'ordine, perché altrimenti si corre il rischio di ‘normalizzazione’ del fenomeno nell’immaginario collettivo. Per onestà intellettuale – prosegue Bianchi - dico sempre che anche Libera può e deve fare di più e meglio: non abbiamo la presunzione di sentirci arrivati. Tant'è che le nostre iniziative cambiano periodicamente. Proviamo infatti a comprendere cosa serva maggiormente nel momento storico in cui operiamo, quali interessi, bisogni, necessità si profilino nelle persone. Ecco perché talvolta organizziamo meno eventi pubblici per lasciare più spazio all’ascolto del territorio. Per poi studiare e proporre azioni di antimafia sociale su molti versanti quali, tra gli altri, anche le povertà, il lavoro, l’educazione. Si tratta – analizza la referente locale dell’associazione presieduta da don Luigi Ciotti - di processi culturali complessi, che necessitano di tempo. Ma la narrazione non può essere che in provincia di Foggia siamo all'anno zero. Perché, nel nostro caso, gli interessamenti che Libera riceve dalla comunità sono notevolmente aumentati rispetto al passato. Ma ripeto, non ci si deve illudere di aver smosso le coscienze di tutti, perché sulla battaglia contro le mafie tante persone vanno ancora raggiunte: facciamo del nostro meglio e onestamente non cogliamo nelle parole del procuratore un’accusa contro di noi. Certamente, però, si tratta di esternazioni che ci spronano a fare di più”.
Per Dimitri Lioi, presidente dell’associazione Panunzio (in questi giorni impegnato ad organizzare le attività di settembre del progetto regionale “Giro di Boa”): “Le realtà dell’antimafia sociale devono chiaramente porsi il problema dell’efficacia del proprio lavoro sulla comunità. Però – precisa – ho letto le dichiarazioni di Vaccaro: quando ha parlato di ‘fiacchezza dell’antimafia sociale’ non credo si rivolgesse alle associazioni, bensì, come si evince dalla prosecuzione del suo intervento, alla comunità. Credo che l’antimafia sociale sia altra cosa rispetto alle file di banchi quest’anno lasciate in parte vuote dai cittadini nella chiesa di San Marco. La associazioni del territorio, infatti, operano sui temi del contrasto alla mafia e alla cultura mafiosa, del lavoro, dei diritti e dell'equità sociale, ma spesso scontano, proprio come dice il procuratore, una sorta di stanchezza generale, di disillusione, a volte anche di indifferenza quando non omertà e, in casi più rari, di connivenza di alcuni cittadini con certi ambienti, in una provincia così ostica come il Foggiano, con il 10% di Comuni sciolti per mafia, compreso il capoluogo, e con una mafia raffinata e sempre più infiltrata nelle pubbliche amministrazioni. Mi domando, allora, se, in un simile contesto, sia poi possibile per l’antimafia sociale raccogliere grandi folle attorno a temi quali l’analisi dei centri di potere o le buone prassi della politica contro la mafia. In sintesi, è possibile registrare il successo dell’antimafia sociale sulla base della mera partecipazione numerica? Io credo che a volte conti di più la qualità degli eventi proposti. L’associazione Panunzio, infatti, ha sì registrato scarsa partecipazione ad alcune iniziative aperte alla città, ma – evidenzia Lioi - temi come l’approfondimento della massoneria locale, sviscerati in un dibattito con pochi presenti (per la maggior parte attempati, ndr), che tra l’altro erano molto preparati, sono argomenti in genere poco trattati sul territorio ma di rilevanza cruciale per esso. Probabilmente anche noi possiamo peccare di comunicazione, ma, ribadisco, non credo si possa decretare il successo delle iniziative di antimafia sociale sulla base del mero coinvolgimento delle masse. In contesti come la Capitanata, i risultati del nostro lavoro si vedono solo dopo anni. Si semina oggi per raccogliere domani”.
Infine, per Leonardo Palmisano (sociologo, scrittore e fondatore della società-cooperativa barese Radici Future che lavora in rete con altre realtà italiane sui temi dell’antimafia sociale): “Ai mutamenti dei sistemi criminali mafiosi deve seguire un cambio di paradigma interpretativo da parte dell'antimafia sociale rispetto al proprio ruolo. Penso, perciò, che l'antimafia sociale oggi debba essere sempre più politica e che in una Foggia a breve chiamata al voto, e in cui si ravvisa la latitanza di alcuni partiti e organizzazioni politiche sul tema, le realtà di antimafia sociale debbano assumersi la responsabilità di scendere in campo anche direttamente, come fece la rete di Leoluca Orlando in Sicilia. Perché ora l’antimafia in funzione prettamente sociale da sola non basta più. Credo, inoltre – continua Palmisano -, che Vaccaro abbia ragione quando sostiene necessaria una maggiore partecipazione della comunità, più o meno organizzata, sui temi della lotta alle mafie: una partecipazione non estemporanea e occasionale, come fu per la grande manifestazione di Libera di qualche anno fa a Foggia, ma continua, assidua. In ciò si deve chiedere una mano alla Regione Puglia, che annovera uno specifico istituto preposto all'antimafia sociale, magari costruendo in Capitanata una rete forte di partecipazione, prevalentemente giovanile e organizzata, per esempio, intorno ai beni confiscati. Può essere l'elemento sul quale costruire una nuova cittadinanza sociale che poi, per necessità, deve diventare cittadinanza politica una rete che, coordinata dalla Regione, sviluppi percorsi di animazione sociale che riconoscano e comprendano la forte aggressività insita nelle nuove performance dei diversi sistemi criminali del Foggiano”.
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