E' confermata la data del 22 e 23 marzo prossimi per il referendum confermativo costituzionale sulla riforma della magistratura voluta dal ministro guardasigilli Carlo Nordio. Il TAR Lazio ha infatti ritenuto infondato il ricorso presentato contro il decreto che aveva indetto la consultazione per quelle due giornate. I ricorrenti – i 15 promotori di una raccolta firme su un quesito referendario parzialmente diverso da quello ammesso dall’Ufficio centrale per il referendum - chiedevano la sospensione e l’annullamento del decreto presidenziale per completare la raccolta delle firme e sottoporre il proprio quesito al giudizio di legittimità. Mercoledì scorso la commissione Affari costituzionali della Camera ha bocciato gli emendamenti delle opposizioni (+Europa, Pd, Avs, M5S, Azione, IV) al Dl elezioni, sui quali il governo aveva espresso parere negativo, per concedere il voto ai fuorisede al prossimo referendum. Il Dl elezioni è atteso in aula la prossima settimana. Il no al voto per i fuorisede al referendum “è un furto di democrazia, chiedo al governo di ripensarci”, ha detto la leader dem Elly Schlein. Il M5S dell’ex premier Giuseppe Conte si oppone fortemente alla conferma della legge Nordio. L’Attacco ha intervistato la parlamentare pentastellata Carla Giuliano, avvocata sanseverese.
Perché è contraria alla riforma? Teme rischi connessi all’alterazione dell’equilibrio costituzionale tra poteri dello Stato?
Sì. Il cuore dell’obiezione non è ideologico ma costituzionale. La riforma incide su un principio cardine: l’indipendenza del pubblico ministero. Se si indebolisce il pm o si sposta il baricentro verso l’esecutivo si altera l’equilibrio tra poteri previsto dalla Costituzione. È un tema di garanzie democratiche: una giustizia realmente indipendente tutela anche chi è più esposto agli abusi del potere.Nella sua esperienza di avvocata ha registrato l’effettiva parità delle parti?
Nel processo penale italiano la parità delle parti è un obiettivo verso cui tendere, ma non dipende dalla collocazione costituzionale del pm. La parità si realizza con risorse adeguate alla difesa, con tempi certi, con strumenti processuali paritari. Indebolire il pm non rafforza la difesa: rischia solo di politicizzare gli uffici requirenti, senza alcun beneficio reale per l’avvocatura.
Si riuscirà ad eliminare le derive del correntismo tramite il sorteggio dei componenti del CSM?
Non è il sorteggio a garantire indipendenza o meritocrazia. L’autogoverno della magistratura si migliora con trasparenza, valutazioni oggettive, responsabilità degli incarichi direttivi e criteri chiari. Il correntismo è un fenomeno che si combatte con riforme organizzative e culturali, non con operazioni che rischiano di ridurre la qualità della selezione.
L’accusa mossa alla magistratura è di non essersi “bonificata” dopo lo scandalo Palamara. Cosa risponde?
Lo scandalo Palamara ha mostrato criticità reali e ha richiesto una reazione netta. Ma una riforma costituzionale non può essere una risposta emotiva a un caso mediatico. La “bonifica” si fa rafforzando trasparenza, valutazioni meritocratiche e responsabilità degli incarichi, non mettendo a rischio l’autonomia del pm.
Il sorteggio dei componenti del CSM non convince nemmeno tutti i sostenitori del sì. Cosa ne pensa?
Il sorteggio ha un limite evidente: introduce casualità dove servono competenza, esperienza e responsabilità. Se l’obiettivo è ridurre le correnti, si può intervenire sui criteri di nomina, sui pesi interni e sulle regole di funzionamento, non sulla qualità della composizione.
Hanno provocato molto sconcerto nell’ANM le parole del ministro guardasigilli Carlo Nordio sulla riforma “che restituirà alla politica il primato costituzionale” o sul fatto che “converrebbe anche al centrosinistra qualora tornasse al governo”. Mentre il 2 gennaio scorso Nordio ha dichiarato al Corriere della Sera di non aver voluto rispondere in Parlamento alle obiezioni alla riforma sulla giustizia perché così non ci sarebbe stato tempo per l’altra riforma, quella sul premierato. Il sottosegretario Mantovano ha detto che la magistratura va “ricondotta”. Svelano il vero obiettivo di privare la magistratura del proprio potere di controllo, come dicono i comitati per il no?
Preoccupano perché sembrano confermare una finalità politica della riforma: “ricondurre” la magistratura significa limitarne l’indipendenza. Quando chi governa parla di “primato della politica” sul pm è fisiologico che la magistratura si allarmi. La giustizia non può essere subordinata all’esecutivo: è un principio non negoziabile.
C’è una netta prevalenza delle intenzioni di voto per il sì, secondo i sondaggi. La preoccupa?
Il referendum richiede tempo per spiegare il merito, che è complesso. I sondaggi misurano percezioni iniziali, non ragionamenti compiuti. La nostra campagna nasce proprio per colmare questo vuoto informativo. E non dimentichiamo che spesso i referendum si decidono nelle ultime settimane.
L’ex ministro Augusto Barbera (che è stato parlamentare Pd e presidente della Corte costituzionale) parla di “riforma inevitabile dopo la legge Vassalli”. Cosa risponde a chi parla di riforma “necessaria” nell’ottica del giusto processo e della parità delle parti? E a quanti ritengono che il sistema accusatorio “puro” sia il migliore?
“Necessaria” non significa “questa riforma”. Riforme sono necessarie su organici, digitalizzazione, tempi processuali, accesso alla giustizia. Separare le carriere non rende automaticamente più giusto il processo: il rischio è creare un pm controllabile dall’esecutivo, e questo contraddice l’idea stessa di giusto processo.
Teme la politicizzazione del referendum, ovvero che tanti voteranno per tentare di dare la spallata al governo nel fronte del no e per sostenerlo nel fronte del sì? La presidente del Consiglio Meloni ha detto già che non si dimetterà nel caso prevarranno i no, negando la natura indubbiamente politica della riforma. Ma i contraccolpi, in caso prevarranno i no, saranno inevitabili. Non crede?
Il referendum ha inevitabilmente una dimensione politica, ma il merito riguarda l’assetto costituzionale, non il gradimento del governo. Ridurre il voto a un plebiscito pro o contro l’esecutivo sarebbe una distorsione. Se dovessero prevalere i no, non vedo contraccolpi istituzionali: sarebbe l’espressione di una scelta razionale su un tema di garanzia costituzionale.
I sostenitori del sì affermano che il fronte del no parla solo per slogan senza spiegare perché il pm sarebbe più condizionabile da parte del governo e sostengono che a garantire il contrario sarebbe l’inalterato testo dell’articolo 104 della Costituzione. Mentre il procuratore capo di Lecce Giuseppe Capoccia ha dichiarato che l’ANM diffonderebbe “notizie non vere”. Come replica?
L’articolo 104 garantisce autonomia, ma non è un’armatura impermeabile. Se si separano le carriere e si modifica il CSM, l’effetto combinato può spostare il controllo sul pm. Le Costituzioni vanno lette nei loro equilibri, non per singoli articoli isolati.
Teme il rischio che sia un voto di gradimento sui magistrati da parte dell’elettorato, anziché sul merito del quesito?
È un rischio reale: il dibattito pubblico semplifica. Ma un referendum costituzionale non può diventare un giudizio morale su una categoria. Si deve votare sul testo, non sul clima emotivo.
Alcuni addetti ai lavori dicono che, più che di separazione delle carriere, la legge Nordio punta a spezzare il “gemellaggio incestuoso” tra CSM e ANM. E’ così?
La dialettica tra ANM e CSM esiste da sempre, ma è fisiologica. Se ci sono derive corporative si correggono con trasparenza e regole. Decostruire l’autogoverno non è la soluzione: rischia di introdurre un problema peggiore, cioè l’ingerenza politica.
Cosa farà il M5S a livello locale da qui al referendum?
Continuerà un’azione capillare di informazione: incontri pubblici, confronti con ordini professionali, con l’università, con l’avvocatura, con studenti e amministratori. Il tema non è interno alla magistratura: riguarda i diritti dei cittadini.
E’ stata definita una “forzatura” la fissazione delle date del voto al 22-23 marzo, come risponde?
La tempistica ha sorpreso molti, soprattutto per l’impatto sull’informazione. Non mi interessa la polemica sulle date: mi interessa che i cittadini abbiano il tempo di capire cosa stanno votando. Se i tempi non fossero adeguati, sarebbe ragionevole valutarne un ripensamento. In conclusione: il no non è un rifiuto del cambiamento. È la difesa di un principio: la giustizia deve restare indipendente da chi detiene il potere politico.
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