Lucera, estorsioni per le slot machine. Sono sei gli indagati comparsi alla prima udienza preliminare

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Gli arresti effettuati la mattina del 28 ottobre dell’anno scorso era stati quattro, ma alla fine è salito a sei il numero delle persone chiamate a difendersi davanti al giudice per l’udienza preliminare che si è tenuta venerdì scorso al tribunale di Foggia. Il gup Maria Luisa Bencivenga non ha ancora sciolto la riserva sulle posizioni di tutti soggetti coinvolti a Lucera in una brutta storia di presunte vessazioni economiche sorte in ambito pressocchè familiare. Il prossimo appuntamento sarà probabilmente quello decisivo, ed è stato fissato per gli inizi di ottobre quando si dovrebbe conoscere il destino processuale di tutti gli indagati, buona parte parenti tra di loro, così come parente è la persona offesa, costituitasi parte civile, assieme alla Federazione Antiracket.

La vicenda, infatti, parte dalle denunce presentate da Michele Cenicola, imprenditore del settore dei giochi elettronici per intrattenimento che ha riferito alla Guardia di Finanza di pesanti comportamenti subiti dai suoi congiunti. Prima di tutto da parte di Mario e Vincenzo Cenicola, rispettivamente di 49 e 38 anni e difesi rispettivamente da Carlo Mari e Rosario Marino. Entrambi sono dipendenti di una ditta che gestisce la manutenzione comunale del verde pubblico, e sono accusati di tentata estorsione e lesioni ai danni del cugino che sarebbe stato più volte minacciato e picchiato in una occasione. Entrambi sono rimasti in cella fino a qualche giorno fa, mentre adesso è stata concessa loro la detenzione ai domiciliari. 

Nell’indagine delle Fiamme gialle della tenenza di Lucera sono finiti anche Antonio Cenicola, operatore sanitario di 39 anni, a sua volta cugino dei primi due, ed Emanuele Testa di 35, assistiti dall’avvocato Giacomo Grasso. Per entrambi, incensurati, era stata disposta la misura cautelare del divieto di dimora a Lucera e quello di rimanere comunque a una distanza di almeno mille metri da colui il quale ha denunciato più comportamenti intimidatori che avrebbe subito sia direttamente che ai danni della famiglia e perfino dei dipendenti della sua ditta individuale. La misura è stata poi revocata dal tribunale del Riesame.

Ma la vera sorpresa emersa al termine delle attività degli investigatori è l’attribuzione degli stessi reati anche a Fedele Cenicola, 49 anni e difeso da Carlo Mari, fratello della presunta vittima, ritenuto in un certo senso il sostenitore morale di tutta la serie di pressioni subite da quello che fino al 2019 era pure socio in affari.

L’ultimo indagato è Francesco Antonio Cenicola, 62 anni (avvocato Grasso) e padre di Antonio, accusato di estorsione ai danni di Fedele Cenicola e del padre di quest’ultimo, minacciati fisicamente nel caso in cui non avessero sostenuto pure le spese legali a carico del figlio,a sua volta accusato di aver fatto da tramite per le richieste in denaro presentate a Michele Cenicola che nel frattempo si è messo in proprio, continuando da solo l’attività imprenditoriale.

I finanzieri, dopo un anno di indagini, ritengono di aver ricostruito una condotta criminale in un quadro di agguerrita e asfissiante “delinquenza ambientale” attiva sul territorio locale da parte degli arrestati. I primi quattro avrebbero fatto ricorso a violenza, minacce e all’utilizzo di armi improprie (in un pestaggio avvenuto l’8 settembre 2021 sarebbero stati usati dei caschi), provocando lesioni personali all'uomo, tentando di costringerlo ad abbandonare la propria società, che deteneva al 50%, senza avanzare alcuna pretesa economica di liquidazione. Michele Cenicola, assistito legalmente da Andrea Petito, ha dichiarato di aver ottenuto 80 mila euro, ritenuto circa un quinto di quanto gli sarebbe effettivamente spettato, circostanza che i fratelli indagati avrebbero considerato comunque un affronto, poiché auto dichiaratosi soci della compagine iniziale, seppure non figurandovi ufficialmente.

Dopo il suo “distacco”, la persona offesa ha riferito di aver ricevuto una richiesta di 300 euro mensili per poter continuare a detenere i propri apparecchi negli esercizi commerciali della città. “Servono per chi sta in carcere” sarebbe stata la motivazione avanzata da autori di presunte ma ripetute intimidazioni derivanti dal proprio calibro criminale.

L’inchiesta si è avvalsa di intercettazioni telefoniche e ambientali, anche a carico della presunta vittima che poi ha dovuto confermare ufficialmente quanto raccontato precedentemente in confidenza a un suo collaboratore.

L’intera vicenda ha assunto anche rilevanza nazionale, visto che viene citata nella relazione semestrale (la seconda del 2022) pubblicata la settimana scorsa della Direzione Investigativa Antimafia, a proposito della descrizione delle condotte della famiglia Cenicola, “orientate – secondo quanto riportato - al controllo del territorio attuato mediante la gestione di attività illecite”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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