Grano, molti laboratori si rifiutano di analizzare il carico della Nikiti II arrivata martedì a Manfredonia

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Martedì mattina i primi ad arrivare sono stati gli agricoltori del presidio di Lucera e Monti dauni che avevano avuto una soffiata e poi si sono aggiunti molti altri. Hanno portato via qualche chilo di grano davanti alle forze dell’ordine che hanno semplicemente constatato che non ci sia stata costrizione nei confronti degli autisti dei tir che stavano caricando il grano contenuto nella stiva della Nikiti II. Si tratta(va) di 35 mila tonnellate per le quali ci sono voluti tre giorni di lavoro e centinaia di camion, tutti diretti verso una semoleria del foggiano. Gli agricoltori hanno portato quei chicchi personalmente ad alcuni laboratori, dentro e fuori la Puglia, incaricati di analizzarli e scoprire eventuali tossine o potenziali criticità per l’alimentazione umana, mentre con i mezzi di cui già dispongono hanno potuto accertare alcune caratteristiche basiche, come il peso specifico misurato in 74 e il contenuto proteico in 12%.

“Sono valori che indicano un grano di bassa qualità e che in termini commerciali viene definito ‘mercantile’ – hanno riferito Francesco Di Battista e Giulio Capobianco, due tra i leader della protesta - e già questo fa capire molte cose. A questo si aggiunge che abbiamo avuto grandi difficoltà a farlo accettare dai laboratori della nostra zona, perché quasi tutti ci hanno rifiutato i campioni, adducendo soprattutto motivazioni procedurali nelle modalità di prelievo. In realtà poi diversi ci hanno detto a mezza bocca che ‘non volevano mischiarsi in queste cose’. A quel punto, abbiamo cominciato a guardarci tra noi e a capire che forse avevamo alzato un coperchio su qualcosa su cui sempre si sospettava ma senza mai aver avuto alcuna prova”.

In attesa di conoscere i risultati degli esami, gli imprenditori si riferiscono alle voci che vorrebbero l’ingente acquisto di grano dall’estero di scarsa qualità ma che poi viene venduto e/o lavorato come italiano o comunque europeo, e allora dopo aver fatto i controlli si sono trasformati investigatori, tracciando semplicemente su un sito internet la rotta del cargo, ufficialmente proveniente dalla Grecia ma con una tappa precedente effettuata in un paio di porti dell’Ucraina. Insomma, con i mezzi a disposizione di un qualsiasi privato cittadino, hanno cercato di ricostruire almeno i movimenti per poi poggiare alcuni ragionament fatti ad alta voce.

“Se si dichiara che il grano arriva dalla Grecia, e quindi da un altro Paese europeo – ha aggiunto Di Battista che nella vita fa anche l’avvocato – i controlli sono praticamente inesistenti rispetto a una documentazione che magari accerti una provenienza ucraina, russa o turca. Ma questo cambia lo scenario, perché non possiamo sapere cosa sia accaduto sulle rive del Mar Nero e dell’Egeo. Alla fine, però, noi ci ritroviamo ad accogliere queste navi stracariche di grano di dubbia produzione e provenienza, e nel frattempo le quotazioni in Italia scendono a ogni appuntamento della borsa alla Camera di Commercio anche di Foggia, ora arrivato a oscillare tre i 34 e i 41 euro a quintale. Alcuni esperti della filiera hanno valutato il carico della Nikiti II a non più di 15 euro, perché all’esame visivo si trova di tutto, tra scarti e polveri, senza contare un colore assolutamente improbabile e completamente diverso rispetto alle nostre produzioni”.

In effetti è gente che sa di cosa parla e ha l’occhio allenato a certe valutazioni, tant’è vero che l’aspetto “germinato” dei chicchi ha lasciato pensare che sia un raccolto fatto in zone umide come proprio quelle caucasiche, e non certamente caratterizzate da un clima secco.

Ma in un Paese in cui la pasta fa parte integrante, per non dire prevalente della dieta della popolazione, loro si pongono anche come consumatori: “A questo punto vogliamo capire le origini delle materie prime, non vogliamo più essere presi in giro con manovre burocratiche che nascondono certi processi, in definitiva vogliamo pure capire cosa finisce sulle nostre tavole”.

Altro elemento interessante è che all’indomani del blitz al porto di Manfredonia, al presidio di Lucera sono improvvisamente apparsi alcuni commercianti e grossisti del settore, presentatisi con l’intento di solidarizzare con gli agricoltori con quanto stesse accadendo, ma in realtà hanno cominciato a fare domande sulla mattinata sipontina e pure a cercare di capire e contestare proprio le modalità e la legittimità del “prelievi” effettuati.

Insomma, c’è un certo fermento su cui gli agricoltori ormai vorrebbero andare a fondo, anche perché la mobilitazione generale forse ha sortito l’imprevedibile effetto di saldare i vari territori italiani nel nome del reale interesse della categoria, senza più troppe dissertazioni teoriche e distinguo sindacali e/o politici, le cui rappresentanze sono ormai ritenute poco credibili e inaffidabili. E non a caso, nel pomeriggio di mercoledì, buona parte dei promotori dei presidi nazionali si sono ritrovati in una struttura ricettiva di Montesilvano (luogo scelto per poter favorire una certa equidistanza logistica) per fare il punto della situazione e cominciare a concordare iniziative congiunte. L’incontro è servito soprattutto a confermare quanto emerso già con il Festival di Sanremo, e cioè che la dilagante e improvvisata spontaneità della protesta non consente di individuare con certezza degli interlocutori, perché i modi di agire e di pensare sono decisamente diversi a seconda delle latitudini. Ma è stato un inizio di conoscenza reciproca, un passo avanti oltre le chat e le video chiamate, anche per poter misurare quanta “genuinità” ci sia nei promotori e nei luoghi in cui ribollono le proteste che hanno come obiettivo reale la Capitale, costellata da decine di presidi le cui ispirazioni però sarebbero ancora tutte da approfondire.

“E’ stato un modo per guardarsi in faccia e capire con chi abbiamo a che fare – hanno detto al presidio lucerino – perché ormai non ci fidiamo più di nessuno e non vogliamo farci mettere in testa cappelli politici o sindacali”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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